Chi si infila con lo sguardo dentro una fessura di roccia o un anfratto in ombra, tra pochi metri e una trentina di profondità, può imbattersi in un ciuffo di tentacoli lunghi, sottili e quasi trasparenti, screziati di bianco alle punte, che sbucano da una colonna color bruno a forma di tromba. È l’anemone bruno, Aiptasia mutabilis, una specie diffusa nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale che passa spesso inosservata rispetto a parenti più vistosi come l’anemone comune (Anemonia sulcata), ma che nasconde più di una curiosità.
Il corpo — la colonna — può restare ancorato saldamente a una roccia tramite un piccolo disco basale, ma non è un fissaggio definitivo: l’anemone bruno è capace di staccarsi e migrare lentamente alla ricerca di un rifugio più adatto, un comportamento non scontato in un animale che a prima vista sembra completamente sedentario. La corolla di tentacoli può raggiungere i 15 cm di diametro ed è composta da un numero sorprendentemente alto di tentacoli — tra 96 e 192 — disposti in sei corone concentriche attorno al disco boccale, con quelli interni più lunghi di quelli esterni.
Una delle caratteristiche più utili per riconoscerlo sul campo è il comportamento: a differenza dell’anemone comune, che resta quasi sempre disteso e aperto, l’anemone bruno è molto più contrattile e si richiude con movimenti a scatti quando si sente minacciato. Se disturbato, può anche espellere dai tentacoli filamenti bianchi urticanti chiamati aconzi — un’arma difensiva in più oltre alle normali cellule urticanti (cnidocisti) che ricoprono i tentacoli.
Il colore, tutt’altro che fisso, varia dal bruno al verde, all’azzurro, fino al violetto: una variabilità dovuta alle zooxantelle del genere Amphidinium che vivono nei suoi tessuti e che assorbono la luce in modo diverso a seconda della profondità. Questi alghe simbionti forniscono energia extra all’anemone tramite la fotosintesi, ma non bastano da sole: l’anemone bruno resta un cacciatore attivo, che cattura con i tentacoli piccoli pesci, crostacei e detriti organici in sospensione.
È proprio questa simbiosi con le zooxantelle ad aver reso l’anemone bruno un piccolo protagonista della ricerca scientifica sul cambiamento climatico. Essendo molto più semplice da allevare e manipolare in laboratorio rispetto a un vero corallo tropicale, Aiptasia mutabilis (insieme ad altre specie del genere Aiptasia/Exaiptasia) viene utilizzato come organismo modello per studiare il meccanismo dello sbiancamento dei coralli — il coral bleaching che minaccia la Grande Barriera Corallina e le altre barriere coralline del pianeta. Osservando come e perché questo anemone espelle le sue zooxantelle sotto stress termico, i ricercatori hanno potuto ricostruire dinamiche molto simili a quelle che portano i coralli a sbiancarsi e, spesso, a morire.
Si riproduce sia sessualmente, con sessi separati, sia asessualmente, per divisione della colonna — un meccanismo che le permette di moltiplicarsi molto rapidamente anche a partire da un singolo frammento di tessuto. È proprio questa capacità di riproduzione rapida e incontrollata ad averle dato una fama tutt’altro che positiva fuori dal mare aperto: negli acquari di barriera domestici, l’anemone bruno è temuto come una delle specie infestanti più difficili da eliminare, capace di colonizzare rapidamente vasche intere a partire da pochi frammenti introdotti accidentalmente insieme a rocce vive o coralli.
Nel suo ambiente naturale, però, resta un abitante discreto e prezioso del coralligeno e dei fondali rocciosi mediterranei — un piccolo laboratorio vivente che ci sta aiutando a capire uno dei fenomeni più preoccupanti legati al riscaldamento degli oceani.
Domande frequenti
Punge?
Ha cellule urticanti; per l'uomo provoca al massimo un lieve fastidio.
Si riproduce velocemente?
Sì, anche per frammentazione della base.
Di che colore è?
Marrone, verdastro o grigio.


