Biologia Marina

Perché l’anguilla muore dopo aver deposto le uova (e l’orata no): semelparità e iteroparità nei pesci

In biologia esistono due grandi strategie riproduttive, agli estremi opposti di uno stesso spettro: mettere tutte le proprie risorse energetiche in un unico, enorme evento riproduttivo e poi morire, oppure distribuire lo sforzo su più stagioni, mantenendosi in vita per riprovarci l’anno successivo. La prima strategia si chiama semelparità, la seconda iteroparità, e nel Mediterraneo abbiamo un esempio da manuale di ciascuna: l’anguilla europea (Anguilla anguilla) per la prima, quasi tutti gli sparidi — orate, saraghi, dentici — per la seconda.

semelparità

L’anguilla vive gran parte della sua esistenza in acque interne o costiere, spesso per decenni, accumulando riserve di grasso in una fase chiamata “gialla”. Quando arriva il momento della maturazione sessuale, l’animale si trasforma fisicamente — occhi che si ingrandiscono, pelle che cambia colore virando all’argento, apparato digerente che regredisce fino quasi a scomparire — e intraprende una migrazione oceanica di migliaia di chilometri verso il Mar dei Sargassi, l’unico luogo dove la specie si riproduce. Il viaggio dura mesi, l’anguilla non si alimenta più, consuma le proprie riserve fino all’osso, si riproduce una sola volta, e muore. Non esiste un “anno prossimo” per un’anguilla adulta: tutto il capitale energetico di una vita viene investito in un singolo evento riproduttivo, ottimizzato per produrre il massimo numero di uova possibile in quell’unica occasione.

L’orata segue una logica completamente diversa. Si riproduce ogni anno, in autunno-inverno, ma non esaurisce le proprie riserve: depone un certo numero di uova, poi torna ad alimentarsi, ricostituisce le energie e l’anno successivo ripete il ciclo, spesso per molte stagioni consecutive. Questa è la strategia iteropara: puntare su ripetizione e diversificazione del rischio riproduttivo nel tempo, piuttosto che su un singolo evento massimizzato.

Perché due strategie così diverse sono entrambe evolutivamente vincenti?

La teoria della storia di vita (life-history theory) spiega che la scelta dipende dal rapporto tra probabilità di sopravvivenza dopo la riproduzione e valore riproduttivo futuro atteso. Per l’anguilla, il viaggio verso il Mar dei Sargassi è talmente rischioso, dispendioso e imprevedibile che le probabilità di sopravvivere per riprodursi una seconda volta sono statisticamente trascurabili: conviene quindi investire tutto in un solo colpo, producendo un numero di uova (anche oltre un milione per femmina) che compensi l’assenza di future occasioni. Per l’orata, che vive in un ambiente costiero relativamente più stabile e prevedibile, sopravvivere alla riproduzione e riprovarci l’anno dopo è un’opzione realistica e conveniente: distribuire il rischio su più stagioni riduce la probabilità che un singolo evento sfavorevole (una tempesta, una fioritura algale tossica, un anno di scarsità di prede) azzeri l’intero investimento riproduttivo della specie.

Questa distinzione ha conseguenze dirette sulla gestione della pesca. Le specie semelpare come l’anguilla sono estremamente vulnerabili allo sfruttamento in una fase precisa del ciclo vitale: intercettare gli individui in migrazione verso la riproduzione (come avviene storicamente con le “lattarini” e le ceche in risalita nei fiumi, o con la cattura delle anguille argentine in uscita) significa eliminare un individuo prima che possa contribuire anche una sola volta alla generazione successiva — non c’è nessun “anno prossimo” da recuperare. È uno dei motivi per cui l’anguilla europea è oggi classificata come Criticamente Minacciata dalla IUCN, con un crollo del reclutamento superiore al 90% rispetto ai livelli storici. Le specie iteropare, al contrario, tollerano meglio (fino a un certo punto) la pesca di alcune classi d’età, perché la popolazione può contare su più coorti riproduttive sovrapposte negli anni.

Il Mediterraneo, con la sua straordinaria varietà di storie di vita ittiche, offre casi intermedi altrettanto interessanti: alcune specie di piccoli pelagici a vita breve (come le acciughe) sono iteropare ma con pochissime stagioni riproduttive disponibili, il che le rende comunque molto sensibili alle fluttuazioni ambientali e alla pressione di pesca. Comprendere dove si colloca una specie su questo spettro — un solo colpo o molte occasioni — resta uno degli strumenti concettuali più utili per capire perché due pesci apparentemente simili reagiscono in modo radicalmente diverso allo stesso livello di sfruttamento.

Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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