Squalo capopiatto nel Golfo di Napoli: aggregazione scoperta tra Ischia e Capri
Un gruppo di ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli ha documentato qualcosa di raro e scientificamente rilevante: un’aggregazione numerosa di Hexanchus griseus — lo squalo capopiatto, o notidano grigio — a circa 200 metri di profondità, nelle acque comprese tra le isole di Ischia e Capri. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Ecology, nell’ambito delle attività finanziate dal National Biodiversity Future Center (NBFC-PNRR).
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Si tratta di una scoperta non banale. Non tanto per la specie in sé — H. griseus è considerato l’elasmobranchio più comune nel Mediterraneo profondo — quanto per la concentrazione di esemplari in un’area geografica così ristretta, a poca distanza da una delle aree metropolitane più densamente popolate d’Europa.
Chi è lo squalo capopiatto (Hexanchus griseus)
Hexanchus griseus (Bonnaterre, 1788) appartiene all’ordine Hexanchiformes, famiglia Hexanchidae — uno dei gruppi di squali più antichi dal punto di vista evolutivo. Il nome comune “capopiatto” descrive fedelmente il profilo appiattito della testa; in inglese è noto come bluntnose sixgill shark, in francese requin griset.
Il carattere più diagnostico della specie è la presenza di sei paia di fessure branchiali — contro le cinque tipiche della maggior parte degli squali moderni — con un’unica pinna dorsale posizionata molto arretrata rispetto al centro del corpo. Gli esemplari adulti possono raggiungere i 5 metri di lunghezza e oltre, rendendola una delle specie di squalo di maggiori dimensioni presenti nel Mediterraneo. Nonostante questo, non costituisce una minaccia per l’uomo: è una specie essenzialmente batipelagica, che vive in acque profonde e che nel Mediterraneo si nutre principalmente di piccoli pesci.
La distribuzione verticale della specie è ampia: è stata segnalata da acque superficiali fino a 2.500 metri di profondità, con un range più frequentemente osservato tra 180 e 1.100 metri. Studi di telemetria hanno dimostrato la capacità di compiere migrazioni verticali diurne, risalendo a quote minori durante le ore notturne e ridiscendendo in profondità nelle ore diurne — un comportamento che la espone al rischio di cattura accidentale da parte delle flotte a strascico.
La scoperta: cosa hanno trovato i ricercatori
Lo studio è stato coordinato da Simona Noè, autrice principale della ricerca, e da Trevor Willis, responsabile del progetto. I dati sono stati raccolti utilizzando sistemi video subacquei appositamente costruiti, dotati di esche, sviluppati in collaborazione con la Core Facility – Infrastrutture per la Ricerca a Mare (IRM) della Stazione Zoologica Anton Dohrn.

Questi strumenti permettono di effettuare stime di abbondanza non estrattive, ovvero senza necessità di cattura, con costi contenuti e un impatto trascurabile sugli esemplari. Si tratta di un approccio metodologicamente robusto, sempre più utilizzato nel monitoraggio degli elasmobranchi profondi.
L’aggregazione è stata osservata in associazione a biocostruzioni di coralli di acque fredde presenti sul fondale. Secondo i ricercatori, la presenza di queste strutture biogeniche potrebbe fungere da rifugio, limitando l’accesso fisico alle reti a strascico e creando zone di fatto protette dalla pressione di pesca.
Come ha dichiarato Noè: pochi esemplari erano già stati segnalati in passato durante immersioni con ROV condotte dal dott. Simonepietro Canese, ma l’entità dell’aggregazione osservata in un’area così piccola era del tutto inattesa.
Il ruolo ecologico di H. griseus nei fondali profondi
Hexanchus griseus è considerato un predatore apicale generalista degli ecosistemi di acque profonde. La sua dieta varia a seconda della disponibilità e della profondità, includendo cefalopodi, pesci, crostacei e in alcuni casi mammiferi marini.



Un notidano grigio: nonostante le dimensioni — fino a 5 metri — la specie non rappresenta alcuna minaccia per l’uomo e vive stabilmente al di sotto dei 200 metri di profondità.
Nel contesto degli ecosistemi bentonici profondi, la specie potrebbe svolgere un ruolo funzionale importante: attraverso le sue migrazioni verticali, trasporta materia organica tra gli strati superficiali e quelli profondi, contribuendo al cosiddetto pompa biologica di carbonio e nutrienti. Come ha sottolineato Trevor Willis, le conoscenze sulla specie restano ancora limitate — la scoperta nel Golfo di Napoli apre prospettive di studio su una popolazione che non era stata mai quantificata con metodi sistematici.
A livello conservazionistico, H. griseus è classificata come Quasi Minacciata (NT) dalla lista rossa IUCN a scala globale, mentre nel Mediterraneo è valutata come Least Concern nella più recente revisione regionale. La cattura accidentale nei palangari e nelle reti a strascico rimane la principale pressione antropica sulla specie.
Perché questa scoperta è significativa per il Mediterraneo
Le popolazioni di squali nel Mediterraneo hanno subito contrazioni drammatiche nel corso del Novecento, in molti casi superiori all’80% rispetto alle abbondanze storiche. Specie di grandi dimensioni come il grande squalo bianco sono oggi rare, e la pressione di pesca — diretta e incidentale — ha progressivamente alterato la struttura trofica degli ecosistemi pelagici e bentonici.
In questo contesto, documentare un’aggregazione numerosa di un grande predatore profondo a poca distanza da un’area urbana come Napoli ha un doppio valore: scientifico, perché fornisce dati di abbondanza finora mancanti; e conservazionistico, perché suggerisce che le biocostruzioni coralline profonde possono funzionare come rifugi naturali efficaci, anche in assenza di protezione formale.
L’area tra Ischia e Capri non è attualmente inclusa in alcuna zona di protezione marina specifica per i fondali profondi. La ricerca della Stazione Zoologica Anton Dohrn potrà fornire elementi utili per valutare eventuali misure di tutela nell’ambito della pianificazione dello spazio marittimo.
Lo squalo capopiatto e la pesca professionale
Per i pescatori professionisti che operano con palangari di fondo e reti a strascico nel Tirreno meridionale, H. griseus è una presenza nota, sebbene non sempre riconosciuta con il nome scientifico corretto. Viene catturato accidentalmente, talvolta in profondità superiori ai 500 metri. Non ha valore commerciale rilevante nel mercato italiano e in genere viene rigettato in mare, il che rende difficile qualsiasi stima affidabile dei livelli di cattura incidentale.
La mancanza di dati sistematici sulla mortalità da bycatch è uno dei principali ostacoli alla valutazione dello stato di conservazione della specie a scala locale. La ricerca appena pubblicata — basata su metodologie non estrattive — rappresenta un passo avanti importante in questa direzione.
La scoperta di un’aggregazione di squali capopiatto nelle acque profonde del Golfo di Napoli è una notizia che merita attenzione scientifica, non sensazionalismo. Hexanchus griseus non è un predatore pericoloso per i bagnanti né per i pescatori in superficie: vive in un ambiente che ci è quasi inaccessibile, a 200 metri di profondità, tra strutture coralline che esistono da secoli.
Ciò che rende questa scoperta rilevante è il segnale che porta con sé: un ecosistema profondo funzionante, con la sua catena trofica intatta, a poche miglia da una delle coste più antropizzate del Mediterraneo. È un dato incoraggiante, e al tempo stesso una responsabilità per le politiche di gestione dello spazio marino nel Tirreno centrale.
Il lavoro della Stazione Zoologica Anton Dohrn conferma l’importanza del monitoraggio sistematico degli ambienti profondi — ancora largamente inesplorati — e la necessità di metodologie non invasive per la raccolta di dati su specie vulnerabili.
Fonte: Noè S. et al. (2026), rivista Ecology — Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli. Ricerca finanziata da National Biodiversity Future Center (NBFC-PNRR).






