Pesci del Mar Rosso: un modello prevede i prossimi invasori del Mediterraneo
Più di 120 specie di pesci hanno già attraversato il Canale di Suez e si sono insediate nel Mediterraneo. Finora la domanda è sempre stata la stessa: quale sarà la prossima? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Tel Aviv ha provato a rispondere con un modello predittivo. Il modello non guarda le specie già arrivate, ma le caratteristiche che i pesci hanno prima di partire, nel Mar Rosso.
In questo articolo · 7 sezioni
- Un canale, due mari e 150 anni di invasione
- Come funziona lo studio: telecamere su entrambi i lati del canale
- Il risultato: non vince il pesce più adattabile, ma quello che non dipende dal corallo
- I tre candidati più a rischio
- Una volta arrivati, cambiano abitudini
- Cosa il modello non può dire
- Perché ci riguarda anche in Italia
Lo studio è pubblicato sul Journal of Animal Ecology e indica tre candidati in cima alla lista: il pesce palla stellato Arothron stellatus, la triglia cinabro Parupeneus heptacantha e il carangide a macchie gialle Turrum fulvoguttatum. Il fattore che pesa più di tutti però non è la temperatura, ma il corallo.
Un canale, due mari e 150 anni di invasione
Il Canale di Suez è aperto dal 1869. Da allora ha permesso a pesci, crostacei, molluschi e alghe del Mar Rosso di entrare nel Mediterraneo orientale. È la cosiddetta migrazione lessepsiana, dal nome di Ferdinand de Lesseps, che progettò il canale. Il flusso va quasi soltanto in una direzione, da sud verso nord. Il Mar Rosso è più caldo e più salato, e il Mediterraneo orientale, che si riscalda in fretta, offre condizioni sempre più vicine a quelle tropicali.

Molti di questi nuovi arrivati li conosciamo bene. Il pesce coniglio striato Siganus rivulatus oggi pascola sulle alghe da Israele alla Sicilia. La triglia del Mar Rosso Parupeneus forsskali è comune sui fondali del Levante. Il nemiptero Nemipterus randalli finisce sempre più spesso nelle reti a strascico. E ci sono i pesci palla, dal pesce palla dai puntini gialli al pesce palla dorato. Il quadro completo è nella nostra pagina sulle specie aliene del Mediterraneo.

Il problema è che finora quasi tutti gli studi hanno osservato le specie dopo il loro arrivo. Così si confondono due cose diverse: le caratteristiche che hanno permesso al pesce di invadere e i cambiamenti che il pesce ha fatto una volta arrivato.
Come funziona lo studio: telecamere su entrambi i lati del canale
Il lavoro è firmato da Shahar Chaikin, che lo ha svolto durante il dottorato, con Tal Gavriel, Avery Deveto e Shahar Malamud, sotto la supervisione di Jonathan Belmaker della School of Zoology e dello Steinhardt Museum of Natural History di Tel Aviv. I ricercatori hanno osservato la rotta dell’invasione dai due capi: nel Golfo di Eilat, nel Mar Rosso, e lungo la costa mediterranea israeliana.
Per farlo hanno usato i stereo-BRUV (stereo baited remote underwater video). Sono coppie di telecamere calate sul fondo con un’esca, che filmano i pesci attirati e permettono di misurarli in tre dimensioni. Le riprese sono state fatte tra 5 e 150 metri di profondità, per centinaia di ore di video, e coprono 179 popolazioni di pesci.
Per ogni specie il gruppo ha raccolto dati di campo su abbondanza, limiti di profondità e preferenze di habitat. Poi ha confrontato le specie che sono già passate nel Mediterraneo con le loro parenti strette rimaste nel Mar Rosso. Da questo confronto è nato un indice di rischio, validato statisticamente, che classifica le specie del Mar Rosso in base a quanto somigliano a quelle che l’invasione l’hanno già fatta.
Il risultato: non vince il pesce più adattabile, ma quello che non dipende dal corallo
La previsione più intuitiva sarebbe che invadano le specie generaliste, quelle che si adattano a tutto. Lo studio mostra che il fattore decisivo è un altro: la scarsa dipendenza dalle barriere coralline.
Il motivo è geografico. Nel Canale di Suez e nel Mediterraneo le scogliere coralline come quelle del Mar Rosso praticamente non esistono. Un pesce che ha bisogno del reef per nutrirsi, ripararsi o riprodursi non ha dove fermarsi lungo il viaggio, né dove stabilirsi all’arrivo. Chaikin lo spiega in modo semplice: le specie legate al corallo difficilmente riescono a completare il percorso.
Anche altri due fattori contano, ma con un peso molto minore:
- profondità minima più bassa: le specie che frequentano anche acque basse partono avvantaggiate;
- ampiezza di habitat e di profondità: chi usa fondali diversi e un ampio intervallo batimetrico ha più possibilità di trovare un ambiente adatto lungo il canale.
I tre candidati più a rischio
Arothron stellatus, il pesce palla stellato
È uno dei pesci palla più grandi dell’Indo-Pacifico: gli adulti possono superare il metro di lunghezza. Appartiene ai Tetraodontidi, la stessa famiglia dei pesci palla lessepsiani già presenti in Mediterraneo. Come molti membri di questa famiglia può contenere tetrodotossina, una neurotossina pericolosa per chi lo mangia. Chi pesca nel Mediterraneo orientale e nel Canale di Sicilia conosce già il problema dei pesci palla e pesci scorpione alieni: in questo senso è il candidato più delicato dei tre.

Parupeneus heptacantha, la triglia cinabro
È un mullide, cioè della stessa famiglia delle nostre triglie. Fruga nei fondali sabbiosi e fangosi con i barbigli sotto il mento. Il genere Parupeneus ha già un precedente di successo: Parupeneus forsskali è arrivato da Suez ed è oggi ben insediato nel Levante. Un’altra triglia tropicale aumenterebbe la sovrapposizione con le specie native come la triglia di fango e la triglia di scoglio, che hanno anche un valore commerciale.

Turrum fulvoguttatum, il carangide a macchie gialle
Molte guide lo riportano ancora come Carangoides fulvoguttatus. È un carangide, cioè parente di ricciole, lecce e sugarelli: un predatore attivo che caccia in gruppo nelle acque costiere. Se si stabilisse in Mediterraneo entrerebbe in competizione con predatori costieri nativi, in un ambiente dove la pressione sulle risorse è già alta.
Una volta arrivati, cambiano abitudini
Il secondo risultato dello studio è forse il più preoccupante. Una volta in Mediterraneo, le specie lessepsiane non mantengono le preferenze di habitat che avevano nel Mar Rosso. Abbandonano i substrati tropicali e occupano quello che trovano: scogliere rocciose, fondali fangosi, praterie di macroalghe.
Il risultato è che nell’uso dell’habitat gli invasori diventano indistinguibili dalle specie native. Non riempiono nicchie vuote, ma si installano negli stessi ambienti dei pesci mediterranei. Gli autori non hanno misurato direttamente la competizione, ma la sovrapposizione fa pensare che lo scontro per cibo, riparo e spazio sia più forte di quanto si pensava.
C’è anche una conseguenza pratica. Se si valuta il rischio di una specie solo in base a come vive nel suo areale d’origine, si rischia di sottostimare quanto potrà espandersi e quale impatto avrà una volta arrivata.
Cosa il modello non può dire
Il modello indica un potenziale di invasione, non una data di arrivo. Non garantisce che nessuna delle tre specie attraverserà il canale, né dice quando potrebbe succedere. Il successo di un’invasione dipende anche da fattori che le telecamere non misurano: la pressione di propagazione, cioè quanti individui ci provano, le correnti, il trasporto delle larve e il riscaldamento del Mediterraneo, che rende il Levante sempre più ospitale per le specie tropicali.
Resta però uno strumento utile per la sorveglianza. Sapere quali specie cercare permette a ricercatori, pescatori e subacquei di riconoscere un primo esemplare prima che diventi una popolazione. È qui che la citizen science fa la differenza: molte prime segnalazioni di specie aliene in Italia arrivano proprio da pescatori professionisti e sportivi che fotografano una cattura strana e la segnalano.
Perché ci riguarda anche in Italia
Le specie lessepsiane colonizzano prima il bacino di Levante e poi si spostano verso ovest. Molte hanno già raggiunto lo Ionio, il Canale di Sicilia e le coste siciliane e calabresi. Un modello che aiuta a capire chi arriverà nel Levante è anche, con qualche anno di anticipo, una previsione su chi potremmo trovare nelle reti dei nostri pescatori.
Se catturi o fotografi un pesce che non riconosci, soprattutto un pesce palla, non mangiarlo. Segnalalo con foto e luogo di cattura alle campagne di monitoraggio delle specie aliene.
Fonti
- Chaikin S., Gavriel T., Deveto A., Malamud S., Belmaker J. (2026). Native habitat affinities predict fish invasions with postinvasion habitat shifts. Journal of Animal Ecology. DOI: 10.1111/1365-2656.70293
- Tel Aviv University, Which Fish Will Invade the Mediterranean Next?
- The Brighter Side of News, New model flags Red Sea fish that could invade the Mediterranean






