Scheda scientifica marina

Mawia benovici

Mawia benovici

Scyphozoa IUCN NE — Non valutata
Nome scientifico
Mawia benovici
Stato IUCN
NE — Non valutata

Nell’autunno del 2013, al largo di Chioggia, i pescatori che tiravano a bordo le reti della piccola pesca pelagica si trovarono davanti a qualcosa che nessuno di loro aveva mai visto prima: centinaia di meduse dorate, mai incontrate in tutta una vita passata in mare, che riempivano le reti a ogni calata. Le fotografarono, le mandarono ai biologi dell’Istituto Nazionale di Biologia sloveno — e nel giro di pochi mesi la loro scoperta sarebbe diventata scienza: una specie completamente nuova, mai descritta prima in nessun mare del mondo.

Fu chiamata Pelagia benovici, in onore del biologo croato Adam Benović, che per una vita intera aveva studiato le meduse dell’Adriatico. Il nome, però, sarebbe durato solo tre anni: nel 2016 un’analisi filogenetica più approfondita, condotta su trentadue caratteri morfologici e su marcatori genetici sia nucleari che mitocondriali, dimostrò che questa medusa non apparteneva affatto al genere Pelagia — nonostante l’aria di famiglia con la ben più nota Pelagia noctiluca — ma rappresentava un genere del tutto nuovo. Nacque così Mawia benovici, il nome che porta oggi.

È una medusa piccola, appena cinque centimetri di diametro, ma inconfondibile: l’ombrello ha un colore giallo ocra intenso, quasi dorato, punteggiato da evidenti escrescenze sulla superficie e attraversato da gonadi bianche a forma di ferro di cavallo, ben visibili in trasparenza. Le braccia orali sono lunghe, sottili e delicate. È proprio questa vistosità a rendere la sua scoperta ancora più sorprendente: il Golfo di Trieste e le acque del nord Adriatico sono tra le zone marine più studiate al mondo, monitorate da decenni di ricerca oceanografica — eppure una medusa così appariscente era riuscita a restare invisibile alla scienza fino al 2013, alimentando l’ipotesi che si tratti di una specie arrivata da altrove, forse dall’Oceano Indiano, introdotta accidentalmente attraverso le acque di zavorra delle navi o il trasporto di specie destinate all’acquacoltura.

C’è un ultimo mistero, forse il più curioso: gli studi condotti negli anni successivi alla sua scoperta hanno rilevato, nelle popolazioni del nord Adriatico, quasi esclusivamente esemplari maschili. Le femmine restano rarissime, quasi introvabili, e i ricercatori non hanno ancora una spiegazione definitiva del perché — se sia un artefatto del campionamento, una particolarità del ciclo riproduttivo della specie, o il segno di una popolazione ancora ai margini della sua area di origine, non stabilmente insediata. Una medusa scoperta appena una manciata di anni fa, insomma, continua a fare domande più velocemente di quanto la scienza riesca a rispondervi.

Per i pescatori del Golfo di Trieste, la Mawia benovici non è rimasta una semplice curiosità scientifica: le sue fioriture, comparendo talvolta in concomitanza con quelle della Pelagia noctiluca, intasano le stesse reti da posta usate per la piccola pesca pelagica, obbligando gli equipaggi a ore extra di pulizia e selezione del pescato. È un piccolo ma concreto promemoria di come anche una specie descritta appena una decina di anni fa, ancora avvolta da incertezze tassonomiche e riproduttive, possa già avere un impatto misurabile sulla vita economica delle comunità costiere che condividono con lei lo stesso tratto di mare.

A differenza della Pelagia noctiluca, con cui condivide spesso lo stesso tratto di mare, la Mawia benovici sembra prediligere una dieta a base di zooplancton particolarmente minuto, catturato grazie a cnidociti più fini e meno aggressivi di quelli della sua ex parente. È una differenza sottile ma ecologicamente importante: due meduse simili nell’aspetto e nell’habitat possono comunque occupare nicchie alimentari distinte, riducendo la competizione diretta per le stesse risorse — un dettaglio che gli studi futuri sulla neonata Mawia benovici dovranno ancora confermare con maggiore precisione.

La sua descrizione scientifica, avvenuta a soli tre anni dalla prima segnalazione dei pescatori di Chioggia, resta un esempio scolastico di quanto velocemente la scienza possa oggi rispondere a una scoperta sul campo, quando la collaborazione tra pescatori, fotografi occasionali e ricercatori funziona senza intoppi — un modello di lavoro che i progetti di citizen science cercano oggi di replicare su scala molto più ampia.

L'autore

Marcello Guadagnino

Marcello Guadagnino

Biologo marino · GDM

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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