L’anomalocaride, un mostro dal cuore gentile

 

L’anomalocaride, un gamberetto lungo due metri che nuotava negli oceani durante il precambriano, 500 milioni di anni fa, è sempre stato considerato un animale feroce, e che usasse le sue antenne per attirare e catturare le sue prede.

Tutto da rifare: nuove scoperte di resti fossili in Marocco hanno permesso di capire che questo animale era di natura mite e che si nutriva di plancton, un po come fanno le balene, filtrando l’acqua grazie alle antenne.

Ma chi era l’anomalocaride? La scoperta dell’Anomalocaride o Anomalocaris e il suo riconoscimento hanno una storia abbasta contorta. A causa della decomposizione post-mortem, i resti fossili risultavano incompleti, e le varie parti ritrovate venivano catalogate come specie con nomi scientifici differenti.anomalocaride
Fu Whiteaves che nel 1892 scoprì i primi fossili di anomalocaride, dentro degli strati a trilobiti Ogygopsis, tipici del Cambriano canadese.

Fu rinvetuta però solo l’appendice boccale, che venne scambiata per l’appendice di un gambero. Quell’appendice venne cosi classificata come Anomalocaris canadensis cioè Strano Gambero del Canada.

Successivamente nei primi anni sel 1900 fu Charles Doolittle Walcott che ritrovò dei resti simili ed accettò il nome. Walcott ritrovò anche delle strutture circolari radiate, molto somiglianti a delle fette di ananas e pensando si trattasse di una medusa la classificò con il nome di Peytoia nathorsti. Altre pari furono ritrovate nel tempo e tutte classificate con nomi differenti. Fu soltanto nei primi anni ’70 quando i fossili vennero presi in considerazione da
Harry Whittington che si incominciò a capire che si trattasse di un’unica specie.
Nel 1981 fu sempre Whittington a svelare il mistero dell’anomalocaride. Whittington si accorse che la medusa e il piccolo gambero non erano nient’altro che l’apparato boccale di un solo animale, l’Anomalocaride appunto, il più grande predatore del Cambriano.  Successivamente vennero alla luce altri fossili di Anomalocaris, che permisero di ricostruire meglio l’aspetto dell’animale.

 

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