Catch & Release: gesto responsabile o semplice illusione?
Negli ultimi anni il Catch & Release è diventato quasi un principio cardine tra i pescatori sportivi e, in molte competizioni, una vera e propria regola. In ambito agonistico, tuttavia, non sempre è stato accolto con entusiasmo: talvolta gli atleti guardano con diffidenza alla corretta misurazione delle catture degli avversari.
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Al di là delle opinioni personali, i tempi impongono una riflessione diversa sul rapporto tra pesca e sostenibilità. Sempre più spesso si sente dire: “Rilascialo, così cresce.” Un’affermazione condivisibile nelle intenzioni, ma chi conosce davvero il mare sa bene che la realtà è più complessa.
Un pesce rilasciato è davvero un pesce salvato?
La risposta è sì, ma solo se il rilascio viene effettuato correttamente.
Quando vediamo un pesce riprendere il largo dopo la slamatura, siamo portati a pensare che tutto sia andato per il meglio. Non sempre è così. Durante il combattimento l’animale accumula stress, va incontro a forte affaticamento e può subire danni interni non immediatamente visibili.
Molto dipende dalla specie, dalla taglia e dalle condizioni ambientali. Un pesce di grandi dimensioni ha generalmente meno probabilità di sopravvivere rispetto a uno piccolo, soprattutto se la cattura comporta un recupero lungo e faticoso.
Immaginiamo, ad esempio, un’orata di un chilogrammo catturata a surf casting: il combattimento prolungato potrebbe portarla a riva già stremata. Situazione diversa rispetto a specie meno combattive o di dimensioni inferiori.
Anche la temperatura dell’acqua incide in maniera determinante. Più l’acqua è calda, minore è la concentrazione di ossigeno disponibile. In estate, quindi, il Catch & Release diventa ancora più delicato e complesso.
Meglio rilasciare, ma farlo bene
È bene chiarire subito un concetto: rilasciare è quasi sempre preferibile al trattenere indiscriminatamente ogni cattura. Tuttavia non basta liberare un pesce per sentirsi automaticamente nel giusto. La differenza la fanno i dettagli.
Occorre utilizzare ami adeguati alla preda insidiata. Un pesce che ingoia profondamente l’amo ha minori possibilità di sopravvivenza. In questi casi, spesso è preferibile tagliare la lenza e lasciarlo con l’amo, piuttosto che tentare una rimozione invasiva con lo slamatore. Recuperare un amo non vale la vita di un pesce.
È inoltre fondamentale evitare di afferrare il pesce per le branchie, organi estremamente delicati, il cui danneggiamento può causarne la morte anche dopo il rilascio.
Altro aspetto cruciale è il tempo trascorso fuori dall’acqua. Per noi trenta secondi possono sembrare pochi, magari il tempo di una fotografia; per il pesce possono rappresentare invece una seria minaccia alla sopravvivenza.
E quando si parla di grandi pesci?
Con specie importanti come il tonno rosso (Thunnus thynnus), il discorso si fa ancora più sensibile. Chi ha esperienza diretta lo sa bene:
- il combattimento è spesso lungo e impegnativo;
- lo stress dell’animale raggiunge livelli elevatissimi;
- anche un rilascio eseguito correttamente non offre garanzie assolute.
Non a caso, laddove queste attività sono consentite e regolamentate, i protocolli operativi sono rigorosi e mai lasciati all’improvvisazione.
Esperienza reale, non semplice teoria
Il mare insegna ogni giorno che non tutto va come previsto. L’esperienza sul campo vale spesso più di molte parole.
Il Catch & Release non deve diventare una moda né un alibi per lavarsi la coscienza. È uno strumento utile, ma funziona soltanto se accompagnato da conoscenza e responsabilità. Non significa rilasciare sempre e comunque, bensì comprendere quando e come farlo nel modo corretto.
Rilasciare un pesce non equivale automaticamente a salvarlo. Ma farlo bene può davvero fare la differenza. Il mare cambia, le risorse cambiano, e anche noi dobbiamo evolvere il nostro modo di pescare. Non per pescare meno, ma per pescare meglio.




