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Funghi “magici” e pesci aggressivi: la psilocibina riduce gli attacchi senza spegnere la socialità

Una sola dose bassa di psilocibina, la molecola dei “funghi magici”, basta a rendere meno aggressivo uno dei pesci più litigiosi che si conoscano. I pesci trattati attaccano meno, ma continuano a interagire con il rivale. Lo studio, condotto in Canada sul killifish di mangrovia e pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience, è stato appena rilanciato da ScienceDaily e apre una finestra su come la chimica del cervello regola il comportamento sociale dei pesci.

In questo articolo · 7 sezioni
  1. Il pesce più aggressivo del laboratorio
  2. Come è stato fatto l’esperimento
  3. I risultati: meno attacchi, stessa socialità
  4. Perché funziona? La pista della serotonina
  5. Cosa lo studio non dice
  6. Domande frequenti
  7. Fonti e riferimenti
Rivulus di mangrovia (Kryptolebias marmoratus) in acquario
Vassil, CC0, via Wikimedia Commons

Il pesce più aggressivo del laboratorio

La specie scelta è Kryptolebias marmoratus, il rivulus di mangrovia: un piccolo pesce anfibio delle mangrovie dell’America tropicale, capace di sopravvivere fuori dall’acqua respirando attraverso la pelle, molto vascolarizzata. È un parente dei killifish ed è famoso tra gli etologi per due motivi.

  • È molto aggressivo: se due individui si incontrano, passano rapidamente dalle esibizioni agli attacchi.
  • Si autofeconda: è uno dei soli due pesci noti che sono ermafroditi capaci di fecondarsi da soli. Le linee di laboratorio sono quindi geneticamente quasi identiche, e questo permette di confrontare il comportamento eliminando gran parte della variabilità genetica. Ne abbiamo parlato a proposito dell’ermafroditismo nei pesci.

Come è stato fatto l’esperimento

Il gruppo di Suzie Currie (University of British Columbia) e Dayna Forsyth (Acadia University, Nuova Scozia) ha messo a confronto 32 coppie di pesci: 16 trattati con psilocibina e 16 di controllo.

  1. Primo giorno: ogni pesce veniva messo in una vasca con un “rivale”, separato da una rete. Dopo cinque minuti si toglieva un pannello opaco e si registrava l’interazione.
  2. Secondo giorno: il pesce veniva immerso per 20 minuti in acqua con psilocibina disciolta (3.000 microgrammi per litro), poi rimesso davanti allo stesso rivale.
  3. Cosa si misurava: tempo passato in movimento, esibizioni frontali e laterali, avvicinamenti alla rete e soprattutto gli scatti di nuoto verso l’avversario, il segnale che l’aggressione sta salendo di livello.
Schema del protocollo sperimentale: pesce focale e rivale separati da una rete, prima e dopo il trattamento con psilocibina
Lo schema dell’esperimento: il pesce focale (in rosso) incontra il rivale (in blu) separato da una rete, prima (A) e 24 ore dopo il trattamento con psilocibina per immersione (B). Figura: Forsyth et al. (2026), Frontiers in Behavioral Neuroscience, CC BY 4.0.

I ricercatori hanno anche misurato quanta sostanza entrava davvero nel corpo dei pesci. A quella dose la concentrazione nei tessuti era di circa 7 nanogrammi per millilitro, un valore simile al picco che si misura nel sangue umano dopo una dose di 15 milligrammi. Un dettaglio curioso: offerta nel cibo, la psilocibina non veniva assorbita. Passava invece attraverso branchie e pelle.


I risultati: meno attacchi, stessa socialità

ComportamentoPesci trattati rispetto ai controlli
Tempo in movimentoridotto (effetto grande)
Scatti di nuoto verso il rivaleridotti (effetto medio)
Esibizioni frontali, a basso costo energeticosostanzialmente invariate
Interazione con il rivalemantenuta
Comportamento del rivale non trattatonessuna differenza
Grafico della variazione degli scatti di nuoto verso il rivale nei pesci di controllo e trattati con psilocibina
Variazione degli scatti di nuoto verso il rivale tra il primo e il secondo giorno: nei pesci trattati con psilocibina calano rispetto ai controlli. Ogni punto è un pesce. Figura: Forsyth et al. (2026), Frontiers in Behavioral Neuroscience, CC BY 4.0.

Il punto interessante è la selettività. La psilocibina non ha “spento” il pesce: ha ridotto proprio i comportamenti più costosi e rischiosi, quelli che portano allo scontro fisico, lasciando le esibizioni che servono a comunicare senza farsi male. Secondo gli autori è la prima prova che la psilocibina può ridurre in modo selettivo l’aggressione intensa in un vertebrato senza sopprimere l’interazione sociale.


Perché funziona? La pista della serotonina

La psilocibina ha una struttura molto simile alla serotonina, un neurotrasmettitore che nei vertebrati, pesci compresi, regola stress, umore e aggressività. Gli autori ipotizzano che agisca sui recettori della serotonina, ma lo studio non li ha misurati: per ora è un’ipotesi da verificare.

Questo tipo di ricerca conferma una cosa che la biologia ha capito negli ultimi decenni: il cervello dei pesci usa gli stessi “interruttori” chimici del nostro, perché li abbiamo ereditati da antenati comuni. È anche per questo che oggi ci si interroga seriamente su questioni come il dolore nei pesci, sulle loro capacità cognitive, come nel test dello specchio con il pesce pulitore, e sulle regole che governano la vita di gruppo, dai banchi senza leader ai cambi di sesso legati alla gerarchia, come nell’ermafroditismo proteroginico.


Cosa lo studio non dice

  • Non è una cura per l’aggressività umana. È stata testata una sola dose, una sola volta, su una sola combinazione di linee genetiche.
  • Non sappiamo cosa succede con dosi ripetute, né se si sviluppi tolleranza o ci siano effetti a lungo termine.
  • La variabilità tra individui era alta, e anche i pesci di controllo cambiavano comportamento con il tempo, probabilmente perché si abituavano allo stesso rivale.
  • Il meccanismo resta da dimostrare.

Lo studio è uscito online a marzo 2026 ed è stato ripreso in questi giorni dalla stampa scientifica internazionale.


Domande frequenti

I pesci possono essere aggressivi come i mammiferi?

Sì. Molte specie difendono territori, tane o partner, e l’aggressività è regolata da neurotrasmettitori come la serotonina, presenti anche nei mammiferi.

Cos’è la psilocibina?

È il principio attivo dei funghi del genere Psilocybe. Nell’organismo si trasforma in psilocina, che agisce sui recettori della serotonina.

Perché usare proprio il rivulus di mangrovia?

Perché è molto aggressivo e perché, autofecondandosi, produce linee quasi identiche dal punto di vista genetico: le differenze di comportamento si possono attribuire con più sicurezza al trattamento.


Fonti e riferimenti

  1. Forsyth D., Faraone N., Lamarre S.G., Currie S. (2026). The magic of mushrooms: psilocybin influences behavior in the mangrove rivulus fish, Kryptolebias marmoratus. Frontiers in Behavioral Neuroscience, 20.
  2. ScienceDaily (2026). Magic mushroom compound calms angry fish.

Immagine in evidenza: rivulus di mangrovia (Kryptolebias marmoratus), foto di Vassil, CC0, via Wikimedia Commons.

Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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