Per oltre un quarto di secolo nessuno ne aveva più avvistati lungo le coste sudafricane. Poi, all’improvviso, la scoperta: un esemplare di pesce sega (Pristis pristis), lungo quasi tre metri, è stato ritrovato senza vita sulla spiaggia di Birha, nella provincia del Capo Orientale.
Una scoperta inattesa
Il ritrovamento, avvenuto lo scorso 19 settembre, ha sorpreso i biologi marini: l’ultimo avvistamento documentato di questa specie nella regione risaliva a 26 anni fa. Nonostante la carcassa fosse già in decomposizione, la presenza stessa dell’animale rappresenta un indizio fondamentale che questi pesci potrebbero ancora sopravvivere in acque sudafricane.
Un segnale di speranza per la biodiversità
Il pesce sega è classificato come in pericolo critico di estinzione dalla Lista Rossa della IUCN. La sua scomparsa è stata accelerata da vari fattori:
- la pesca intensiva e la cattura accidentale nelle reti da posta e nei palangari,
- la distruzione degli habitat costieri, come estuari e lagune,
- l’inquinamento e l’urbanizzazione crescente lungo le coste.
La comparsa di questo esemplare, seppur morto, riapre la possibilità che piccoli nuclei della specie possano essere rimasti nascosti per anni.
Chi è il pesce sega
Nonostante venga spesso confuso con uno squalo, il pesce sega appartiene al gruppo delle raie cartilaginee. Il suo carattere distintivo è il lungo rostro, simile a una sega, fiancheggiato da una serie di denti ossei affilati. Questo “strumento” viene utilizzato sia per colpire e stordire i pesci, sia per smuovere i fondali sabbiosi alla ricerca di crostacei e molluschi.
Gli adulti possono raggiungere dimensioni superiori ai 6 metri e pesare oltre 500 kg, rendendoli tra i più grandi abitanti delle acque costiere tropicali.
Le ipotesi sulla morte
Le cause del decesso dell’esemplare rinvenuto restano sconosciute. Secondo gli esperti, potrebbe trattarsi di:
- una cattura accidentale in una rete da pesca,
- una collisione con un’imbarcazione,
- oppure malattia o stress ambientale.
Al momento, non risultano analisi autoptiche né campioni genetici, quindi il mistero resta aperto.
