Relitto romano a Punta Chiappa: le anfore di Portofino ritrovate dopo 67 anni
Nel 1959 un pioniere della subacquea italiana aveva visto anfore romane incastrate fra le rocce di Punta Chiappa, a Camogli. Pochi mesi dopo erano sparite. Sessantasette anni più tardi, i Carabinieri subacquei di Genova le hanno ritrovate.
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Il sito si trova nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino, oltre i 40 metri di profondità. I militari del Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova erano in immersione per un’esercitazione quando hanno individuato un’anfora romana intatta. Le verifiche successive, condotte insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria e al suo servizio tecnico per l’archeologia subacquea, hanno contato nove anfore, raccolte in uno spazio ristretto tra le fessure della parete rocciosa.

Anfore da vino della tarda Repubblica
I contenitori sono anfore di tipo Dressel 1, la famiglia di anfore da trasporto più diffusa per il vino italiano nella tarda età repubblicana. Per forma e dettagli sono attribuibili alla variante 1A, prodotta nell’area tirrenica tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., quando il commercio romano del vino si stava espandendo in tutto il Mediterraneo occidentale.
Il fondale le ha in parte inglobate: sono incastrate nella roccia e ricoperte di concrezioni biologiche. Due anfore, quelle più esposte, sono state recuperate subito, perché l’area è frequentatissima dai subacquei e il rischio di asportazione è concreto.
La storia del 1959: Duilio Marcante e la scomparsa
Il ritrovamento ha una storia che vale quasi più della scoperta. Il 7 novembre 1959 Duilio Marcante, uno dei padri della subacquea italiana, localizzò due anfore durante un’immersione con i Carabinieri. Il 9 novembre la squadra tornò sul posto e ne recuperò due integre, proprio per sottrarle ai saccheggi. Il 10 novembre Marcante segnalò il sito alla Soprintendenza alle Antichità della Liguria e al Centro Sperimentale di Archeologia Subacquea di Albenga, diretto da Nino Lamboglia.
Le ricerche ufficiali partirono solo nel maggio 1960, con Gianni Roghi, Marcante e i Carabinieri. Il presunto cumulo di anfore non c’era più. Restavano tre anfore frammentarie inglobate nelle concrezioni e un’anfora legata con una cordicella sottile, pronta per essere portata via. Lamboglia raccontò il caso nel 1961, alla terza Conferenza internazionale di archeologia subacquea di Barcellona: secondo lui il sito era stato saccheggiato nel frattempo. Da allora del relitto di Punta Chiappa non si era più saputo nulla.
Perché è una buona notizia anche per il mare
Un relitto dentro un’area marina protetta è un caso particolare: è patrimonio culturale ma anche un piccolo habitat. Le concrezioni che avvolgono le anfore sono costruite da organismi incrostanti, gli stessi che a quelle profondità formano il coralligeno. Molti siti archeologici sommersi del Mediterraneo sono diventati nel tempo isole di biodiversità, e proteggerli dal saccheggio significa anche lasciarli lavorare come substrato duro.
La Soprintendenza ha indicato due priorità: un monitoraggio costante del sito e una regolamentazione delle immersioni in quell’area. È la lezione del 1959: un ritrovamento noto a troppi, senza tutela, dura pochi mesi.
Chi volesse approfondire il rapporto fra immersioni e archeologia nei nostri mari trova una panoramica nella guida Subacquea e archeologia: scoperte e tesori sommersi nel Mediterraneo.
Fonti
- Finestre sull’Arte, articolo sul ritrovamento del relitto di Punta Chiappa (Camogli), 22 ottobre 2026
- GreekReporter, «Roman “Ghost Shipwreck” Rediscovered Off Italy After 67 Years», 24 ottobre 2026
- N. Lamboglia, atti della III Conferenza internazionale di archeologia subacquea, Barcellona 1961






