Specie Aliena Invasiva — Banca Dati IAS Mediterraneo
Specie Aliena Invasiva

Melibe viridis, melibe

Melibe viridis

⚠ Specie aliena invasiva Fam. Tethydidae Nudibranchia 📍 Migrazione lessepsiana (Canale di Suez) MED dal 1997 IUCN NE — Non valutata

Ci sono specie aliene che arrivano nel Mediterraneo con l’impatto di un oggetto contundente: sciami di meduse che bloccano le turbine delle centrali, granchi che decimano i popolamenti di mitili, alghe che asfaltano i fondali rocciosi in pochi anni. E poi c’è Melibe viridis. Questo grosso nudibranco indo-pacifico si è installato silenziosamente nelle praterie di posidonia e nelle distese di Cymodocea nodosa del Mediterraneo orientale e centrale, mimetizzandosi con una perfezione quasi irritante tra le foglie e le alghe del fondale. Lo si trova per caso, il più delle volte: un subacqueo che scorre il fondo con lo sguardo abbassato, una sagoma che sembra un ciuffo di alghe in movimento, poi la sorpresa di scoprire che quella cosa verde-bruna e traslucida è in realtà un mollusco gasteropode di una dozzina di centimetri che sta cacciando gamberetti con la testa.

Melibe viridis è uno dei nudibranchi alieni più particolari del Mediterraneo. Non per l’impatto economico — che è modesto, almeno per quanto ne sappiamo — ma per la singolarità assoluta della sua biologia, della sua strategia di predazione e della sua morfologia. È il tipo di animale che i biologi marini trovano difficile da descrivere senza sorridere: un mollusco senza denti che caccia come una rete da pesca, nuota a onde laterali come un verme marino e si mimetizza abbastanza bene da sfuggire anche a occhi allenati. Vale la pena conoscerlo.


Un’identità a lungo dibattuta: viridis o fimbriata?

Prima di parlare della biologia, vale la pena chiarire un punto tassonomico che ha generato una certa confusione nella letteratura mediterranea. I primi avvistamenti di questo nudibranco nel Mediterraneo, risalenti agli anni Ottanta del Novecento, furono attribuiti a Melibe fimbriata Alder & Hancock, 1864 — specie descritta su materiale proveniente dall’India. Per decenni, questa fu la denominazione corrente nei lavori scientifici italiani e greci. Soltanto in seguito, un riesame comparativo della morfologia e della sistematica del genere ha portato alla conclusione che la specie presente nel Mediterraneo è Melibe viridis (Kelaart, 1858), descritta originariamente da Ceylon (oggi Sri Lanka) e considerata oggi sinonimo senior rispetto a M. fimbriata.

Il World Register of Marine Species riconosce attualmente Melibe viridis come nome valido, con M. fimbriata a rango di sinonimo. La questione non è puramente accademica: la confusione nomenclaturale ha reso più difficile ricostruire con precisione la storia dell’invasione e confrontare i dati di distribuzione raccolti da autori diversi nel corso degli anni. Alcuni specialisti non escludono che entrambe le specie siano o siano state presenti nel Mediterraneo simultaneamente, data la loro forte somiglianza morfologica; ma l’ipotesi più accreditata è che si tratti sempre della stessa specie — M. viridis — identificata erroneamente nei lavori più datati.

La specie fu descritta per la prima volta da Edward Frederick Kelaart nel 1858, in un lavoro sulle specie di nudibranchi dello Sri Lanka; il nome viridis rimanda ovviamente alla colorazione verdastra che caratterizza molti esemplari. Inserita nel genere Melibe e nella famiglia Tethydidae, la specie appartiene al sottordine Dendronotina, uno dei quattro grandi raggruppamenti dell’ordine Nudibranchia.


Morfologia: un nudibranco costruito per scomparire

La morfologia di Melibe viridis è quella di un animale interamente ottimizzato per la vita tra le macrofite marine e per la caccia attiva di piccoli invertebrati. Ogni aspetto del suo corpo riflette questa doppia pressione selettiva: mimetismo e predazione.

Il corpo è allungato, appiattito dorsoventralmente, con una lunghezza tipica compresa tra gli otto e i quattordici centimetri — ma esemplari eccezionali possono avvicinarsi ai trenta centimetri. La colorazione è altamente variabile e fortemente legata all’ambiente circostante: toni verdi, giallo-bruni, beige, a volte quasi incolori con una traslucenza che lascia intravedere gli organi interni. Questa plasticità cromatica, combinata con la sagoma irregolare e frastagliata del corpo, rende l’animale straordinariamente difficile da individuare quando è fermo tra le foglie di posidonia o le fronde delle alghe.

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Lungo i fianchi dorsali si trovano le cerata — le appendici caratteristiche di molti nudibranchi — in numero variabile, fino a dieci paia, larghe e appiattite, con funzione branchiale: attraverso di esse avviene la respirazione cutanea, essendo la specie, come tutti i nudibranchi, priva di branchie vere e proprie. Le cerata di M. viridis sono particolarmente folte e ramificate, contribuendo in modo determinante alla silhouette vegetale dell’animale.

I rinofori — le strutture sensoriali cefaliche tipiche dei nudibranchi — sono retrattili in apposite tasche, caratteristica comune ai Dendronotina. Anche il velo frontale, la struttura che circonda la bocca, è ramificato e sfrangiato, contribuendo al mimetismo generale.

Ma l’elemento morfologico davvero straordinario di Melibe viridis, quello che la distingue dalla quasi totalità degli altri nudibranchi mediterranei e che ha affascinato i malacologi fin dalla prima descrizione, è il velo orale: una struttura cefalica espandibile, a forma di cappuccio o di imbuto, orlata da una frangia di papille sensoriali. È con questa struttura, e non con i denti radulari che la maggior parte dei molluschi usa per raschiare, mordere e triturare il cibo, che la melibe caccia. Perché M. viridis non ha radula.


La caccia con il cappuccio: una strategia senza precedenti tra i molluschi

L’assenza della radula è, nel mondo dei molluschi, un’anomalia che richiede una spiegazione. La radula è la struttura raschiante presente nella quasi totalità dei gasteropodi — una sorta di lingua dentata che permette di grattare alghe, triturare prede o perforare gusci. Melibe viridis ne è completamente priva. Al suo posto, ha sviluppato nel corso dell’evoluzione una strategia di predazione che non ha eguali tra i molluschi e che ricorda piuttosto il comportamento di alcuni celenterati o di certi crostacei filtratori.

Il velo orale di M. viridis funziona come una rete da pesca a mano. L’animale lo apre — può espandersi fino a raggiungere dimensioni considerevoli rispetto al corpo — e lo abbassa sul substrato o lo muove attraverso la colonna d’acqua in prossimità del fondo. Le papille sensoriali che orlano il margine interno del velo sono organi di senso estremamente sensibili: al minimo contatto con un piccolo crostaceo — un anfipode, un isopode, un piccolo gamberetto, un copepode — inviano il segnale che innesca la contrazione rapida del velo stesso, che si chiude intrappolando la preda all’interno. Un muco abbondante secreto dalla superficie interna del cappuccio aiuta a trattenere l’animale catturato e a convogliarlo verso la bocca. Una volta intrappolata, la preda viene manipolata e triturata dalle piccole mandibole e dal ventriglio fortemente sclerificato, l’unica struttura dura dell’apparato digerente di questa specie.

L’intera sequenza — apertura del velo, spazzolamento del fondale, contatto con la preda, chiusura rapida — è stata osservata e descritta in dettaglio a partire dagli anni Ottanta, inizialmente su esemplari raccolti nel Mar Ionio, e poi confermata su popolazioni di varie aree del Mediterraneo. Quello che colpisce chi osserva questo comportamento per la prima volta — in immersione o su filmati subacquei — è la combinazione di lentezza e precisione: l’animale si muove con una calma quasi meditativa, poi il cappuccio scatta con una rapidità inaspettata.

Le prede documentate comprendono principalmente piccoli crostacei — anfipodi, isopodi, gamberetti di piccola taglia — che vivono associati alle macrofite marine. In questo senso, Melibe viridis è un predatore molto specializzato, strettamente dipendente dall’ecosistema delle praterie costiere per l’approvvigionamento alimentare.


Nuoto e locomozione: un mollusco che ondeggia

Melibe viridis è un animale prevalentemente bentico: striscia lentamente sul substrato usando il piede muscolare ventrale, come la maggior parte dei gasteropodi. Ma, a differenza di quasi tutti i nudibranchi, è anche capace di nuotare — in modo goffo ma efficace, attraverso onde di flessione laterale che coinvolgono l’intero corpo. Il nuoto è probabilmente una risposta comportamentale alla minaccia di un predatore: quando disturbato, l’animale può sollevarsi dal fondale e ondeggiare attraverso la colonna d’acqua per sfuggire al pericolo o per colonizzare nuovi substrati.

La prima descrizione dettagliata di questo comportamento natatorio in Mediterraneo risale alla segnalazione del 1982 nel golfo di Astakos, nel Mar Ionio, dove un gruppo di esemplari fu osservato nuotare in acque libere prima di insediarsi nelle praterie costiere. La locomozione natatoria — onde di contrazione laterale che percorrono l’intero corpo — è stata poi ripresa su video in diverse occasioni, diventando uno dei comportamenti più spettacolari associati a questa specie.


Habitat e distribuzione nel Mediterraneo

Nel suo areale nativo — le coste tropicali dell’Oceano Indiano e del Pacifico occidentale, dalla costa orientale africana alle Filippine, dall’India al Giappone meridionale fino all’Indonesia e Singapore — Melibe viridis è un ospite abituale delle praterie di fanerogame marine in zona intertidale e subtidale, a profondità generalmente comprese tra i tre e i quindici metri.

Nel Mediterraneo, la specie è stata trovata in associazione con praterie di Posidonia oceanica e Cymodocea nodosa, su fondali ghiaiosi e fangosi con copertura algale, in un range batimetrico che va da pochi metri fino a circa trenta. La preferenza per substrati biogenici ricchi di piccoli crostacei — le sue prede — è coerente con le osservazioni sull’ecologia alimentare.

La via d’introduzione privilegiata è quella lessepsiana attraverso il Canale di Suez. L’ipotesi alternativa, sostenuta da alcuni ricercatori, è che almeno una parte delle introduzioni sia avvenuta tramite le acque di zavorra delle navi commerciali, che possono trasportare larve o stadi giovanili nelle lunghe traversate oceaniche. Le due modalità non si escludono: è plausibile che la specie sia entrata più volte e attraverso vie diverse.

La prima segnalazione in Mediterraneo risale al 1982, con gli esemplari osservati nel golfo di Astakos in Grecia. Da allora, la distribuzione documentata si è espansa progressivamente verso ovest e verso nord:

  • Grecia — prima segnalazione (Astakos, 1982), poi confermata in Egeo e Ionio
  • Turchia — segnalazioni nel Mediterraneo orientale turco
  • Cipro e Siria — presenza confermata
  • Montenegro — Adriatico meridionale, con osservazione di riproduzione attiva
  • Croazia — avvistamenti nel Medio Adriatico
  • Italia meridionale — Mar Grande di Taranto, Porto Cesareo (Lecce), costa ionica calabrese; Sicilia nord-occidentale
  • Malta — popolazione vitale documentata a Comino, 18–20 metri di profondità
  • Tunisia — Golfo di Gabes (Djerba)
  • Sardegna — Golfo Aranci, prima segnalazione per il Tirreno centrale

Quest’ultimo dato è particolarmente rilevante perché sposta il limite occidentale noto della distribuzione verso il bacino tirrenico, con implicazioni dirette per le previsioni di ulteriore espansione verso nord e verso la costa italiana tirrenica.


Riproduzione: ermafroditi nelle praterie

Come tutti i nudibranchi, Melibe viridis è ermafrodita simultaneo: ogni individuo adulto possiede sia l’apparato riproduttivo maschile sia quello femminile, e gli accoppiamenti avvengono in modo reciproco. Nel Mediterraneo, la riproduzione è stata osservata in più occasioni: le prime osservazioni di deposizione delle uova risalgono ai siti del Golfo di Taranto, dove esemplari su fondi fangosi con Cladophora prolifera furono documentati mentre deponevano nastri ovigeri. Osservazioni analoghe sono state registrate in Montenegro, nel Sud Adriatico.

Le uova sono deposte in nastri gelatinosi fissati al substrato vegetale, dai quali si sviluppano larve veliger planctoniche prima della metamorfosi e dell’insediamento bentico. Il fatto che la specie si riproduca attivamente nel Mediterraneo — e che lo faccia in siti distanti dall’area di primo insediamento, dall’Ionio all’Adriatico fino al Tirreno — indica che la popolazione è ormai autosostenuta localmente. Questo la qualifica a tutti gli effetti come specie stabilmente invasiva, non semplicemente come presenza occasionale di esemplari dispersi dalle correnti.


Il problema del mimetismo: quanto è diffusa davvero?

C’è un elemento che rende la storia di Melibe viridis nel Mediterraneo particolarmente intrigante da un punto di vista scientifico, e che riguarda proprio il mimetismo. L’animale è genuinamente difficile da vedere. Non perché sia piccolo — dodici, quattordici centimetri sono dimensioni ragguardevoli per un nudibranco — ma perché la sua sagoma, la sua colorazione e la sua tendenza all’immobilità lo rendono quasi indistinguibile dalle macrofite tra cui vive. Diversi ricercatori hanno sottolineato che i dati di distribuzione disponibili potrebbero sottostimare significativamente la reale presenza della specie: molti avvistamenti avvengono per caso, durante immersioni con scopi diversi, e la specie è probabilmente presente in aree dove non è ancora stata segnalata semplicemente perché nessuno ha cercato con attenzione sufficiente nei posti giusti.

Questa considerazione ha implicazioni pratiche rilevanti per il monitoraggio. Al contrario di specie aliene vistose o di grande impatto diretto, Melibe viridis richiede una ricerca attiva, metodica e specializzata nelle praterie costiere, con tempi di osservazione lunghi e attenzione altissima. Il contributo dei subacquei ricreativi — che frequentano regolarmente le praterie di posidonia e che negli ultimi anni hanno aumentato molto la qualità della documentazione fotografica — è diventato fondamentale per integrare il monitoraggio scientifico formale.


Impatto ecologico e prospettive

L’impatto ecologico di Melibe viridis sulle comunità del Mediterraneo è ancora poco studiato in modo sistematico. La specializzazione alimentare su piccoli crostacei bentonici associati alle macrofite suggerisce una pressione predatoria localizzata su comunità che svolgono a loro volta un ruolo chiave nella struttura trofica degli ecosistemi delle praterie: anfipodi e isopodi sono prede importanti per molte specie di pesci giovanili. Una riduzione locale di queste popolazioni potrebbe avere effetti a cascata non trascurabili, anche se le densità attuali di M. viridis sembrano ancora moderate rispetto ad altre specie invasive.

Il contesto in cui la specie si espande è, però, quello di praterie di Posidonia oceanica e Cymodocea nodosa già fortemente stressate da cause antropiche — ancoraggio, inquinamento, riscaldamento delle acque. La sovrapposizione di una nuova pressione predatoria specializzata su ecosistemi già indeboliti merita un’attenzione scientifica che finora, per questa specie, è stata limitata.

Con l’aumento della temperatura superficiale del mare Mediterraneo, le condizioni termiche favorevoli all’insediamento e alla riproduzione di Melibe viridis si stanno estendendo geograficamente. L’espansione verso il Tirreno settentrionale e l’Adriatico centrale appare, sulla base dei dati attuali, solo una questione di tempo.


Melibe viridis è, in fondo, l’emblema di una categoria di invasioni che la scienza fatica a seguire: silenziose, lente, difficili da quantificare, ecologicamente rilevanti ma prive della spettacolarità che cattura l’attenzione pubblica e i finanziamenti per il monitoraggio. La melibe non blocca le turbine, non manda i bagnanti al pronto soccorso, non svuota le reti. Si limita a stare là, tra le foglie di posidonia, immobile e trasparente, ad aprire il suo cappuccio con pazienza infinita e a divorare i piccoli crostacei che costruiscono la base di quella rete trofica che chiamiamo ecosistema costiero mediterraneo.

Capire cosa stia davvero cambiando nelle praterie dove vive richiede di immergersi, guardare bene, e avere la pazienza di aspettare che si muova.


Fonti principali: Kelaart (1858), Journal of the Royal Asiatic Society Ceylon Branch 3(9); Haefner & Todd (1982); Koutsoubas & Cinelli (1996), Bollettino Malacologico 32(1–4); Mastrototaro, Panetta & D’Onghia (2004), ResearchGate; Deidun et al. (2009), Occurrence in the Maltese Islands; Zenetos et al. (2010), Mediterranean Marine Science 11(2); World Register of Marine Species / MolluscaBase eds. (2026).

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L'autore

Marcello Guadagnino

Marcello Guadagnino

Biologo marino · GDM

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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