Prodotti ittici d’importazione

Il cibo per gatti thailandese in Italia è raddoppiato in dieci anni (e l’etichetta non dice che pesce c’è dentro)

In dieci anni l’Italia ha raddoppiato gli acquisti di cibo per cani e gatti dalla Thailandia: da 76,7 a 150,5 milioni di euro, secondo i dati doganali Eurostat dal 2015 al 2025 che ho analizzato. Oggi la Thailandia vale da sola il 76% di tutto il pet food che l’Italia compra fuori dall’Unione europea, e per Bangkok siamo il primo cliente in Europa. Buona parte di questo cibo nasce dalle stesse conserviere del tonno in scatola. Ma sull’etichetta c’è scritto soltanto “pesci e sottoprodotti dei pesci”: nessuna specie, nessuna zona di pesca, nessun paese d’origine.

In questo articolo · 11 sezioni
  1. Un mercato da 4,2 miliardi
  2. La rotta thailandese: l’Italia è il primo cliente in Europa
  3. I dati Eurostat: il terzo fornitore d’Italia, il primo fuori dall’Europa
  4. Dal tonno in scatola alla ciotola
  5. Il nodo del lavoro forzato
  6. Cosa dice (e cosa non dice) l’etichetta
  7. Gli squali nella ciotola
  8. Quanto pesce mangiano i gatti?
  9. E il mercurio?
  10. Cosa può fare chi compra
  11. Perché ci riguarda
Gatto tigrato sdraiato sull'asfalto accanto a una piccola sardina
Foto: Mart Production / Pexels

Dopo la rotta della farina di pesce che porta l’Africa occidentale nei mangimi delle nostre orate e quella del polpo che arriva dall’Africa passando per la Spagna, questa volta ho seguito il pesce che non finisce nel nostro piatto, ma in quello dei nostri animali.

Mano che apre una scatoletta di tonno al naturale
Dalle conserviere di tonno thailandesi arrivano anche gli scarti che diventano cibo per gatti. Foto: Towfiqu barbhuiya / Pexels

Un mercato da 4,2 miliardi

Secondo la XIX edizione del Rapporto Assalco-Zoomark, presentato a maggio 2026, nel 2025 gli italiani hanno speso 4,2 miliardi di euro in alimenti per cani e gatti, su un mercato complessivo del pet food e del pet care che vale 5,3 miliardi. I prodotti per gatti sono da anni la parte più grande di questo mercato, e il pesce è uno dei loro gusti principali, soprattutto nell’umido.

Da dove arriva quel pesce? I produttori non sono obbligati a dirlo. I dati del commercio internazionale, però, indicano con chiarezza una direzione.

La rotta thailandese: l’Italia è il primo cliente in Europa

Nel 2024 la Thailandia è diventata il secondo esportatore mondiale di pet food, dietro la Germania. Secondo il Trade Policy and Strategy Office (TPSO) del Ministero del Commercio thailandese, ha esportato 2,67 miliardi di dollari di alimenti per cani e gatti, il 29% in più dell’anno precedente.

Dopo Stati Uniti, Giappone e Australia c’è l’Italia, con 164,94 milioni di dollari, il 6,2% di tutto l’export thailandese. Nello stesso anno l’export verso l’Unione europea è cresciuto del 47%, fino a 349,58 milioni di dollari, e il TPSO mette l’Italia in testa ai paesi europei, davanti a Germania, Belgio, Francia e Paesi Bassi.

Non è un exploit isolato: già nel 2022, secondo i dati dell’Observatory of Economic Complexity, l’Italia era il terzo mercato al mondo per il cibo per cani e gatti thailandese, con 183 milioni di dollari. Quasi metà del pet food che la Thailandia vende in Europa finisce quindi in Italia.

I dati Eurostat: il terzo fornitore d’Italia, il primo fuori dall’Europa

Per verificare i dati thailandesi dal lato italiano ho analizzato le statistiche doganali Eurostat (Comext) sul codice NC 230910, che comprende gli alimenti per cani e gatti confezionati per la vendita al dettaglio, dal 2015 al 2025.

Nel 2025 l’Italia ha importato dalla Thailandia 32.326 tonnellate di cibo per cani e gatti, per un valore di 150,5 milioni di euro. È il terzo fornitore in assoluto, dopo Francia (227 milioni) e Germania (173 milioni), che però sono paesi dove hanno grandi stabilimenti le stesse multinazionali del pet food. Fuori dall’Unione europea non c’è partita: la Thailandia vale il 76% del valore e il 70% delle tonnellate di tutto il pet food che l’Italia compra da paesi extra-UE. Il secondo fornitore extra-UE, la Cina, si ferma a 10,5 milioni.

Import italiano di cibo per cani e gatti dalla Thailandia (milioni di €) 0 50 100 150 200 77 2015 87 2016 101 2017 90 2018 103 2019 110 2020 120 2021 181 2022 102 2023 143 2024 151 2025 Fonte: Eurostat Comext, codice NC 230910 (alimenti per cani e gatti per la vendita al minuto). Elaborazione Il Giornale dei Marinai.

In dieci anni il valore delle importazioni dalla Thailandia è raddoppiato, da 76,7 a 150,5 milioni di euro (+96%), e le quantità sono cresciute del 74%. La crescita non è stata lineare. Nel 2022 c’è stato un picco di 181 milioni, seguito da un crollo a 102 milioni nel 2023, l’anno in cui anche l’export thailandese complessivo è calato. Poi la ripresa. Nei primi sette mesi del 2026 il valore è sceso dell’8% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le tonnellate sono rimaste quasi stabili (−2%). Nello stesso periodo è calato anche l’import italiano totale.

Un altro dato dice molto sul tipo di prodotto. Il pet food thailandese costa all’importazione 4,66 euro al chilo, il doppio di quello che arriva dagli altri paesi europei (2,32 euro al chilo). Pesa il 7,6% delle tonnellate importate dall’Italia, ma il 14% del valore. È un prezzo compatibile con l’umido in bustine e lattine, cioè proprio il segmento dove il pesce, e in particolare il tonno, è più presente.

Import italiano dalla Thailandia (NC 230910) 2015 2025
Valore76,7 mln €150,5 mln €
Quantità18.550 t32.326 t
Quota sul valore dell’import extra-UE74%76%
Prezzo medio all’import4,14 €/kg4,66 €/kg
Posizione tra tutti i fornitori3ª3ª

Due avvertenze sui dati. Nel commercio interno all’UE le dogane registrano il paese da cui parte la spedizione, non quello di produzione: il pet food thailandese che entra in Europa da Rotterdam o Anversa e poi arriva in Italia risulta olandese o belga. Il dato thailandese è quindi un minimo. Il codice 230910, inoltre, non distingue i prodotti al pesce da quelli alla carne: misura quanto pet food arriva dalla Thailandia, non quanto pesce contiene.

Dal tonno in scatola alla ciotola

Perché proprio la Thailandia? Perché è il primo esportatore al mondo di tonno in scatola, e il suo pet food nasce in buona parte dalle stesse conserviere. La stampa economica thailandese lo spiega chiaramente: il tonno in scatola e gli scarti della sua lavorazione sono una materia prima del cibo per animali, al punto che nel 2024 la ripresa dell’export di pet food è stata letta come un segnale della ripresa dell’intera industria del tonno.

La parte rossa e scura del tonno, quella che nessuno vuole trovare nella scatoletta da 80 grammi, insieme ai ritagli e agli scarti di lavorazione, diventa paté, bocconcini e gelatina per gatti. Ed è giusto dirlo: usare gli scarti è un bene. È meglio che finiscano in una ciotola piuttosto che in discarica. Il problema non è lo scarto, ma quello che c’è a monte.

Il tonno delle conserviere thailandesi è quasi tutto importato congelato, soprattutto dal Pacifico occidentale e centrale e dall’oceano Indiano. Secondo i rapporti che la Thailandia presenta alla Commissione per la pesca nel Pacifico occidentale e centrale (WCPFC), circa tre quarti sono tonnetto striato, la specie delle grandi flotte oceaniche a circuizione. E secondo l’ISSF, la fondazione internazionale per la sostenibilità del tonno, più della metà delle catture tropicali con reti a circuizione si fa attorno a oggetti galleggianti, in gran parte FAD: zattere e boe che attirano i banchi, ma insieme ai tonnetti anche squali, altre specie non bersaglio e giovani tonni pinna gialla e obesi.

Il nodo del lavoro forzato

A settembre 2024 il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha aggiornato la sua lista dei beni prodotti con lavoro minorile o forzato. Ha tolto i gamberi thailandesi e ha aggiunto farina di pesce, olio di pesce e mangimi per animali prodotti in Thailandia. La motivazione è che contengono un ingrediente, il pesce pescato in Thailandia, che è nella lista dal 2012.

Secondo il Dipartimento, decine di migliaia di lavoratori migranti da Birmania, Cambogia e Laos sono sfruttati in condizioni di lavoro forzato sui pescherecci thailandesi. Il pesce pescato in questo modo viene smistato e spesso mescolato a pesce importato, e così contamina tutta la filiera.

Il governo thailandese ha chiesto di accelerare le procedure, insieme alle associazioni di categoria, per far togliere questi prodotti dalla lista. L’industria della farina di pesce sostiene che nelle sue fabbriche non si usa lavoro forzato.

Non è una storia nuova. Nel 2015, dopo un’inchiesta dell’Associated Press sulla schiavitù a bordo dei pescherecci nel Sud-est asiatico, Nestlé ammise dopo un’indagine interna che lavoratori migranti in Thailandia venivano venduti o ingannati e costretti a pescare e lavorare pesce che finiva nelle sue filiere. Negli Stati Uniti furono intentate class action contro i produttori di due marchi di cibo per gatti molto noti. Le aziende hanno sempre negato di aver usato consapevolmente pesce legato al lavoro forzato, e da allora dichiarano di aver rafforzato i controlli.

Nulla di tutto questo dimostra che una specifica scatoletta venduta in Italia contenga pesce pescato da lavoratori sfruttati. Dimostra però che chi la compra non ha alcun modo di saperlo.

Cosa dice (e cosa non dice) l’etichetta

In Europa l’etichetta degli alimenti per animali da compagnia segue il regolamento (CE) n. 767/2009. Il regolamento permette di indicare gli ingredienti per categorie generiche, come “carni e derivati” o “pesci e sottoprodotti dei pesci”, invece che con il nome della singola materia prima.

Il risultato è che sulla confezione non c’è nessun obbligo di indicare la specie, la zona di pesca o il paese d’origine del pesce. In un’analisi recente sulle etichette del pet food, Il Fatto Alimentare ha notato che la voce “pesci e sottoprodotti dei pesci (salmone 25%)” non permette di capire quanta parte di quel 25% sia filetto e quanta lische, pinne, testa, branchie e pelle. Eppure in copertina c’è la foto del filetto.

È molto diverso da quanto vale per il pesce che compriamo per noi. Al banco, per legge, devono comparire la denominazione commerciale, il nome scientifico, la zona FAO e l’attrezzo di pesca. Nella ciotola, niente di tutto questo.

Il regolamento prevede un solo correttivo: sulla confezione deve esserci un numero verde o un altro contatto attraverso cui chiedere al produttore quali materie prime si nascondono dietro le categorie. Pochi lo sanno, e ancora meno lo usano.

Gli squali nella ciotola

Cosa può nascondersi dietro una dicitura generica lo hanno mostrato due studi con il DNA barcoding. Nel 2022 i ricercatori della Yale-NUS College di Singapore, Ian French e Benjamin Wainwright, hanno analizzato 144 campioni di 45 prodotti di 16 marchi di cibo per cani e gatti venduti a Singapore. Il 31% conteneva DNA di squalo, anche se nessuna etichetta citava gli squali: si parlava solo di “pesce”, “pesce oceanico” o “pesce bianco”.

Le specie trovate più spesso erano la verdesca, lo squalo seta e lo squalo pinna bianca del reef, questi ultimi due classificati come vulnerabili dalla IUCN. Uno studio pubblicato nel 2019 su Conservation Genetics, su prodotti venduti negli Stati Uniti, aveva identificato soprattutto lo squalo mako (Isurus oxyrinchus), classificato in pericolo dalla IUCN e nel Mediterraneo tra le più minacciate.

I prodotti analizzati erano venduti in Asia e in Nord America, non in Italia. Ma le regole europee sull’etichetta non impedirebbero la stessa cosa: con la dicitura “pesci e sottoprodotti dei pesci” è legale usare qualsiasi specie non protetta senza nominarla. Per quanto ho trovato, nessuno ha mai fatto un’analisi simile sul pet food venduto in Italia.

Quanto pesce mangiano i gatti?

Gatto seduto accanto a una cassetta di pesce fresco, foto in bianco e nero
Il pesce intero, quello che i gatti dei porti conoscono bene. Nelle scatolette finiscono sempre più spesso scarti e ritagli di lavorazione.

La stima più citata è vecchia, ma nessuno l’ha mai aggiornata a livello globale. Nel 2008 Sena De Silva e Giovanni Turchini, della Deakin University australiana, calcolarono che l’industria del cibo per gatti usava ogni anno circa 2,48 milioni di tonnellate di pesce foraggio, come sardine, acciughe, aringhe e capelin, di cui circa 870.000 tonnellate per il mercato europeo. Insieme alla farina di pesce usata per le crocchette, dicevano, il 13,5% del pesce foraggio pescato nel mondo finiva in usi diversi dall’alimentazione umana.

Da allora il mercato è cambiato molto: oggi si usano molti più scarti e meno pesce intero. I dati più recenti riguardano gli Stati Uniti: secondo un’analisi del 2025 di Decision Innovation Solutions, l’industria americana del cibo per gatti ha usato nel 2024 circa 181.000 tonnellate di ingredienti marini. Per l’Europa e per l’Italia un dato pubblico non esiste.

E il mercurio?

C’è poi una questione che riguarda i gatti stessi. A ottobre 2026 il Clean Label Project, un’organizzazione no profit americana, ha pubblicato le analisi di 100 alimenti per gatti di 62 marchi venduti negli Stati Uniti. I prodotti a base di pesce contenevano circa 18 volte più mercurio degli altri, a parità di formato (umido o secco), e solo il 25,7% rispettava gli standard di purezza dell’associazione, contro l’84,8% di quelli a base di pollame. Il Pet Food Institute, l’associazione dell’industria americana, ha contestato lo studio perché usa uno standard proprio invece dei limiti fissati dalle autorità. Va detto anche che ogni prodotto è stato analizzato su un solo lotto.

Non sorprende, per chi conosce come il mercurio si accumula nei grandi predatori come il tonno. Ma per un gatto che mangia ogni giorno lo stesso umido al tonno, la varietà delle fonti diventa una questione di salute.

Cosa può fare chi compra

  • Usare il numero verde. Chiedere al produttore quale specie di pesce c’è nel prodotto e da dove arriva. È un diritto previsto dal regolamento europeo.
  • Preferire i prodotti che indicano la specie, e possibilmente anche la zona di pesca, invece della sola categoria “pesci e sottoprodotti dei pesci”.
  • Cercare le certificazioni di pesca sostenibile, che oggi esistono anche per il pet food.
  • Variare la dieta, senza dare al gatto ogni giorno lo stesso prodotto a base di tonno.

Perché ci riguarda

L’Italia è il primo mercato europeo per una filiera che nasce negli oceani tropicali, passa per un paese dove il Dipartimento del Lavoro americano segnala ancora il rischio di lavoro forzato, e arriva sugli scaffali con un’etichetta che non dice né quale pesce sia né da dove venga. Non serve boicottare niente. Serve chiedere la stessa trasparenza che pretendiamo per il pesce che mangiamo noi: la specie, la zona di pesca, il paese d’origine. Dopo l’orata e il polpo, è un altro pezzo di mare lontano che finisce nelle nostre case senza che nessuno ce lo racconti.

Fonti

  • Assalco-Zoomark, Rapporto 2026 (XIX edizione), dati Circana 2025
  • Trade Policy and Strategy Office (TPSO), Ministero del Commercio thailandese, dati export pet food 2024-2025, via The Nation Thailand (17 settembre 2025)
  • Eurostat Comext, import italiano di alimenti per cani e gatti (NC 230910), dati annuali 2015-2025 e mensili gennaio 2025-luglio 2026; elaborazione Il Giornale dei Marinai
  • Observatory of Economic Complexity (OEC), export thailandese di alimenti per cani e gatti (HS 230910), 2022
  • U.S. Department of Labor, ILAB, List of Goods Produced by Child Labor or Forced Labor, aggiornamento del 5 settembre 2024
  • Thailandia, rapporti annuali alla Western and Central Pacific Fisheries Commission (WCPFC), importazioni di tonno per l’industria conserviera
  • ISSF (2017), A summary of bycatch issues and ISSF mitigation activities to date in purse seine fisheries, with emphasis on FADs, Technical Report 2017-06
  • Bangkok Post, “Tuna exports soar as industry recovers”, 2024
  • Regolamento (CE) n. 767/2009 sull’immissione sul mercato e sull’uso dei mangimi
  • Il Fatto Alimentare, analisi delle etichette del pet food al salmone
  • French I., Wainwright B. (2022), DNA barcoding del pet food a Singapore, Frontiers in Marine Science
  • Cardeñosa D. (2019), Genetic identification of threatened shark species in pet food and beauty care products, Conservation Genetics
  • De Silva S.S., Turchini G.M. (2008), Towards understanding the impacts of the pet food industry on world fish and seafood supplies, Journal of Agricultural and Environmental Ethics 21: 459-467
  • Decision Innovation Solutions, Pet Food Production and Ingredient Analysis (2025), via Pet Food Processing
  • Clean Label Project, Cat Food Category Report (ottobre 2026); Pet Food Institute, dichiarazione sullo studio (2 ottobre 2026), via dvm360
  • Associated Press, inchiesta “Seafood from Slaves” (2015); dichiarazioni di Nestlé (novembre 2015)
Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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