Mentre gli altri cefali restano fedeli al mare, questo si spinge dove nessun altro mugilide osa arrivare: risale i fiumi per chilometri, fino a nuotare in acqua completamente dolce, e tollera livelli di inquinamento che scoraggerebbero quasi ogni altro pesce costiero.
Diffuso in tutto il Mediterraneo, nel Mar Nero e lungo l’Atlantico orientale — dal Marocco fino alla Scandinavia meridionale, con segnalazioni anche nel Mare del Nord, nel Mar di Barents e nel Mar di Norvegia — il cefalo calamita, Liza ramada (sinonimo Chelon ramada), conosciuto anche come botolo o vàrago, è uno dei cinque cefali di interesse commerciale nei nostri mari. Il corpo è affusolato e slanciato, quasi cilindrico tranne che nel peduncolo caudale, alto e appiattito; la colorazione è quella tipica dei mugilidi, grigio scura sul dorso e argentea sui fianchi, percorsi da fasce orizzontali più scure. Raggiunge normalmente i 50 cm, eccezionalmente fino a 70.
Un cefalo quasi anfibio
Il tratto più sorprendente di questa specie è la sua straordinaria eurialinità: pur essendo un pesce marino a tutti gli effetti, con stile di vita pelagico e costiero, il cefalo calamita risale i fiumi in primavera per lunghi tratti, fino a raggiungere acque completamente dolci — un comportamento non comune tra i pesci marini, che lo rende un frequentatore abituale di lagune, foci ed estuari ben oltre il limite dove si spingono le altre specie di cefalo. A questa capacità si affianca un’altrettanto notevole tolleranza all’inquinamento, che lo rende una presenza frequente persino all’interno dei porti, dove le condizioni ambientali sono spesso proibitive per molte altre specie ittiche costiere.
Come riconoscerlo tra i cefali dalla macchia dorata
Il cefalo calamita appartiene al gruppo delle tre specie di cefalo che possono presentare una macchia dorata sull’opercolo — insieme al cefalo dorato (Chelon auratus) e al cefalo verzelata (Chelon saliens) — ma qui il criterio diagnostico principale è proprio l’assenza o la debolezza di questa macchia: nel calamita la macchia dorata manca quasi sempre, e se presente è sbiadita e indistinta, ben diversa da quella ampia e vistosa del cefalo dorato. Un secondo carattere utile è la macchia scura all’ascella delle pinne pettorali, generalmente ben visibile in questa specie. Rispetto al cefalo dorato si distingue anche per la zona tra le narici, coperta di piccole squame (mentre nel dorato è quasi priva di squame); rispetto al cefalo verzelata, per la presenza di un solo solco sulle squame della parte anteriore del dorso, contro i 2-5 solchi di quest’ultimo.
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150 schede illustrate su identificazione, biologia e curiosità. 319 pagine, di Marcello Guadagnino.
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Un pesce fatto per l’acquacoltura
Proprio grazie a questa eccezionale adattabilità alle acque dolci, salmastre e marine, il cefalo calamita è tra le specie di cefalo più frequentemente allevate: la sua capacità di tollerare condizioni ambientali variabili e non ottimali lo rende una scelta naturale per l’acquacoltura estensiva nelle valli da pesca costiere, dove raggiunge la taglia commerciale più richiesta, tra i 500 e i 1000 grammi, generalmente tra il terzo e il quinto anno di allevamento.


