Politica e istituzioni

Pesca artigianale nel Nord Adriatico: crisi, specie invasive e due proposte per il futuro

In questo articolo · 5 sezioni
  1. Il Giornale dei Marinai dà voce a chi il mare lo vive ogni giorno. Cristiano Mauro, 37 anni, biologo e pescatore a Cortellazzo, ha redatto una relazione formale destinata alle istituzioni locali e nazionali — Regione Veneto, Comune di Jesolo, Capitaneria di Porto, ARPAV e Ministero dell’Istruzione — per descrivere lo stato della pesca artigianale nel Nord Adriatico e avanzare due proposte concrete. La pubblichiamo integralmente, perché certe voci meritano di essere ascoltate.
  2. 1. Stato attuale della pesca artigianale nel Nord Adriatico
  3. 2. Le tre criticità principali della piccola pesca artigianale
  4. 3. Il problema della formazione professionale
  5. 4. Le proposte: due richieste istituzionali
img 20260218 wa0000 (1)

Il Giornale dei Marinai dà voce a chi il mare lo vive ogni giorno. Cristiano Mauro, 37 anni, biologo e pescatore a Cortellazzo, ha redatto una relazione formale destinata alle istituzioni locali e nazionali — Regione Veneto, Comune di Jesolo, Capitaneria di Porto, ARPAV e Ministero dell’Istruzione — per descrivere lo stato della pesca artigianale nel Nord Adriatico e avanzare due proposte concrete. La pubblichiamo integralmente, perché certe voci meritano di essere ascoltate.

Stato della pesca artigianale nella zona di Cortellazzo – Relazione 2026

Relazione inerente all’apertura di un dialogo istituzionale per la richiesta dell’esercizio della pesca professionale all’interno delle boe nel periodo estivo, e della necessità di introdurre l’obbligo di frequentare gli istituti professionali per la pesca istituiti dal Ministero dell’Istruzione per poter accedere all’esercizio della pesca professionale. Compartimento Marittimo di Venezia – Circomare di Jesolo.

1. Stato attuale della pesca artigianale nel Nord Adriatico

Nel litorale jesolano e in tutti i lidi del Nord Adriatico si sta assistendo a un calo degli addetti nel settore pesca, soprattutto tra i giovani. Sono un pescatore, ho 37 anni e penso di essere forse il più giovane, per lo meno a Cortellazzo.

Questo declino non deriva dalla crisi del granchio blu o dalla crisi delle vongole, ma da una cattiva gestione della risorsa ittica che ha le sue origini negli anni Settanta del dopoguerra. È risaputo che le generazioni di pescatori nate negli anni Venti e Trenta del secolo scorso venivano da una crisi economica e ripresero a lavorare con i metodi e i criteri che si usavano all’epoca: metodi legati, sia in mare che nelle lagune, alla stagionalità e alle migrazioni delle specie nel bacino del Nord Adriatico, veicolate dalle Correnti levantine che risalgono la Fossa Ionica e girano in senso antiorario per ridiscendere verso sud, con un apporto incrementato dalle acque dolci dei numerosi fiumi legati ai bacini idrografici delle Alpi.

L’avvento delle moderne tecnologie di pesca — strascico, turbosoffianti in mare e in laguna — e un numero elevato di reti e nasse calate in mare hanno portato a uno sfruttamento eccessivo delle risorse, soprattutto per quanto riguarda il ciclo vitale complessivo delle specie ittiche. La generazione successiva a quella del dopoguerra aveva a disposizione mezzi più potenti, con i quali fare meno fatica e guadagnare di più, senza avere alcun tipo di esperienza, senza dover conoscere le maree né i cicli stagionali delle specie che vivono nella colonna d’acqua.

Il motivo principale è stato la mancanza di istruzione a fronte di un elevato guadagno. Ad esempio, negli anni Ottanta, con l’avvento di specie alloctone nelle lagune del Nord Adriatico come la vongola verace Tapes philippinarum, introdotta senza un piano di gestione corretto, molte persone che non avevano mai lavorato nella pesca si riversarono in laguna, distruggendo letteralmente i bacini lagunari: vennero alterati la sedimentologia dei fondali, la tessitura e l’equilibrio chimico-fisico delle acque, con la conseguente morte delle praterie a fanerogame marine, che rappresentano la nursery per la maggior parte delle specie del Nord Adriatico, e con una riduzione drastica degli stock ittici.

Sempre dagli anni Settanta–Ottanta, con lo stesso approccio, si permise la pesca delle vongole in mare senza piani di gestione, con barche che pescavano anche venti quintali al giorno di lupini e cappelunghe. Lo stesso vale per i pesci ossei e cartilaginei, ai quali non è mai stata assegnata una quota (a parte il tonno): privilegiando la quantità al discapito della sostenibilità, si è alterato in modo ormai permanente lo stato dei litorali.

Senza gli scanni e le praterie a fanerogame marine — Cymodocea nodosa in particolare, che smorza la forza erosiva delle onde assorbendo l’energia cinetica dell’acqua — e senza adeguati interventi di ripascimento e di gestione delle fanerogame spiaggiate (che proteggono le spiagge dall’erosione), si è eliminato l’equilibrio naturale tra il mare e gli apparati dunali. Le dune sono un serbatoio di sabbia alimentato dalla forza del vento, dalle fanerogame spiaggiate e dalle piante colonizzatrici, erose dalla forza del mare che per un terzo deposita e per due terzi erode nel momento in cui un’onda impatta sulla linea di riva e ritorna al largo.

A tutto questo si aggiunge il fatto che negli anni Ottanta nei detersivi furono introdotti tensioattivi che provocarono un riversamento eccessivo di fosfati in mare attraverso impianti di depurazione obsoleti. Ciò generò fioriture eccessive di fitoplancton e macrofite che portarono al collasso dei sistemi marini e lagunari. Oggi esiste un limite di legge al contenuto di fosfati nei detersivi per uso domestico, ma i danni ecosistemici si sono protratti per decenni.

La crisi così determinata spinse il settore ittico a chiedere fondi alla politica. Poiché la pesca, come l’agricoltura, rappresentava un bacino di voti consistente, si decise di finanziare l’incremento delle grandi imbarcazioni per la pesca in mare aperto, senza considerare i problemi che questo avrebbe causato: gli elevati costi attuali del gasolio e il progressivo esaurimento della risorsa ittica, non rispettandone la stagionalità. Ci si è continuati su questa strada fino alla creazione di consorzi come il COGEVO o OPIFASOLARI e di vari allevamenti di vongole veraci in laguna che, fatta eccezione per alcuni casi virtuosi, sono falliti eliminando gli ecosistemi preesistenti.

2. Le tre criticità principali della piccola pesca artigianale

2.1 Cambiamento climatico e alterazione degli equilibri ecologici

La stagionalità della pesca è cambiata a causa del surriscaldamento globale, che — con l’indebolimento delle correnti levantine, temperature medie stagionali superiori alla norma e precipitazioni scarse nei mesi primaverili e autunnali — provoca variazioni di temperatura, salinità e pH della colonna d’acqua. Ne consegue una diminuzione nella dissoluzione dell’anidride carbonica in acqua, con conseguente alterazione del ciclo dei carbonati e della disponibilità di carbonato di calcio e magnesio per tutti gli organismi calcificatori.

Ad aggravare la situazione concorre la quantità di nutrienti immessi in mare da fiumi e impianti idrovori, derivante dalla presenza di impianti a biomassa che riversano nelle campagne reflui ad alta concentrazione di azoto, e da impianti di depurazione non in grado di sostenere il carico dei reflui estivi. Ciò comporta un eccesso e un cambiamento nella tipologia di fitoplancton, zooplancton e macrofite che, una volta morte, si depositano sul fondale creando uno strato anossico nocivo per gli organismi bentonici e pelagici.

Oggi la pesca a strascico è vietata entro le 3 miglia nautiche e le imbarcazioni si spingono sempre più al largo nei luoghi di svernamento degli organismi, riducendone gli stock disponibili sia per la pesca a strascico sia per quella artigianale, in assenza di quote e di accordi tra gli Stati che praticano la pesca in Adriatico. Preservare la risorsa per il futuro significa regolamentare le diverse tipologie di pesca costruendo un regolamento funzionale e realistico, adattato alle stagioni e all’utenza, incentivando il consumo di pesce locale invece di incrementare la pesca industriale. Questo approccio è stato più volte annunciato politicamente ma raramente attuato nei fatti.

2.2 Specie invasive: Mnemiopsis leidyi e il granchio blu

I fattori descritti determinano l’aumento esponenziale di specie invasive, come lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi — che trova maggiore disponibilità di nutrimento in un ambiente compromesso — o il granchio blu Callinectes sapidus, arrivato con le acque di zavorra delle navi. Originario del Nord Atlantico occidentale, in un ambiente molto compromesso e alterato non ha predatori se non in stadio giovanile, e ha trovato terreno fertile per la crescita e la riproduzione.

Entrambe le specie sono dannose per l’ecosistema perché predano gli organismi negli stadi giovanili. I ctenofori occludono o ribaltano i sistemi di pesca; il granchio blu, essendo anche nuotatore, si impiglia nelle reti, che oltre a pescare male si rompono perché ne spezza le maglie con le chele e le taglia con l’apparato boccale. Le reti non possono essere lasciate calate come in precedenza e devono essere rinnovate molto più spesso. Il danno economico è duplice, anche se la categoria si è dimostrata resiliente.

2.3 Il divieto di pesca professionale in zona balneare estiva

Oltre alle problematiche già descritte, si registra anche il mancato reddito della pesca estiva: ogni anno, prima dell’inizio della stagione balneare, viene emanata un’ordinanza che vieta l’esercizio della pesca professionale all’interno delle boe installate per regolamentare la balneazione a fini turistici.

Il problema è che in quella stagione, a basso battente d’acqua, dalla primavera a fine estate si creano le condizioni chimico-fisiche per l’accrescimento degli stadi giovanili di pesci, molluschi e crostacei. Questi organismi — soprattutto pesci ossei, pesci cartilaginei e alcune specie di molluschi natanti e crostacei — raggiungono in primavera le praterie a fanerogame (ecosistemi di pregio tutelati in tutto il mondo) che fungono da nursery; man mano che crescono, si spostano verso riva seguendo il flusso giornaliero delle maree, dove si accrescono fino alla migrazione autunno-invernale.

Considerando la forte vocazione turistica dei litorali e la domanda di pescato fresco locale, è evidente come questo non possa provenire dai lidi, dato che la pesca professionale è vietata. Non è invece vietata la pesca sportiva: un elevato numero di persone pesca tutto il giorno e tutta la notte dai numerosi speroni rocciosi lungo il litorale. Se da un lato si promuove istituzionalmente la pesca artigianale, nella realtà si incentiva la pesca in alto mare, soprattutto quella industriale e l’allevamento intensivo, che rifornisce la ristorazione.

3. Il problema della formazione professionale

Come ho potuto constatare di persona — telefonando ai tre istituti ad indirizzo professionale per la pesca istituiti dal Ministero dell’Istruzione, precisamente a Siracusa, a Genova e ad Adria — purtroppo non è stato possibile formare le classi per mancanza di iscritti.

Il problema è di natura culturale: i genitori di professione pescatore che hanno figli in grado di continuare l’attività l’hanno quasi sempre vista unicamente come una fonte di reddito elevato, senza un approccio diverso alla pesca, dando per scontato che gli stock ittici fossero illimitati e senza aver mai approfondito la biologia marina. Analizzando dal punto di vista antropologico la questione della pesca in Italia, si riscontra una diffusa ignoranza sia storica sia biologica.

Io, Cristiano Mauro, dopo la laurea triennale in Scienze Biologiche con indirizzo Biodiversità degli ecosistemi terrestri e marini, e una tesi sperimentale sulla ricostituzione di una valle da pesca nella laguna di Marano, ho praticato personalmente quasi tutti i tipi di pesca: quella tradizionale con i cogolli e le seraje in laguna, con le reti da posta in laguna e in mare, la pesca a strascico con divergenti (semipelagica e bentonica), con reti circuitanti a lampara, con turbosoffianti in mare a lupini e fasolari.

Oggi lo sforzo di pesca è diminuito, ma non si permette ancora un ciclo completo di riproduzione delle specie, perché il fermo biologico è a tempo e non a zona — scelta che ritengo insensata. Sebbene il mare abbia tempi di recupero relativamente rapidi, questa impostazione non consente il recupero della biodiversità degli ecosistemi marini.

Vivere di mare non è facile e non è per tutti: al giorno d’oggi non garantisce una stabilità reddituale, a causa del cambiamento climatico, della pressione di pesca eccessiva degli anni passati, della mancanza di politiche lungimiranti da parte dello Stato — che ha privilegiato l’assistenzialismo alla vera capacità imprenditoriale — e, soprattutto, di un’elevata pressione antropica: l’inquinamento del suolo e di conseguenza delle acque porta all’impoverimento dei sistemi acquatici, dalle microalghe fino ai pesci, ai molluschi e ai crostacei.

La crisi del settore pesca è lo specchio del mancato investimento in cultura da parte di imprese e istituzioni: una persona con la licenza media può iscriversi alla gente di mare di terza categoria e ottenere nel tempo i titoli professionali già a 16 anni, ma non è previsto alcun contratto di apprendistato per avvicinare i giovani alla pesca. Se il percorso formativo degli istituti professionali per la pesca fosse obbligatorio, si avrebbero addetti con profonde conoscenze in navigazione, costruzione e manutenzione delle imbarcazioni, conservazione e commercializzazione del pescato, e una conoscenza approfondita della biologia marina.

Mancando questo obbligo, una persona senza istruzione può accedere a una risorsa che non è illimitata — come si continua erroneamente a credere — e che richiede il rispetto di tutti i cicli della catena trofica. Molto spesso i presidenti delle cooperative di pesca sono persone con una limitata capacità imprenditoriale che, pur di fronte a cambiamenti reali delle condizioni ambientali e degli stock ittici, continuano a ragionare allo stesso modo, facendo investimenti sbagliati in attrezzature non congrue e valutazioni ambientali orientate al profitto nel breve-medio termine. Chi prende decisioni più lungimiranti viene di solito estromesso.

4. Le proposte: due richieste istituzionali

Per questi motivi chiedo a Regione Veneto, Comune di Jesolo, Capitaneria di Porto, ARPAV e Ministero dell’Istruzione di aprire un dialogo su due questioni specifiche.

4.1 Deroga per la pesca artigianale notturna in zona balneare estiva

La prima proposta riguarda la possibilità di istituire un regolamento per la pesca artigianale nei mesi estivi. Considerando che la balneazione è già vietata nelle ore notturne — in quanto il soccorso non è garantito — e che è attualmente consentita la pesca sportiva ma non quella professionale, si potrebbe ipotizzare l’utilizzo di luci di segnalazione con presenza a bordo o mediante una barca d’appoggio, in un orario stabilito e condiviso con l’autorità marittima.

4.2 Obbligo del diploma professionale per accedere alla pesca

La seconda proposta, più importante, riguarda la necessità di rendere obbligatorio, ai fini dell’accesso alla professione di pescatore, il conseguimento del diploma ad indirizzo pesca rilasciato dal Ministero dell’Istruzione. Questo creerebbe i presupposti per una gestione più corretta del lavoro, con la possibilità di prevedere contratti di apprendistato o periodi formativi estivi in cui i ragazzi possano approfondire concretamente il mestiere che andranno a svolgere.

La cultura genera un elevato ritorno sociale ed economico: le scelte che i pescatori devono e dovranno compiere non possono essere dettate dal mero ritorno economico immediato, ma da una politica di gestione lungimirante per una corretta tutela del patrimonio ittico dei nostri mari. È dunque necessario formare persone competenti sulle questioni che riguardano il futuro del Mare Nostrum.

Biologo e pescatore di professione,
Cristiano Mauro

Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *