Tra le quattro tracine che popolano il Mediterraneo, questa è quella che si spinge più al largo e più in profondità — un dettaglio che la rende anche la meno conosciuta dai bagnanti, ma non per questo meno temuta da chi pesca a strascico o con palangari.
Nel Mar Mediterraneo e lungo le coste dell’Atlantico orientale, tra Gibilterra e l’Angola, vive la tracina raggiata, Trachinus radiatus, un pesce della famiglia Trachinidae — la stessa a cui appartengono la più nota tracina drago (Trachinus draco), la tracina ragno (Trachinus araneus) e la piccola ma temutissima tracina vipera (Echiichthys vipera). È la specie più grande tra tutte quelle mediterranee del genere: può raggiungere i 50 cm di lunghezza, anche se oggi è raro imbattersi in esemplari di quella taglia.
Come riconoscerla
Il corpo, allungato e compresso lateralmente, ricorda molto quello della tracina drago, ma con alcune differenze precise che permettono di distinguerla sul campo. Sopra gli occhi, nella parte posteriore del capo, presenta una caratteristica serie di creste disposte a ventaglio — un tratto che manca sia alla tracina drago sia alla tracina ragno, e che costituisce l’elemento identificativo più affidabile. La colorazione di fondo è beige-brunastra, spesso punteggiata da ocelli scuri dal centro più chiaro; negli esemplari più grandi queste macchie possono allinearsi in grossolane strie longitudinali. La prima pinna dorsale, quella dotata delle robuste spine velenose, presenta una macchia nera ben visibile. Rispetto alla tracina vipera, la raggiata si distingue anche per la presenza di piccole spine sopraoculari e per una punteggiatura scura molto più marcata.
Una curiosità storica riportata già nell’Ottocento dal naturalista Costa: sembra che negli esemplari maschi sia presente una caratteristica macchia nero-violacea dietro le pinne pettorali, assente nelle femmine — uno dei rari casi in questa famiglia in cui si è provato a descrivere un dimorfismo sessuale esterno, anche se il dato non è mai stato confermato con rigore scientifico moderno.
Habitat: la tracina che vive più al largo
A differenza delle sue congeneri, che frequentano soprattutto le acque costiere poco profonde — dove capita di calpestarle camminando in riva al mare — la tracina raggiata predilige fondali sabbiosi e detritici molto più profondi, e viene catturata solitamente tra i 30 e i 100 metri di profondità, spostandosi fino a 150 metri durante la stagione fredda in acque più calde e riparate. Questo la rende un incontro molto più comune per chi pratica la pesca professionale a strascico o con palangari che per il bagnante medio, ed è uno dei motivi per cui resta relativamente meno conosciuta rispetto alla tracina drago, protagonista invece della maggior parte delle punture segnalate in spiaggia.
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Di giorno resta quasi sempre infossata nella sabbia, lasciando sporgere solo gli occhi e la spina dorsale velenosa; di notte diventa più attiva e nuota liberamente in cerca di prede. La riproduzione inizia in primavera, periodo in cui gli esemplari si avvicinano sottocosta; le uova sono galleggianti (pelagiche). Storicamente veniva catturata con palangari, lenze e sciabiche ed è nota la sua tendenza a gettarsi su oggetti luccicanti — una caratteristica che un tempo la rendeva facile da pescare con esche fosforescenti.
Attenzione alle spine: stessa cautela delle altre tracine
Come tutte le tracine, anche Trachinus radiatus possiede spine velenose robuste alla base della prima pinna dorsale e sull’opercolo, collegate a ghiandole velenifere. Il rischio riguarda soprattutto i pescatori che maneggiano il pesce dopo la cattura in rete o palangaro, più che i bagnanti, dato l’habitat più profondo della specie. Per la composizione del veleno, i sintomi della puntura e le procedure di primo soccorso — incluso il trattamento con acqua calda per neutralizzare il veleno termolabile — rimandiamo alla nostra scheda dedicata “Puntura di tracina: cosa fare e come prevenirla“ e all’approfondimento “Quali sono gli animali più velenosi del Mediterraneo?“, dove il tema è trattato nel dettaglio.


