gasteropodi del mediterrano

Il doglio, la grande conchiglia del Mediterraneo che caccia le oloturie con l’acido solforico

Sui fondali sabbiosi del Mediterraneo vive un gasteropode con una conchiglia grande come un melone e un’arma chimica degna di un laboratorio: la sua saliva contiene acido solforico, dal 2 al 5 per cento. È il doglio, Tonna galea, uno dei molluschi più grandi dei nostri mari. Lo usa per cacciare una preda che pochi altri animali riescono a mangiare: le oloturie.

In questo articolo · 7 sezioni
  1. Una conchiglia a forma di botte
  2. Ghiandole salivari enormi, piene di acido
  3. Perché proprio l’acido? Il problema delle oloturie
  4. Una specie protetta che continua a finire nelle reti
  5. Domande frequenti
  6. Per approfondire
  7. Fonti
Il doglio, la grande conchiglia del Mediterraneo che caccia le oloturie con l’acido solforico

Una conchiglia a forma di botte

Il nome italiano viene dal latino dolium, la grande giara di terracotta che i Romani usavano per conservare vino, olio e grano. Basta guardare la conchiglia per capire il perché: è rotonda, gonfia, sottile e attraversata da larghe costole a spirale, proprio come una botte. Anche il nome del genere, Tonna, rimanda alla stessa idea, e per molto tempo la specie è stata chiamata Dolium galea.

Può raggiungere i 25–30 cm, il che ne fa uno dei gasteropodi più grandi del Mediterraneo. Vive su fondi sabbiosi e fangosi, spesso vicino alle praterie di posidonia, da una decina fino a oltre cento metri di profondità. Di giorno resta in gran parte sepolto e si attiva soprattutto di notte. Trovate la sua descrizione completa nella scheda della specie; qui ci concentriamo sul suo modo di cacciare.

Ghiandole salivari enormi, piene di acido

Il doglio ha ghiandole salivari gigantesche rispetto al corpo. Già nel 1854 lo zoologo tedesco Franz Hermann Troschel, in uno studio intitolato proprio “Sulla saliva di Dolium galea“, scoprì che quella secrezione era acida in modo sorprendente. Analisi successive hanno confermato che contiene circa il 2–5% di acido solforico, insieme ad acido aspartico.

Per avere un’idea: è una soluzione circa dieci volte più diluita dell’acido delle batterie delle auto, ma resta un liquido fortemente corrosivo, capace di “frizzare” a contatto con il calcare. Che un animale lo produca e lo tenga nel proprio corpo senza danneggiarsi è di per sé un piccolo prodigio della biologia.

Il doglio non è l’unico. L’uso dell’acido solforico è un tratto comune a diversi gasteropodi carnivori del grande gruppo dei Tonnoidei. Nel Mediterraneo lo produce anche Galeodea echinophora (un tempo Cassidaria). Nel grande tritone dell’Indo-Pacifico, Charonia tritonis, le ghiandole salivari contengono gli enzimi per sintetizzare acido solforico, mentre per il nostro tritone mediterraneo non ci sono ancora prove che lo usi.

Doglio Tonna galea vivo sul fondale con il grande piede esteso

Il doglio caccia con una proboscide estensibile, un lungo tubo muscoloso che può allungarsi molto e allargarsi fino ad avvolgere prede quasi grandi quanto lui. La preda viene inghiottita intera.

Perché proprio l’acido? Il problema delle oloturie

Le oloturie, i “cetrioli di mare”, sembrano prede facili: sono lente e non hanno denti né spine. In realtà sono difese bene. La loro pelle è spessa e coriacea, rinforzata da migliaia di minuscoli ossicini di carbonato di calcio. Molte specie contengono sostanze tossiche, le saponine, e alcune, se attaccate, espellono i tubuli di Cuvier, filamenti appiccicosi che intrappolano il predatore.

Qui entra in gioco l’acido. Il doglio raggiunge l’oloturia, la avvolge con la proboscide e la bagna con la sua saliva. L’acido solforico ha un doppio effetto:

  • paralizza la preda, impedendole di contrarsi e di difendersi;
  • attacca il carbonato di calcio degli ossicini, ammorbidendo la pelle e avviando la digestione.

Il rapporto tra il doglio e le sue prede è stato studiato anche in Italia: all’inizio degli anni Novanta un gruppo di ricercatori di Napoli ha osservato in laboratorio come diverse specie di oloturie reagiscono ai suoi attacchi. Studi su specie affini dell’Indo-Pacifico descrivono la stessa sequenza: l’oloturia viene avvolta, immobilizzata e poi inghiottita tutta intera, anche quando è lunga quanto la conchiglia del suo predatore.

Oltre alle oloturie, il doglio mangia anche altri echinodermi come ricci e stelle marine, e all’occorrenza bivalvi, crostacei e piccoli pesci.

Una specie protetta che continua a finire nelle reti

La grande conchiglia del doglio è sempre stata ricercata dai collezionisti e come oggetto decorativo. Per questo la specie è inserita nell’Allegato II della Convenzione di Berna e del Protocollo della Convenzione di Barcellona sulle aree e le specie protette del Mediterraneo. Nonostante questo, gli esemplari vengono ancora catturati accidentalmente dallo strascico e dalle reti da posta, e le conchiglie continuano a comparire sulle bancarelle e nei mercatini.

Sappiamo ancora poco della sua biologia: è una specie poco studiata e difficile da osservare. Le femmine depongono lunghi nastri di uova e le larve restano a lungo nel plancton prima di scendere sul fondo, il che probabilmente aiuta la specie a disperdersi su grandi distanze.

Domande frequenti

Il doglio è pericoloso per l’uomo?

No. Non attacca le persone e la sua saliva serve per la caccia. La cosa più importante è un’altra: è una specie protetta e, se lo incontrate in immersione, va lasciato dov’è.

Si può raccogliere o comprare una conchiglia di doglio?

Essendo una specie protetta dalle convenzioni internazionali, il consiglio è di non raccoglierla e di non comprarla: il commercio delle conchiglie è uno dei motivi per cui è diventata rara.

Quanto è forte l’acido del doglio?

La saliva contiene circa il 2–5% di acido solforico. È molto più diluito dell’acido industriale, ma abbastanza forte da immobilizzare una preda e attaccare il calcare.

Per approfondire

Fonti

  • Troschel F.H. (1854), Über den Speichel von Dolium galea, Akademie der Wissenschaften zu Berlin: 486–494.
  • Toscano A., Bentivegna F., Cirino P. (1992), Holothurians’ responses to attack by the tonnid gastropod Tonna galea, in: Scalera-Liaci L. (ed.), Echinoderm Research 1991, CRC Press.
  • Fänge R., Lidman U. (1976), Secretion of sulfuric acid in Cassidaria echinophora, Comparative Biochemistry and Physiology 53A: 101–103.
  • Morton B. (1991), Aspects of predation by Tonna zonatum feeding on holothurians in Hong Kong, Journal of Molluscan Studies 57: 11–19.
  • Bose U. et al. (2017), Multiomics analysis of the giant triton snail salivary gland, a crown-of-thorns starfish predator, Scientific Reports 7: 6000.
  • Doxa C.K. et al. (2011), Encapsulated development of the marine gastropod Tonna galea in captivity, Journal of Biological Research 16: 304–307.
Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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