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La torpedine contro il mal di testa: la prima terapia elettrica della storia nacque nel Mediterraneo

Nel 47 d.C. un medico romano scrisse una ricetta che oggi suona incredibile: per far passare un forte mal di testa bisogna appoggiare sulla fronte del paziente una torpedine viva, e tenercela finché la parte non diventa insensibile. È la prima terapia elettrica documentata della storia, ed è nata con un pesce del Mediterraneo. Da quella ricetta parte una storia lunga quasi duemila anni, che passa per Firenze, La Rochelle e Como e arriva fino ai laboratori di neuroscienze di oggi.

In questo articolo · 9 sezioni
  1. Un pesce che “addormenta”
  2. Scribonio Largo, il medico dell’imperatore Claudio
  3. Veleno, freddo o “particelle”? Quindici secoli di ipotesi
  4. 1772, La Rochelle: “l’effetto della torpedine è assolutamente elettrico”
  5. Volta e la pila: un “organo elettrico artificiale”
  6. Il Novecento: la torpedine e il primo recettore del cervello
  7. Domande frequenti
  8. Per approfondire
  9. Fonti
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Un pesce che “addormenta”

Gli antichi non sapevano cosa fosse l’elettricità, ma conoscevano benissimo l’effetto della torpedine. I Greci la chiamavano nárke, cioè “torpore, intorpidimento”: è la stessa radice da cui viene la nostra parola narcosi. Il latino torpedo deriva invece da torpere, “essere intorpidito”. Il nome, in entrambe le lingue, descrive esattamente quello che si prova toccandola.

Aristotele, nella Storia degli animali, racconta che la torpedine si nasconde nella sabbia e stordisce i pesci che vuole mangiare. Platone, nel Menone, fa dire a un interlocutore che Socrate somiglia a una torpedine, perché “intorpidisce” chi discute con lui fino a lasciarlo senza parole. Era un pesce famoso, insomma, e i pescatori del Mediterraneo sapevano che anche attraverso una lenza o una fiocina la scossa poteva arrivare fino alla mano.

Nel Mediterraneo vivono tre specie: la torpedine marmorata, la più comune, la torpedine occhiata e la torpedine nera, la più grande, che può superare il metro e produrre scariche di circa 200 volt. Ed è proprio una “torpedine nera” quella che compare nella ricetta romana.

Scribonio Largo, il medico dell’imperatore Claudio

Di Scribonio Largo sappiamo pochissimo, quasi solo quello che lui stesso scrive. Probabilmente era originario della Sicilia o ci visse a lungo. Lavorò alla corte di Claudio, seguì l’imperatore nella spedizione in Britannia del 43 d.C. e qualche anno dopo raccolse la sua esperienza in un libro di 271 ricette, le Compositiones, dedicato al potente liberto Gaio Giulio Callisto. Il libro ebbe grande fortuna per tutta l’età imperiale e, attraverso Galeno e le raccolte successive, arrivò fino al Medioevo.

La maggior parte dei rimedi è a base di piante, ma due capitoli sono diversi da tutti gli altri:

  • Capitolo XI, il mal di testa. Anche quando il dolore è cronico e insopportabile, scrive Scribonio, si appoggia una torpedine nera viva sul punto che fa male, finché il dolore cessa e la parte diventa insensibile. E aggiunge un’avvertenza pratica: a volte non bastano due o tre applicazioni, quindi conviene averne a disposizione più di una.
  • Capitolo CLXII, la gotta. Qui la ricetta nasce da un caso concreto. Antero, un liberto dell’imperatore Tiberio, guarì dalla gotta stando in piedi sulla battigia, sulla sabbia bagnata, con una torpedine viva sotto i piedi, finché piede e gamba non diventarono insensibili fino al ginocchio.

Il dettaglio della sabbia bagnata non è casuale, anche se Scribonio non poteva saperlo: l’acqua di mare conduce bene la corrente e chiude il circuito tra il pesce e il corpo del paziente. Per questo i neurologi di oggi considerano la sua ricetta il primo esempio documentato di applicazione di corrente elettrica a scopo terapeutico, e in particolare sulla testa: un antenato molto lontano delle moderne tecniche di stimolazione elettrica transcranica usate contro il dolore.

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I due organi elettrici della torpedine, situati ai lati della testa, mostrati in una sezione anatomica con dettaglio delle colonne di elettrociti che generano la scarica elettrica.

Veleno, freddo o “particelle”? Quindici secoli di ipotesi

La terapia funzionava, ma nessuno sapeva perché. Galeno, nel II secolo, pensava che la torpedine liberasse una sorta di veleno capace di “raffreddare” i nervi. La cura con la torpedine passò poi nella medicina araba: nel Canone di Avicenna è indicata contro il mal di testa, la malinconia e perfino le crisi epilettiche.

La svolta arrivò nella Toscana del Seicento. Francesco Redi sezionò le torpedini e notò i due grandi organi a forma di falce ai lati del corpo, sospettando che fossero loro la fonte della scossa. Il suo allievo Stefano Lorenzini pubblicò nel 1678 a Firenze le Osservazioni intorno alle torpedini, un’opera di anatomia così accurata che, studiando questi pesci, Lorenzini descrisse anche i piccoli pori sensoriali sul muso che ancora oggi portano il suo nome: le ampolle di Lorenzini, con cui squali e razze percepiscono i campi elettrici delle prede.

Nel Settecento, però, prevalse un’altra spiegazione. Il francese Réaumur sosteneva che la scossa fosse un fenomeno meccanico: il pesce contrarrebbe all’improvviso i muscoli, “colpendo” la mano con una serie di urti rapidissimi. Questa teoria fu la più accettata fino alla metà del secolo.

1772, La Rochelle: “l’effetto della torpedine è assolutamente elettrico”

Nell’estate del 1772 il naturalista inglese John Walsh partì per la costa atlantica francese, dove le torpedini erano abbondanti, per verificare un sospetto: che la scossa fosse elettrica, come quella delle bottiglie di Leida usate nei laboratori. Raccolse gli animali sulle scogliere dell’Île de Ré e il 12 luglio scrisse da La Rochelle a Benjamin Franklin che l’effetto della torpedine appariva “assolutamente elettrico”.

Il 22 luglio ripeté gli esperimenti davanti all’Accademia di La Rochelle e poi davanti a un pubblico di cittadini. Fece passare la scarica attraverso lunghi fili di ottone e una catena di persone che si tenevano per mano: la scossa attraversava tutti, ma si interrompeva se nel circuito si inseriva un materiale isolante come il vetro. Era la prova. I risultati furono pubblicati nel 1773 nelle Philosophical Transactions della Royal Society.

Restava un problema: la torpedine non produceva scintille, e senza scintille molti dubitavano che si trattasse davvero di elettricità. Fu Henry Cavendish a risolverlo, costruendo nel 1776 una “torpedine artificiale” di cuoio e bottiglie di Leida che dimostrava come una scarica potesse essere forte ma a bassa tensione, e quindi senza scintille.

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John Walsh a La Rochelle, luglio 1772 – dimostrazione della natura elettrica della scarica della torpedine, trasmessa attraverso una catena di uomini che si tengono per mano.

Volta e la pila: un “organo elettrico artificiale”

La torpedine entrò poi nella disputa più famosa della storia dell’elettricità, quella tra Luigi Galvani, convinto dell’esistenza di un’elettricità animale, e Alessandro Volta. Nel 1800 Volta annunciò la sua invenzione, la pila: una colonna di dischi metallici alternati e separati da panni imbevuti di acqua salata. E la presentò proprio come un “organo elettrico artificiale”, ispirato alla struttura degli organi delle torpedini, fatti di colonne di cellule impilate una sull’altra.

Il paragone era più giusto di quanto Volta potesse immaginare. Oggi sappiamo che gli organi elettrici della torpedine sono formati da centinaia di colonne di cellule piatte, gli elettrociti, che derivano da cellule muscolari. Ognuna produce una piccola tensione, ma impilate in serie e affiancate in parallelo funzionano esattamente come una batteria (lo spieghiamo nel dettaglio nell’articolo sui pesci elettrici).

Il Novecento: la torpedine e il primo recettore del cervello

La storia non finisce con Volta. Negli anni Trenta il biochimico David Nachmansohn, fuggito dalla Germania nazista e arrivato a Parigi, scoprì che l’organo elettrico di Torpedo marmorata è ricchissimo di acetilcolinesterasi, l’enzima che lavora nelle sinapsi tra nervi e muscoli. Gli elettrociti, infatti, ricevono il comando di scaricare attraverso un’enorme quantità di sinapsi che usano l’acetilcolina come messaggero chimico.

Per i biologi era una miniera. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, il gruppo del francese Jean-Pierre Changeux e altri laboratori riuscirono a isolare dagli organi elettrici dei pesci il recettore nicotinico dell’acetilcolina: il primo recettore di un neurotrasmettitore mai identificato, e il primo canale ionico mai isolato. Molto di quel lavoro fu fatto proprio con la torpedine marmorata del Mediterraneo e dell’Atlantico. Ancora oggi quel recettore è al centro delle ricerche su nicotina, malattie neuromuscolari e farmaci anestetici.

Così lo stesso pesce che un medico romano appoggiava sulla fronte dei pazienti è diventato, venti secoli dopo, uno degli animali più importanti della storia delle neuroscienze.

Domande frequenti

La terapia con la torpedine funzionava davvero?

Probabilmente in parte sì: una serie di scosse ripetute provoca un intorpidimento che può attenuare temporaneamente la percezione del dolore. Ma non c’erano dosi né controlli, e oggi nessuno la consiglierebbe. Il suo valore è storico: è la prima volta che qualcuno usa consapevolmente una corrente per curare.

Quale torpedine usava Scribonio Largo?

Il testo parla di una “torpedine nera”. Gli storici della medicina la identificano di solito con la grande torpedine nera, la specie più potente del Mediterraneo, anche se è possibile che si usassero anche le altre.

La scossa di una torpedine è pericolosa?

Può essere dolorosa e far perdere l’equilibrio, ma per una persona sana non è mortale. Il rischio maggiore per chi fa il bagno, immersione o pesca è lo spavento in acqua. Le torpedini non attaccano: usano la scarica per cacciare e per difendersi se vengono toccate o calpestate.

Chi era Stefano Lorenzini?

Un medico e naturalista fiorentino del Seicento, allievo di Francesco Redi. Nel 1678 pubblicò uno studio anatomico sulle torpedini in cui descrisse anche i pori sensoriali che oggi chiamiamo ampolle di Lorenzini.

Per approfondire

Fonti

  • Buonopane A., La terapia antalgica nella medicina romana: le Compositiones di Scribonio Largo.
  • Cambiaghi M., Sconocchia S. (2018), Scribonius Largus (probably before 1CE–after 48CE), Journal of Neurology 265: 2466–2468.
  • Tsoucalas G. et al. (2014), The “torpedo” effect in medicine, International Maritime Health 65(2): 65–67.
  • Walsh J. (1773), Of the electric property of the torpedo, Philosophical Transactions of the Royal Society 63: 461–477.
  • Piccolino M., Bresadola M. (2003), Rane, torpedini e scintille. Galvani, Volta e l’elettricità animale, Bollati Boringhieri.
  • Changeux J.-P. (2020), Discovery of the first neurotransmitter receptor: the acetylcholine nicotinic receptor, Biomolecules 10(4): 547.
Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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