Il nome scientifico del genere, dal greco trakhýs, significa semplicemente “pungente” — e nel caso di questa tracina, la meno comune di tutte quelle italiane, la definizione non potrebbe essere più azzeccata.
Tra le quattro tracine che vivono nel Mediterraneo, la tracina ragno, Trachinus araneus, è la più difficile da incontrare: viene descritta unanimemente come la specie meno comune nei mari italiani, pur essendo presente lungo tutte le coste nazionali e diffusa anche nell’Oceano Atlantico orientale, dal Portogallo fino all’Africa meridionale. Raggiunge una lunghezza massima di 40-45 cm, con un corpo più tozzo e massiccio rispetto alle congeneri, una testa robusta, una bocca dal taglio quasi verticale e occhi piccoli sormontati da un paio di aculei appuntiti.
Un nome che viene dritto dal greco
Il termine “Trachinus” deriva dal greco trakhýs, che significa “ruvido” o “pungente” — un’etimologia che si adatta perfettamente a un pesce interamente armato di spine velenifere. Anche il nome inglese, weever, ha un’origine curiosa: sarebbe una corruzione di wyvern, la parola che in araldico indica un drago-vipera alato, a testimonianza di quanto questi pesci siano stati temuti fin dall’antichità dai popoli costieri europei.
Come riconoscerla tra le altre tracine
Distinguere la tracina ragno dalle sue tre parenti mediterranee richiede attenzione a dettagli precisi. Rispetto alla tracina raggiata (Trachinus radiatus), con cui condivide la colorazione più marcatamente punteggiata, si riconosce per l’assenza delle creste a ventaglio sopra gli occhi e per il numero di raggi della seconda pinna dorsale, che in questa specie sono 29-32 contro i 24-27 della raggiata. Rispetto alla tracina drago (Trachinus draco), ha un corpo meno slanciato e uno spazio interoculare, sopra la testa, pari all’incirca al diametro dell’occhio — mentre nella drago questo spazio è circa la metà. La differenza con la piccola tracina vipera (Echiichthys vipera) sta invece nella presenza di due aculei sopraoculari, assenti in quest’ultima. La livrea è beige-giallastra, fittamente punteggiata di scuro, con una fila di grosse macchie scure ben distinte lungo ciascun fianco, e la coda ha una caratteristica forma a spatola.
Un’agguato fulmineo
Come le altre tracine, vive quasi interamente infossata nel substrato sabbioso, lasciando sporgere solo gli occhi, in un’attesa immobile che può durare a lungo. Si nutre di crostacei, altri invertebrati e piccoli pesci, catturati con un’agilità sorprendente per un animale apparentemente così sedentario: al passaggio di una preda scatta con guizzi rapidissimi, descritti da alcuni osservatori come vere e proprie “sciabolate”, trafiggendo la vittima con le spine velenose in una frazione di secondo. Frequenta fondali sabbiosi da pochi metri fino a 100 metri di profondità. La riproduzione è estiva, con uova e larve pelagiche che si disperdono nella colonna d’acqua.
I pesci ossei del Mediterraneo: Guida illustrata a 150 specie
150 schede illustrate su identificazione, biologia e curiosità. 319 pagine, di Marcello Guadagnino.
Sfoglia alcune schede specie tratte dal libro: identificazione, biologia e curiosità per ogni pesce.
Attenzione: tra le tracine più aggressive
Va segnalato un aspetto comportamentale non banale: al pari della tracina drago, Trachinus araneus è considerata una delle specie più aggressive del genere, ed esistono segnalazioni documentate di attacchi diretti verso subacquei che si sono avvicinati troppo al suo territorio — un comportamento più raro nelle altre tracine mediterranee, generalmente più schive. Per la composizione del veleno, i sintomi della puntura e le procedure corrette di primo soccorso, la nostra guida di riferimento resta “Puntura di tracina: cosa fare e come prevenirla“, insieme all’approfondimento “Quali sono gli animali più velenosi del Mediterraneo?“.


