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Tartarughe Marine del Mediterraneo – Specie, Biologia e Conservazione | Il Giornale dei Marinai
Biologia Marina · Specie Protette

Le Tartarughe Marine
del Mediterraneo

Cinque specie di rettili marini attraversano le acque del Bacino Mediterraneo. Una sola, la Caretta caretta, vi si riproduce con regolarità. Tutte sono minacciate, tutte protette dalla legge internazionale.

Autore: Marcello Guadagnino Aggiornato: Maggio 2026 Lettura: 18 min Unicam MARAC · Oceanis Srl
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Antichi Navigatori
del Mare Nostrum

Le tartarughe marine rappresentano uno dei lignaggi di vertebrati più antichi ancora esistenti. I loro antenati — i chelonidi marini del Cretaceo — solcavano gli oceani già 100 milioni di anni fa, coevolvendo con gli ambienti costieri e pelagici del pianeta. Oggi, dopo millenni di evoluzione, queste specie si trovano di fronte alla minaccia più grave della loro storia: quella prodotta dall’attività umana in meno di due secoli.

Nel Mediterraneo la situazione è particolarmente delicata. Si tratta di un bacino semi-chiuso, trafficato, intensamente pescato, e le sue coste sabbiose — le stesse in cui le femmine tornano a nidificare ogni estate con precisione magnetica — sono sempre più sottratte dalla pressione turistica e dall’urbanizzazione costiera. La gestione delle popolazioni di tartarughe marine in questo mare richiede un approccio interdisciplinare che integri biologia, oceanografia, politica della pesca e pianificazione territoriale.

Questa guida raccoglie il quadro scientifico attuale: sistematica, fisiologia, comportamento riproduttivo, ruolo ecologico, principali minacce, strumenti normativi e strutture di recupero. È rivolta sia alla comunità scientifica che ai professionisti della pesca e a chi vuole comprendere in profondità questi animali e la loro relazione con il Mediterraneo.

Sistematica comparata

Le 5 Specie a Confronto

Specie Nome comune Famiglia Lunghezza (cm) Peso (kg) IUCN globale Presenza in Med. Dieta adulto
Caretta caretta Tartaruga comune Cheloniidae 70–95 70–170 VU Abbondante, nidificante Bentonica carnivora
Chelonia mydas Tartaruga verde Cheloniidae 80–130 100–230 EN Med. orientale, nidificante locale Erbivora (fanerogame, alghe)
Dermochelys coriacea Tartaruga liuto Dermochelyidae 130–200 250–900 VU Rara, pelagica Gelatinosa (meduse)
Eretmochelys imbricata Tartaruga tartaruga embricata Cheloniidae 60–90 45–75 CR Accidentale (lessepsiana) Spugne, invertebrati
Lepidochelys kempii Tartaruga di Kemp Cheloniidae 55–75 30–50 CR Eccezionale, vagante Granchi, crostacei
Schede specie

Le 5 Specie del Mediterraneo

Chelonia mydas – tartaruga verde EN – In pericolo Leggi la scheda completa
Chelonia mydas (Linnaeus, 1758)

Tartaruga Verde

La seconda specie per importanza nel Mediterraneo, presente principalmente nel bacino orientale con siti di nidificazione attivi a Cipro (spiagge di Lara e Toxeftra) e in Turchia meridionale (Akyatan, Kazanlı, Sugözü). Il nome comune si riferisce al colore verde del grasso sottocutaneo — dovuto all’accumulo di clorofilla e altri pigmenti vegetali — e non al carapace, che appare bruno oliva con riflessi dorati. Caratteristica diagnostica: un solo paio di scute prefrontali (contro i due della Caretta). La dieta cambia radicalmente durante l’ontogenesi: i giovani sono onnivori e si nutrono di invertebrati, alghe e meduse; gli adulti diventano quasi esclusivamente erbivori, specializzandosi nel consumo di fanerogame marine come Posidonia oceanica, Cymodocea nodosa e alghe bentoniche. Questo regime alimentare le attribuisce un ruolo ecologico fondamentale nel mantenimento della struttura e della produttività delle praterie.

Lunghezza80–130 cm
Peso100–230 kg
Dieta adultoErbivora
In Med.Or. nidificante
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Dermochelys coriacea – tartaruga liuto VU – Vulnerabile Leggi la scheda completa
Dermochelys coriacea (Vandelli, 1761)

Tartaruga Liuto

L’unica rappresentante vivente della famiglia Dermochelyidae e la più grande tartaruga marina esistente. A differenza di tutte le altre specie, non possiede un carapace osseo vero e proprio: la struttura dorsale è formata da uno strato di cute coriacea — da cui il nome — rinforzata internamente da migliaia di frammenti osteodermi e solcata da sette carene longitudinali distintive. Questa architettura, unita a uno spesso strato di grasso isolante subcutaneo, consente alla liuto di mantenere la temperatura corporea al di sopra di quella dell’acqua circostante — una forma di endotermia funzionale unica tra i rettili. Nel Mediterraneo è un visitatore pelagico stagionale, attratto dai bloom di meduse. La sua presenza si registra soprattutto nel Tirreno, nel bacino ligure-provenzale e lungo le coste atlantiche iberiche; le segnalazioni aumentano tra maggio e ottobre. Non nidifica nel Mar Mediterraneo.

Lunghezza130–200 cm
Peso250–900 kg
DietaGelatinosa (meduse)
In Med.Rara, pelagica
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Eretmochelys imbricata – tartaruga embricata CR – Critica Scheda completa →
Eretmochelys imbricata (Linnaeus, 1766)

Tartaruga embricata

Estremamente rara nel Mediterraneo, dove compare esclusivamente come vagante accidentale proveniente dal Mar Rosso attraverso il canale di Suez — un caso classico di migrazione lessepsiana. Si riconosce per le scute del carapace sovrapposte a tegola (imbricatae) che danno alla superficie dorsale un aspetto tortuosamente geometrico, e per il becco appuntito e adunco — simile a quello del falco pellegrino — adatto ad estrarre spugne e invertebrati dagli anfratti rocciosi. In passato decimata a livello globale per la commercializzazione del carapace (il “bekko” del commercio orientale), è oggi considerata una delle specie marine più a rischio di estinzione al mondo, con popolazioni globali ridotte di oltre il 80% negli ultimi 100 anni.

Lunghezza60–90 cm
Peso45–75 kg
DietaSpugne, invertebrati
In Med.Accidentale
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Lepidochelys kempii – Tartaruga di Kemp CR – Critica Scheda in preparazione
Lepidochelys kempii (Garman, 1880)

Tartaruga di Kemp

La più piccola e la più rara delle tartarughe marine al mondo. La sua area di distribuzione naturale è limitata al Golfo del Messico e all’Atlantico nordoccidentale, dove si concentra l’unico grande sito di nidificazione conosciuto: la spiaggia di Rancho Nuevo (Tamaulipas, Messico). La presenza nel Mediterraneo è documentata da pochissimi esemplari — quasi sempre giovanili debilitati, trasportati dalla corrente del Golfo verso le coste europee e successivamente nel bacino. Il carapace quasi perfettamente circolare è il carattere morfologico più riconoscibile. Nonostante i massicci programmi di conservazione avviati negli anni ’80, la specie rimane in condizione critica.

Lunghezza55–75 cm
Peso30–50 kg
DietaGranchi, crostacei
In Med.Eccezionale
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Riproduzione

Nidificazione e Schiusa

Fisiologia

Biologia e Adattamenti

Le tartarughe marine sono rettili altamente specializzati per la vita in ambiente marino. Conservano, tuttavia, caratteristiche tipiche del loro lignaggio terrestre: polmoni, riproduzione ovipara su terra ferma e dipendenza dalla temperatura esterna per la termoregolazione.

Dal punto di vista anatomico, le tartarughe marine hanno subito profondi processi di adattamento rispetto alle forme ancestrali. Gli arti anteriori si sono trasformati in pinne allungate e idridinamicamente efficienti — vere e proprie ali che generano portanza nell’acqua con un movimento di “volo subacqueo”. Gli arti posteriori fungono da timone e, nelle femmine, da pale per lo scavo dei nidi. Il carapace, derivato dall’integrazione delle costole e delle vertebre con scute dermiche cheratinizzate, garantisce protezione strutturale mantenendo un profilo aerodinamico adatto alla locomozione pelagica. Fa eccezione la Dermochelys coriacea, che ha perso il carapace osseo in favore di una struttura coriacea più flessibile, adatta alle alte pressioni dell’immersione profonda.

La termoregolazione delle tartarughe marine è prevalentemente ectotermica, ma presenta alcune importanti eccezioni. La tartaruga liuto è in grado di mantenere la temperatura corporea fino a 18°C al di sopra di quella dell’acqua circostante grazie a tre meccanismi combinati: il grande volume corporeo (che rallenta la dispersione termica), la presenza di un esteso strato di grasso sottocutaneo isolante e un sistema di scambio termico controcorrente nei vasi sanguigni delle pinne. Questo le permette di spingersi in acque fredde ad alta latitudine — è stata registrata fino alle acque subartiche — seguendo le migrazioni stagionali delle sue prede gelatinose.

La navigazione magnetica è il sistema di orientamento principale nelle migrazioni a lungo raggio. Le tartarughe percepiscono sia l’intensità che l’inclinazione del campo magnetico terrestre attraverso cristalli di magnetite presenti in alcune strutture craniali. Esperimenti di alterazione del campo magnetico in laboratorio hanno dimostrato che gli animali modificano la direzione di nuoto in risposta a variazioni artificiali del campo. Questo sistema bussola-mappa magnetica consente migrazioni di migliaia di chilometri con una precisione straordinaria, ed è alla base del natal homing — il ritorno alla spiaggia natale.

Le immersioni delle tartarughe marine sono regolate da una complessa fisiologia respiratoria. A riposo sul fondo, il metabolismo rallenta drasticamente e la bradicardia riduce il consumo di ossigeno: una Caretta caretta in letargo invernale può rimanere in apnea per 4–7 ore. In condizioni normali di attività la durata delle immersioni è di 15–45 minuti, con brevi emersioni per ventilare i polmoni. La capacità di trattenere il respiro dipende anche dalla temperatura dell’acqua: acque più fredde riducono il metabolismo e allungano la durata delle apnee.

Navigazione magnetica e natal homing

Le femmine adulte compiono migrazioni transoceaniche — in alcuni casi superiori a 3.000 km — per tornare a deporre sulla spiaggia natale. La fedeltà al sito è documentata con precisione da studi di telemetria satellitare e di genotipizzazione molecolare: femmine della stessa spiaggia formano cluster genetici distinti da quelle di spiagge vicine.

I piccoli imparano la “firma magnetica” del sito di nascita durante i primi minuti di vita, prima di raggiungere il mare. Questo imprinting avviene nei momenti che precedono e seguono la schiusa, quando la tartaruga è ancora nella colonna di sabbia. La precisione del ritorno, dopo decenni in mare, è nell’ordine di pochi chilometri.

Gli anni perduti — la fase pelagica giovanile

Dopo aver raggiunto il mare, i piccoli intraprendono una fase pelagica della durata stimata di 3–10 anni, durante la quale si lasciano trasportare dalle grandi correnti oceaniche — nel caso del Mediterraneo, prevalentemente dalla corrente superficiale atlantica che entra dallo Stretto di Gibilterra e da quella tirrenica. In questa fase, chiamata “anni perduti” (lost years), gli individui sono quasi impossibili da localizzare e i dati biologici sono scarsissimi.

Solo quando raggiungono i 20–30 cm di carapace si insediano nelle aree di foraggiamento bentonico costiere, dove inizia la fase necto-bentonica della loro vita adulta. Le tecniche di telemetria satellitare miniaturizzata stanno finalmente permettendo di seguire questa fase per la prima volta.

Ciclo biologico

Riproduzione e Determinismo Sessuale

Il ciclo riproduttivo delle tartarughe marine è tra i più complessi del regno animale, caratterizzato da maturità tardiva, lunga migrazione riproduttiva, deposizione multipla e un meccanismo di determinazione del sesso interamente dipendente dalla temperatura di incubazione.

Le femmine raggiungono la maturità sessuale tra i 20 e i 35 anni (con variazioni tra le specie: più precoce nella Lepidochelys, più tardiva nella Caretta). Questo ritardo biologico ha implicazioni gestionali enormi: gli effetti di una riduzione della sopravvivenza adulta non si manifestano sulla struttura della popolazione per due o tre decenni. Una tartaruga uccisa da una rete da posta oggi rappresenta la perdita di decine di nidiate future che si sarebbero diluite su 30–40 anni.

La stagione riproduttiva nel Mediterraneo si estende da maggio a settembre, con picco di deposizione tra giugno e luglio. I maschi si trattengono nelle acque antistanti i siti di nidificazione per accoppiarsi con più femmine. Una femmina può conservare sperma vitale per diversi mesi nei suoi ovidotti e utilizzarlo per fertilizzare più covate in una stessa stagione — fenomeno noto come polyandry e sperm storage. Analisi di paternità molecolare hanno dimostrato che una singola nidiata può avere contributo genetico di 2–7 maschi diversi.

Ogni femmina depone in media 3–5 nidiate per stagione, con un intervallo di 10–14 giorni tra una deposizione e l’altra. Ogni nidiata contiene 80–130 uova di forma sferica (diametro ∼4 cm, Caretta caretta), con guscio pergamenoso e flessibile. Le femmine non nidificano ogni anno: la remigration interval — l’intervallo tra stagioni riproduttive successive della stessa femmina — è di 2–5 anni, con notevole variabilità individuale e interannuale.

Il meccanismo di Temperatura-Dependent Sex Determination (TSD) regola il sesso dei piccoli senza alcun intervento cromosomico: non esistono cromosomi sessuali nelle tartarughe marine. La temperatura critica (pivotal temperature, Tp) si colloca intorno a 29°C per la Caretta caretta: temperature di incubazione superiori producono prevalentemente femmine, inferiori prevalentemente maschi. La transizione non è netta ma segue una sigmoide: a 29°C si ottiene circa il 50% di ciascun sesso; a 31°C si avvicina al 100% di femmine; a 27°C al 100% di maschi. Il riscaldamento climatico sta producendo un progressivo sbilanciamento del sex ratio verso le femmine in tutte le popolazioni monitorate: alcune spiagge australiane e caraibiche mostrano già un rapporto di 9:1 femmine/maschi.

La schiusa avviene dopo un periodo di incubazione di 45–65 giorni (variabile con la temperatura). I piccoli emergono preferibilmente nelle ore notturne, ridurendo il rischio di predazione e disidratazione. Si orientano verso il mare usando il gradiente luminoso dell’orizzonte marino rispetto alla vegetazione dunale e la pendenza della sabbia; la presenza di luci artificiali sulla spiaggia li disorientra gravemente, causando mortalità massiccia per essiccamento e predazione.

TSD e cambiamento climatico: un problema emergente

L’aumento delle temperature globali sta modificando profondamente il sex ratio delle popolazioni nidificanti nel Mediterraneo. Studi condotti sulle spiagge greche di Zante tra 2010 e 2024 documentano un progressivo incremento della proporzione di femmine nelle nidiate, con una proiezione che porta a sex ratio criticamente sbilanciati entro il 2050 nelle aree più calde del bacino.

L’impatto a lungo termine sulla viabilità demografica delle popolazioni è ancora dibattuto: da un lato, lo squilibrio riduce la disponibilità di maschi per la fertilizzazione; dall’altro, le femmine sono il fattore limitante della produzione di nidiate. La risposta evolutiva a breve termine (selezione per tolleranza termica più elevata) potrebbe tamponare parzialmente l’effetto.

Il nido: struttura e microclima

La femmina sceglie il sito di nidificazione con criteri precisi: sabbia compatta ma scavabile, temperatura del substrato adeguata, posizione al di sopra della linea di marea. Scava con le pinne posteriori una cavità a forma di campana profonda 40–70 cm, vi deposita le uova e la ricopre accuratamente. Il nido funziona come una camera termica: il calore prodotto dalla fermentazione batterica della sabbia organica contribuisce a mantenere temperature costanti. La posizione in spiaggia — vicinanza alla vegetazione, distanza dal mare, esposizione solare — influenza direttamente la temperatura di incubazione e quindi il sex ratio della nidiata.

Ruolo nell’ecosistema

Ecologia Trofica e Funzione Ecosistemica

Le tartarughe marine non sono semplici componenti della catena alimentare: sono ingegneri dell’ecosistema marino. La loro presenza o assenza modifica struttura e funzionamento degli habitat che frequentano, con effetti a cascata su molte altre specie.

La Caretta caretta è un predatore bentonico generalista che esercita un controllo top-down sulle popolazioni di ricci di mare, gasteropodi, bivalvi e crostacei. Studi di ecologia trofica condotti in Adriatico e nel Mar Ionio documentano come la riduzione della densità di Caretta — seguita a periodi di alta mortalità da bycatch — si correli a incrementi nelle popolazioni di ricci e a una conseguente riduzione della copertura algale. Si tratta di un effetto indiretto che modifica la struttura del paesaggio bentonico su scala locale.

La Chelonia mydas adulta è uno dei pochi grandi erbivori marini del Mediterraneo. Il pascolamento sulle praterie di Posidonia oceanica e Cymodocea nodosa stimola il rinnovamento fogliare, rimuove biomassa senescente e favorisce la penetrazione della luce nel manto fogliare. Nelle aree tropicali, dove le popolazioni di tartarughe verdi sono ancora consistenti, le praterie di Thalassia mostrano tassi di crescita e densità superiori rispetto ad aree simili con bassa densità di tartarughe. Per il Mediterraneo questo effetto è oggi largamente perduto a causa della drastica riduzione delle popolazioni storiche di Chelonia mydas.

La Dermochelys coriacea svolge una funzione di regolazione sulle popolazioni di meduse, particolarmente rilevante nei periodi di bloom. Le grandi aggregazioni di Pelagia noctiluca e Rhizostoma pulmo nel Mediterraneo estivo sono in parte favorite dall’assenza di predatori sufficientemente abbondanti. La tartaruga liuto, con il suo apparato buccale dotato di papille spinose retroverse, è specializzata nell’ingestione di organismi gelatinosi; un singolo adulto può consumare il suo equivalente in peso di meduse ogni giorno.

Un aspetto spesso trascurato è il ruolo delle tartarughe marine nel trasporto di nutrienti tra ecosistemi. Le femmine che emergono sulle spiagge per nidificare trasportano nutrienti marini nell’ecosistema dunale: le uova non schiuse, le membrane e i gusci che rimangono nel nido dopo la schiusa costituiscono una fonte di azoto e fosforo per la vegetazione dunale e per gli invertebrati della lettiera. Nelle spiagge di nidificazione attiva, la densità di nidi influenza significativamente la produttività della vegetazione psammofila sovrastante.

Caretta caretta
Controllo del benthos costiero

Predatore top-down di ricci, molluschi e crostacei. La sua attività di foraggiamento modifica la struttura delle comunità bentoniche, favorendo la diversità algale in habitat rocciosi e sabbiosi.

Chelonia mydas
Ingegnere delle praterie marine

Il pascolamento degli adulti stimola il rinnovamento e la produttività delle fanerogame marine. La perdita di questo servizio ecosistemico a seguito del declino delle popolazioni è oggi documentata in tutto il Mediterraneo orientale.

Dermochelys coriacea
Regolazione dei bloom di meduse

Specialista dei bloom di gelatinosi, è uno dei pochi vertebrati in grado di consumare grandi quantità di meduse. La sua rarefazione nel Mediterraneo contribuisce alla sempre maggiore frequenza e intensità dei fenomeni di bloom estivo.

Conservazione

Minacce e Pressioni Antropiche

Nel Mediterraneo le tartarughe marine si trovano ad affrontare un insieme di pressioni che agiscono simultaneamente su più stadi del loro ciclo vitale. A differenza di molte altre specie marine, la combinazione di maturità tardiva, bassa natalità relativa e alta fedeltà ai siti rende le popolazioni di tartarughe particolarmente vulnerabili agli impatti cumulativi.

CriticaBycatch — cattura accidentale

La principale causa di mortalità non naturale nel Mediterraneo. Le tartarughe vengono catturate incidentalmente da palangari pelagici (la minaccia più grave per la Caretta caretta), reti da posta derivanti, reti a strascico e nasse. I palangari galleggianti per il pesce spada e il tonno utilizzano amine innescate con cefalopodi che attraggono anche le tartarughe. Gli ami si conficcano nella bocca, nell’esofago o nelle pinne; anche quando l’animale viene liberato vivo, i danni interni possono causare morte ritardata. Nel Mediterraneo si stima che tra 40.000 e 100.000 tartarughe vengano catturate accidentalmente ogni anno dai palangari. L’adozione di ami circolari (circle hooks) al posto degli ami a J riduce la cattura di tartarughe del 60–90% senza influenzare significativamente il rendimento per le specie bersaglio.

CriticaDegrado e perdita delle spiagge nidificanti

L’urbanizzazione costiera, la stabilizzazione artificiale delle dune, la pulizia meccanica delle spiagge e la presenza di infrastrutture balneari (sdraio, ombrelloni, pedalò) compattano la sabbia, bloccano l’accesso delle femmine ai siti di nidificazione e distruggono fisicamente le nidiate. L’illuminazione artificiale notturna è una minaccia di particolare gravità: i piccoli, programmati per orientarsi verso il punto di maggiore luminosità sull’orizzonte (normalmente il riflesso del cielo sul mare), vengono attratti dalle luci dei borghi costieri, percorrono decine di metri in direzione opposta al mare e muoiono per essiccamento o predazione. Stime conservatrici indicano che nelle spiagge più illuminate del Mediterraneo il disorientamento artificiale causa la perdita del 20–50% dei piccoli schiusi.

AltaCambiamento climatico

Il riscaldamento globale agisce su più livelli contemporaneamente. L’aumento delle temperature di incubazione modifica il sex ratio (vedi sezione TSD), potenzialmente fino a rendere le popolazioni non più autosufficienti demograficamente. L’innalzamento del livello del mare erode fisicamente le spiagge nidificanti o le rende sommerse durante le mareggiate, causando perdita diretta delle nidiate. La modifica delle correnti oceaniche altera le rotte migratorie e le aree di foraggiamento. L’aumento della frequenza degli eventi meteorologici estremi (mareggiate tardive nella stagione di nidificazione) può distruggere grandi quantità di nidi concentrati nelle stesse spiagge.

AltaInquinamento marino e ingestione di plastiche

Le macroplastiche galleggianti vengono ingerite per confusione con le meduse, principalmente dalla Dermochelys coriacea ma anche dalla Caretta caretta. L’ingestione causa ostruzione gastrointestinale, perforazione e morte. Il ghost fishing — reti, lenze e ami abbandonati in mare — intrappola e annega decine di migliaia di tartarughe ogni anno nel Mediterraneo. La contaminazione da idrocarburi, metalli pesanti (mercurio, piombo, cadmio) e composti organici persistenti (PCB, DDT residuo) si accumula nei tessuti adiposi e compromette il sistema immunitario, la funzione riproduttiva e la resistenza alle patologie.

ModerataCollisioni con imbarcazioni

Le tartarughe salgono regolarmente in superficie per respirare e termoregolare, esponendosi alle carene e alle eliche delle imbarcazioni a motore. Le ferite da elica — lesioni lacero-contuse al carapace e agli arti — sono la seconda causa più frequente di ricovero nei centri di recupero italiani dopo il bycatch. Le aree a maggiore rischio coincidono con le rotte dei traghetti veloci nel Tirreno, nello Stretto di Messina e in Adriatico. L’adozione di dispositivi di segnalazione delle aree frequentate da tartarughe e la riduzione delle velocità nelle zone sensibili sono misure in discussione in sede europea.

ModerataFibropapillomatosi

Malattia tumorale causata dal Cheloniid herpesvirus 5 (ChHV5), in aumento nelle popolazioni mediterranee degli ultimi 20 anni. Produce papillomi fibrosi multipli a carico della cute, delle pinne, degli occhi e degli organi interni, compromettendo la mobilità, la visione e l’alimentazione. La malattia è correlata a condizioni ambientali di stress — eutrofizzazione, contaminazione da nitrati, temperature elevate — che deprimono il sistema immunitario. La forma oculare è particolarmente invalidante: produce cecità che impedisce la caccia e il ritorno alle spiagge nidificanti. La trasmissione avviene per contatto diretto tra individui.

Diritto ambientale

Quadro Normativo e Strumenti di Tutela

Le tartarughe marine godono di una delle reti di protezione normativa più articolate tra le specie marine. A livello internazionale, europeo e nazionale esistono strumenti che ne vietano la cattura, ne regolano il bycatch e impongono obblighi di conservazione degli habitat riproduttivi. L’efficacia di questi strumenti dipende però dall’attuazione concreta da parte degli Stati e dai meccanismi di controllo e sanzione.

CITES — Appendice I
Convenzione sul Commercio Internazionale di Specie Minacciate

Tutte le specie di tartarughe marine sono inserite nell’Appendice I della CITES, che vieta qualsiasi commercio internazionale a scopo commerciale di individui, uova, carapaci e derivati. Il commercio per scopi scientifici è soggetto ad autorizzazioni straordinarie.

Direttiva Habitat 92/43/CEE
Allegati II e IV — Specie di interesse comunitario

La Caretta caretta è inclusa nell’Allegato II (specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione — ZSC) e nell’Allegato IV (specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa). Tutti gli Stati membri UE sono tenuti a designare ZSC nei siti marini di nidificazione e foraggiamento.

Convenzione di Barcellona — Protocollo SPA/BD
Aree Specialmente Protette e Diversità Biologica nel Mediterraneo

Tutte le specie di tartarughe marine sono inserite nell’Annex II (specie in pericolo o minacciate) del Protocollo SPA/BD. Gli Stati contraenti sono obbligati a vietarne la cattura, il disturbo e il commercio, e ad adottare piani d’azione per la conservazione. L’Italia è tra i paesi contraenti.

Convenzione di Berna
Conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa

Le tartarughe marine sono inserite nell’Appendice II (fauna rigorosamente protetta). La convenzione obbliga gli Stati contraenti a vietarne la cattura, il disturbo, il commercio e la distruzione di uova, nidi e habitat di riproduzione.

Legge 157/1992 — Italia
Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma

In Italia la cattura, la detenzione e l’uccisione di tartarughe marine sono reati penalmente perseguibili. Il bycatch accidentale deve essere segnalato alla Capitaneria di Porto; il pescatore è obbligato a liberare l’animale vivo o a consegnarlo al centro di recupero più vicino in caso di ferimento.

Reg. UE 1380/2013 — Politica Comune della Pesca
Misure per ridurre il bycatch di specie non bersaglio

Il Regolamento sulla Politica Comune della Pesca impone agli Stati membri l’obbligo di adottare misure tecniche per ridurre il bycatch di specie protette, incluse le tartarughe marine. In Italia il Piano d’Azione Nazionale per la Riduzione delle Catture Accidentali (PANRCA) prevede l’obbligo di utilizzo di ami circolari in determinati segmenti della pesca con palangaro.

Rete di soccorso

Centri di Recupero in Italia

In Italia esiste una rete di centri di recupero per tartarughe marine distribuiti lungo tutta la penisola e nelle isole, coordinati a livello scientifico da ISPRA e operativamente connessi alle Capitanerie di Porto e alla Guardia Costiera. I centri ricevono gli animali feriti, li curano, li riabilitano e li rilasciano in mare. Tutte le attività di recupero sono soggette ad autorizzazione ministeriale.

Il numero di ricoveri annui è in costante aumento: ciò riflette sia un incremento reale degli incidenti, sia una maggiore efficienza della rete di segnalazione e soccorso. In caso di avvistamento di una tartaruga in difficoltà, il numero da chiamare è il 1530 (Guardia Costiera), attivo 24 ore su 24.

Centro Recupero Tartarughe Marine — Acquario di Genova
Genova, Liguria

Il centro più attivo del Tirreno settentrionale, gestito dalla Costa Edutainment. Specializzato nel recupero di esemplari con lesioni da collisione e intossicazione da plastiche. Opera in stretto coordinamento con le autorità marittime del Mar Ligure e del Tirreno nord-occidentale.

Centro di Recupero Tartarughe Marine — Fondazione CMAS
Napoli, Campania

Centro di riferimento per il Tirreno centrale, con vasca di riabilitazione e protocolli clinici per la gestione delle lesioni da bycatch e fibropapillomatosi. Collabora con l’Università di Napoli Federico II per le attività di ricerca.

Stazione Zoologica Anton Dohrn
Napoli, Campania

Istituzione di ricerca di riferimento per la biologia marina nel Mediterraneo. Coordina programmi di monitoraggio delle popolazioni di tartarughe marine e fornisce supporto scientifico alle attività di recupero e conservazione.

Centro Recupero Tartarughe — Legambiente Calabria
Brancaleone, Calabria

Situato in una delle aree a più alta densità di nidificazione della Caretta caretta in Italia. Gestisce il monitoraggio delle spiagge nidificanti ionica e tirrenica calabrese, il recupero degli animali feriti e il rilascio dei piccoli da nidiate a rischio.

Centro Recupero Tartarughe Marine — WWF Brindisi
Brindisi, Puglia

Centro di riferimento per l’Adriatico meridionale, area in cui il bycatch da pesca con reti da posta e palangari è particolarmente intenso. Gestisce le segnalazioni provenienti dal tratto di costa tra il Salento e il Gargano.

Centro di Recupero Tartarughe Marine — Cattolica Acquario
Cattolica, Emilia-Romagna

Centro di riferimento per l’Adriatico settentrionale e centrale. Opera in un’area dove il fenomeno del cold-stunning — l’intorpidimento da freddo in autunno inoltrato — produce un numero significativo di ricoveri ogni anno, specialmente da ottobre a dicembre.

Domande Frequenti

FAQ sulle Tartarughe Marine

Non tentare di rimettere l’animale in mare da solo. Una tartaruga spiaggiata o in difficoltà presenta quasi sempre una condizione clinica che richiede cure veterinarie. Chiama immediatamente la Guardia Costiera al 1530 (attivo 24 ore su 24) comunicando la posizione GPS dell’animale. Nell’attesa dei soccorsi: tienila all’ombra, coprila con un panno umido senza occludere le narici, bagnala periodicamente con acqua di mare — non dolce — e non spostarla a meno che non sia in pericolo imminente di vita (corrente marina, macchinari). Documenta con fotografie la posizione, l’aspetto dell’animale e eventuali ferite visibili.
La nidificazione di Caretta caretta in Italia è in costante crescita: si stimano tra 300 e 500 nidi all’anno, distribuiti principalmente lungo le coste ioniche di Calabria e Basilicata, le coste siciliane (Agrigento, Ragusa, Siracusa, Trapani), la Puglia (Salento, Gargano) e sempre più frequentemente la Sardegna e le coste tirreniche. Il monitoraggio è coordinato da Legambiente (Progetto Tartarughe) e da strutture universitarie e di ricerca, con dati confluiti nel database nazionale curato da ISPRA. I siti storicamente più produttivi sono le spiagge di Brancaleone (Calabria), Capocasale (Basilicata) e le spiagge agrigentine in Sicilia.
I caratteri diagnostici più affidabili sono: (1) numero di scute costali — 5 paia nella Caretta, 4 nella Chelonia; (2) scute prefrontali — 2 paia nella Caretta, 1 paio nella Chelonia; (3) morfologia della testa — grande e massiccia nella Caretta, piccola e appuntita nella Chelonia; (4) colore del carapace — marrone-rossiccio nella Caretta, bruno oliva nella Chelonia. La Dermochelys è inconfondibile per l’assenza di scute ossee e la presenza di 7 carene longitudinali sul carapace coriaceo. La Eretmochelys ha scute imbricate e becco adunco; la Lepidochelys ha carapace circolare e testa piccola.
Sì. In base alla normativa italiana e al diritto comunitario (Reg. UE 1380/2013), il pescatore che cattura accidentalmente una tartaruga marina è obbligato a: (1) liberare l’animale vivo con la massima cura e nel minor tempo possibile; (2) segnalare l’accaduto alla Capitaneria di Porto competente; (3) in caso di animale ferito o incapace di nuotare, consegnarlo al centro di recupero autorizzato più vicino. La mancata segnalazione costituisce illecito amministrativo. L’uso di ami circolari è obbligatorio per determinate categorie di palangari (circolare MIPAAF 2022) ed è incentivato dalle misure del FEAMPA 2021-2027 come pratica di pesca a basso impatto.
Sì. Le tartarughe marine sono in grado di modulare il consumo di ossigeno in modo straordinariamente efficiente. In condizioni di attività normale, emergono ogni 15–45 minuti per ventilare i polmoni con pochi atti respiratori veloci. Quando si trovano in acqua fredda o in stato di letargo invernale (fenomeno documentato in Adriatico), il metabolismo si riduce drasticamente e la frequenza cardiaca scende a 1–2 battiti al minuto: in queste condizioni possono restare in apnea per 4–7 ore. È questo il motivo per cui le tartarughe catturate nelle reti annegano rapidamente — anche in reti sommerse a pochi metri di profondità — se non vengono liberate entro 30–60 minuti dalla cattura.
Sì, è uno dei fenomeni meglio documentati nell’ecologia delle tartarughe marine degli ultimi decenni. Studi publicati su Nature e Current Biology documentano che in alcune popolazioni dell’Indo-Pacifico e dei Caraibi il rapporto femmine/maschi ha già raggiunto valori di 9:1 o superiori. Per il Mediterraneo i dati sono più frammentati, ma le spiagge monitorate in Grecia e Turchia mostrano una tendenza analoga. L’impatto demografico a lungo termine è ancora incerto: alcuni modelli suggeriscono che un eccesso di femmine riduce l’efficienza riproduttiva; altri indicano che le femmine — fattore limitante nella produzione di uova — potrebbero compensare con un aumento della produzione totale di nidiate. La risposta evolutiva della specie alla pressione di selezione termica rappresenta uno degli ambiti di ricerca più attivi della biologia marina conservazionistica.
Marcello Guadagnino – biologo marino
A cura di
Marcello Guadagnino
Biologo marino · Direttore scientifico Il Giornale dei Marinai

Biologo marino con sede a Montpellier. Fondatore e direttore de Il Giornale dei Marinai dal 2013, punto di riferimento per la biologia marina e la pesca professionale nel Mediterraneo. Responsabile scientifico di Oceanis Srl.

Fonti e riferimenti bibliografici
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  • Casale P. & Margaritoulis D. (eds) (2010). Sea turtles in the Mediterranean: distribution, threats and conservation challenges. IUCN SSC Marine Turtle Specialist Group. IUCN, Gland, Switzerland.
  • Laloë J.O. et al. (2014). Effects of rising temperature on the viability of an important sea turtle rookery. Nature Climate Change, 4, 513–518.
  • Hochscheid S. et al. (2010). Overwintering behaviour in loggerhead sea turtles (Caretta caretta) in the Mediterranean Sea. Marine Ecology Progress Series, 405, 269–278.
  • Casale P. (2011). Sea turtle by-catch in the Mediterranean. Fish and Fisheries, 12(3), 299–316.
  • Jensen M.P. et al. (2018). Environmental warming and feminization of one of the largest sea turtle populations in the world. Current Biology, 28(1), 154–159.
  • Direttiva 92/43/CEE del Consiglio del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche — Allegati II e IV. EUR-Lex
  • Regolamento (UE) N. 1380/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla politica comune della pesca. EUR-Lex
  • Legge n. 157 dell’11 febbraio 1992 — Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio. Gazzetta Ufficiale n. 46 del 25 febbraio 1992.
  • MEDASSET — Mediterranean Association to Save the Sea Turtles. Rapporti annuali di monitoraggio 2018–2024. medasset.org
  • Plotkin P.T. (ed.) (2007). Biology and Conservation of Ridley Sea Turtles. Johns Hopkins University Press, Baltimore.
  • Paladino F.V. et al. (1990). Metabolism of leatherback turtles, gigantothermy, and thermoregulation of dinosaurs. Nature, 344, 858–860.

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