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Tartarughe e delfini nelle reti dell’Alto Adriatico: le soluzioni ci sono, ma nessuno le rende obbligatorie

Ogni anno, nell’Alto Adriatico, centinaia di tartarughe marine Caretta caretta e decine di tursiopi muoiono nelle reti dei pescherecci italiani e croati. Ufficialmente si chiamano “catture accidentali”. Nei fatti succedono tutti i giorni, su entrambe le coste, e quasi nessuno le dichiara. Lo racconta un’inchiesta transfrontaliera pubblicata il 21 ottobre 2026, che rimette al centro una questione che chi va per mare conosce bene: gli strumenti per ridurre il problema esistono da più di dieci anni, ma restano nei magazzini.

In questo articolo · 9 sezioni
  1. L’inchiesta
  2. Perché proprio l’Alto Adriatico
  3. Quante tartarughe finiscono nelle reti
  4. Le soluzioni ci sono
  5. Il conto arriva da Bruxelles
  6. Il punto di vista dei pescatori
  7. Cosa si potrebbe fare
  8. Domande frequenti
  9. Fonti
tartarughe e delfini nelle reti

L’inchiesta

Il lavoro è firmato da tre giornaliste, l’italiana Marta Abbà, la croata Barbara Matejčić e la fotografa documentarista Elisabetta Zavoli, con il sostegno di Journalismfund Europe. La versione italiana è uscita su Startupbusiness con il titolo «Il costo nascosto nella rete, da pesca». Il reportage va da Cesenatico all’arcipelago di Cres-Lošinj e si basa su interviste a pescatori, ricercatori e operatori dei centri di recupero, oltre che sui dati di GFCM e ICES. Hanno collaborato la Fondazione Cetacea di Riccione e il Blue World Institute di Lussino, che monitora i delfini dell’Adriatico dal 1987.

Le conclusioni principali sono tre:

  • le catture accidentali di specie protette sono frequenti e in gran parte non dichiarate, quindi i numeri ufficiali sono da considerare un minimo;
  • i pescatori le vivono come “parte del lavoro” e non hanno alcun incentivo a segnalarle;
  • Italia e Croazia si accusano a vicenda: i marittimi italiani puntano il dito sulle flotte croate e viceversa.

Perché proprio l’Alto Adriatico

Il centro-nord Adriatico è uno dei mari più particolari del Mediterraneo. È basso, con fondali sabbiosi e fangosi senza rocce, ricchissimo di nutrienti portati dal Po. Per le tartarughe Caretta caretta è una delle principali aree di alimentazione e accrescimento di tutto il bacino. Per gli stessi motivi è anche una delle zone più battute dalla pesca a strascico e con le volanti.

Per i cetacei la situazione è diversa. L’Adriatico centro-settentrionale ospita in modo stabile una sola specie: il tursiope, Tursiops truncatus. Secondo l’inchiesta, nelle acque dell’Alto Adriatico ne vivono tra 250 e 400. Con una popolazione così piccola, anche poche decine di animali morti ogni anno sono un problema serio. Trovi di più nella sezione sui mammiferi marini del Mediterraneo.

Quante tartarughe finiscono nelle reti

I numeri non sono nuovi. Il progetto europeo TartaLife (LIFE12 NAT/IT/000937), coordinato dal CNR-ISMAR di Ancona con la Fondazione Cetacea tra i partner, aveva stimato per l’intero Mediterraneo circa 40.000 catture l’anno con le reti a strascico e circa 23.000 con le reti da posta. Sommando palangari e altri attrezzi si arrivava a oltre 130.000 catture e più di 40.000 tartarughe morte ogni anno, con una stima più realistica fino a 200.000 catture.

Per il solo lato italiano del centro-nord Adriatico, un rapporto TartaLife del 2014 stimava tra 8.000 e 10.000 episodi di cattura accidentale l’anno con le reti a strascico. È importante però distinguere tra cattura e morte. Nello strascico molte tartarughe arrivano a bordo vive o in coma e possono essere salvate se gestite bene. Le reti da posta, dove l’animale resta intrappolato a lungo senza poter respirare, sono invece l’attrezzo con la mortalità più alta.

Le soluzioni ci sono

È la parte più frustrante della storia. Da oltre dieci anni l’Unione europea finanzia la sperimentazione di dispositivi che riducono le catture, e ONG e centri di ricerca delle due coste li hanno provati insieme a pescatori volontari.

  • TED (Turtle Excluder Device). È una griglia inserita nella rete a strascico, davanti al sacco: il pesce passa, la tartaruga viene deviata verso un’apertura e torna libera. In Italia è stato provato per la prima volta con il progetto Tartanet (2004) e poi messo a punto da TartaLife con griglie leggere adatte allo strascico italiano. Negli Stati Uniti è obbligatorio da decenni nella pesca dei gamberi.
  • Reti da posta illuminate (LED o UV). Piccole luci fissate alla lima rendono la rete visibile alle tartarughe. Il limite è pratico: secondo l’inchiesta, su cinque chilometri di rete servono circa mille batterie.
  • Pinger acustici. Sono dissuasori sonori che tengono lontani i delfini dalle reti. A differenza dei dissuasori acustici per tartarughe, che sono rimasti prototipi, i pinger per delfini sono già disponibili in commercio.

Allora perché non si usano? La risposta dell’inchiesta è semplice: nessuno li ha mai resi obbligatori. I progetti finiscono, gli indennizzi ai pescatori si fermano e il bando successivo riparte da zero. Durante TartaLife, per esempio, chi usava il TED per quattro giornate e ospitava due osservatori a bordo riceveva 3.000 euro a barca. Finiti i fondi, finisce anche l’incentivo.

Il conto arriva da Bruxelles

Tartarughe Caretta caretta e tursiopi sono specie protette dalla Direttiva Habitat. Gli Stati membri devono monitorare le catture accidentali e prendere misure perché non abbiano un impatto significativo sulle popolazioni. Sia l’Italia sia la Croazia sono sotto procedura di infrazione: la Croazia ha ricevuto una lettera di costituzione in mora nel febbraio 2025, e per l’Italia la procedura è già aperta, con il rischio, secondo l’inchiesta, di arrivare davanti alla Corte di giustizia dell’UE.

Il paradosso è evidente: Bruxelles paga le soluzioni e poi apre procedure di infrazione perché non vengono applicate.

Il punto di vista dei pescatori

Su GDM cerco sempre di non raccontare queste storie come uno scontro tra buoni e cattivi. La cattura accidentale è un costo anche per chi pesca. Una tartaruga nel sacco significa una cala rovinata, tempo perso a bordo e talvolta reti danneggiate. I tursiopi, poi, sono spesso un problema per la piccola pesca, perché depredano le reti da posta e le strappano: ne ho scritto in delfini e pescatori nel Mediterraneo.

Un TED va montato, calibrato e mantenuto. All’inizio può far perdere un po’ di pescato se non è regolato bene. Una rete con LED va gestita batteria per batteria. Chiedere a un armatore, già alle prese con il caro gasolio, di farsi carico da solo di questi costi significa garantire che non lo farà nessuno. Ricordiamo anche che la piccola pesca rappresenta circa l’81% della flotta ma appena il 13% degli sbarchi: sono le imprese con meno margini per investire.

Il modello statunitense insegna qualcosa. Lì il TED è obbligatorio, e gli USA non importano gamberi selvatici da Paesi che non adottano protezioni equivalenti per le tartarughe. In questo modo il dispositivo diventa una condizione per stare sul mercato, non un favore all’ambiente.

Cosa si potrebbe fare

Dalle sperimentazioni degli ultimi quindici anni emergono alcune strade concrete:

  • rendere obbligatori i dispositivi già testati, a partire dal TED nello strascico dell’Alto Adriatico, con fondi FEAMPA dedicati per l’acquisto e il montaggio;
  • pagare i pescatori che segnalano e consegnano le tartarughe ai centri di recupero, invece di lasciare che la dichiarazione sia solo un rischio;
  • un monitoraggio comune tra Italia e Croazia, con osservatori a bordo, per smettere di scaricare la responsabilità sull’altra costa;
  • riconoscere sul mercato il pesce catturato con attrezzi “a basso impatto”.

Su una cosa l’inchiesta ha ragione: finché la cattura accidentale resterà invisibile, il costo continuerà a finire sul fondo della rete. E a pagarlo saranno le tartarughe, i delfini e, alla fine, anche i pescatori.

Domande frequenti

Quante tartarughe e delfini muoiono nelle reti dell’Alto Adriatico?

Secondo l’inchiesta di Journalismfund Europe, ogni anno muoiono centinaia di tartarughe Caretta caretta e decine di tursiopi nelle reti italiane e croate. Le cifre reali sono probabilmente più alte, perché la maggior parte dei casi non viene dichiarata.

Che cos’è un TED?

Il Turtle Excluder Device è una griglia montata nella rete a strascico che lascia passare il pesce verso il sacco e devia le tartarughe verso un’apertura da cui possono uscire. È obbligatorio negli Stati Uniti nella pesca dei gamberi, ma non in Europa.

I pinger funzionano con i delfini?

I pinger sono dissuasori acustici che emettono segnali per allontanare i delfini dalle reti. Sono già disponibili in commercio e sono stati sperimentati in diversi progetti europei. Il loro uso nel Mediterraneo resta però volontario e legato ai finanziamenti dei progetti.

Perché Italia e Croazia sono sotto procedura di infrazione?

Per non aver applicato correttamente la Direttiva Habitat nella tutela di specie protette come tartarughe marine e tursiopi, compreso il monitoraggio e la riduzione delle catture accidentali.

Fonti

  • Journalismfund Europe, «Silent Killings: Shady Adriatic’s Cross-Border Bycatch», M. Abbà, B. Matejčić, E. Zavoli, 21 ottobre 2026.
  • Startupbusiness, «Il costo nascosto nella rete, da pesca», 21 ottobre 2026.
  • Living Cesenatico, «Delfini e tartarughe soffocati dalle reti: la strage “invisibile”», 21 ottobre 2026.
  • Progetto LIFE TartaLife (LIFE12 NAT/IT/000937), CNR-ISMAR: comunicato di avvio; report Azione C2 «Riduzione delle catture accidentali di tartarughe marine nelle reti a strascico: messa a punto e diffusione dei TED», 2014; report finale Azione C3 sui deterrenti visivi per reti da posta.
  • Progetto NETCET (IPA Adriatic), Newsletter n. 2 – Blue World Institute.
  • Fortuna C.M. et al., «By-catch of cetaceans and other species of conservation concern during pair trawl fishing operations in the Adriatic Sea (Italy)», Chemistry and Ecology, 2010.
  • Direttiva 92/43/CEE «Habitat».
Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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