L’impatto della pesca sugli oceani è spesso criticato, ma i dibattiti mancano di sfumature. Se vogliamo assicurarci che le promesse di pesca sostenibile vengano mantenute, dobbiamo prima interrogarci su come vengono costruiti i numeri e su quali parole vengono usate.
I media spesso presentano la pesca come una minaccia per gli oceani. Un rapporto dell’IPBES affermava che la sua impronta spaziale copre il 55% della superficie oceanica totale, ovvero quattro volte quella dell’agricoltura. Tuttavia, questi dati provengono da uno studio del Global Fishing Watch (GFW), le cui scelte metodologiche meritano un’attenta analisi.
L’impatto della pesca sugli oceani può sembrare molto diverso a seconda di come lo si misura. Se si divide la superficie marina in quadrati grandi (di circa 3.100 km²), basta che ci sia un’ attività di pesca in uno di questi quadrati perché tutto il quadrato venga considerato “occupato”. In questo modo, la pesca sembrerebbe coprire più della metà degli oceani.
Ma se si usano quadrati più piccoli e precisi (circa 123 km²), solo le aree realmente utilizzate vengono conteggiate. Così, si stima che la pesca occupi in realtà circa il 9% degli oceani.
Questo porta a un altro problema: quando si confronta l’impatto della pesca con quello dell’agricoltura, bisogna considerare che per l’agricoltura si usano misurazioni molto più precise (circa 86 km²). Quindi, senza usare la stessa scala, si rischia di far sembrare la pesca molto più invasiva di quanto non sia davvero.

La pesca artigianale rappresenta un metodo sostenibile e tradizionale, che valorizza il rapporto diretto tra pescatore e mare, tutelando gli ecosistemi marini e le comunità locali.
Gli autori dello studio iniziale hanno difeso le loro scelte, spiegando che il loro obiettivo era rappresentare non solo l’impronta spaziale diretta della pesca, ma anche quella indiretta, includendo l’intero habitat delle specie sfruttate. Tuttavia, questa distinzione è fondamentale, poiché introduce confusione tra gli effetti della pesca sulle popolazioni ittiche e quelli sugli habitat. C’è quindi il rischio di mescolare due argomenti distinti, sebbene collegati, che seguono logiche diverse.
Se vogliamo valutare l’impatto ambientale della pesca, è dunque essenziale adottare il giusto livello di dettaglio e considerare tutta la complessità legata alla diversità delle pratiche. Oltre alle scelte metodologiche, anche quelle terminologiche sono importanti per evitare che la “pesca sostenibile” resti solo un auspicio.
“Industriale” o “artigianale”: quanto contano le parole
Le parole non sono mai neutre. Nella pesca, un tema estremamente complesso, i termini usati nel dibattito sono spesso carichi di significato, talvolta con intento deliberato. Si pensi all’opposizione tra “pesca industriale” e “pesca artigianale”, due concetti peraltro privi di definizioni universalmente accettate.
Questa contrapposizione domina molte discussioni, ma la realtà è molto più complessa e non può essere ridotta a un dualismo tecnico tra piccoli e grandi pescherecci, oppure tra attrezzi (come reti a strascico, draghe) e attrezzi fissi (come nasse, tramaglio e palangari). Le forme di pesca si collocano piuttosto su un continuum, che dipende da variabili come i luoghi di pesca (costiera o alto mare), le caratteristiche delle imbarcazioni (lunghezza, tonnellaggio, potenza), la natura attiva o passiva degli attrezzi e il tipo di proprietà (artigianale o industriale).
Inoltre, da un punto di vista energetico, alcune forme di pesca industriale (come quella dei mega-pescherecci) possono sorprendentemente mostrare un bilancio carbonico migliore per tonnellata pescata, grazie alla loro grande efficienza. Le contrapposizioni nette non rendono giustizia alla complessità delle situazioni, e parlare di “pesche” al plurale è un modo più adatto per descrivere questa realtà.
Il termine “impronta”: un altro dibattito
Nel rapporto IPBES sopra citato, la pesca è indicata come la principale pressione sulla biodiversità marina, combinando l’impronta spaziale (il già menzionato 55%) con altri indicatori biologici: una riduzione del 14% dei predatori marini e circa il 30% degli stock sovrasfruttati, cioè oltre il livello di “rendimento massimo sostenibile” – il criterio con cui le politiche pubbliche definiscono lo stato di sfruttamento di uno stock.
Sebbene la sovrasfruttamento sia una preoccupazione reale, è importante non fare confusione. Per quanto paradossale possa sembrare, anche se tutte le popolazioni ittiche fossero sfruttate in modo sostenibile (sotto il livello massimo di rendimento), la pesca resterebbe comunque la principale fonte di pressione sulla biodiversità marina. È quindi possibile, teoricamente, pescare in modo “sostenibile” e avere comunque un impatto elevato sulla biodiversità.
I paradossi della pesca italiana
La riduzione della pesca eccessiva, il recupero degli stock ittici e l’eliminazione delle pratiche di pesca distruttive e illegali rappresentano strategie fondamentali per promuovere la sostenibilità dei mari e favorire la cosiddetta “Transizione blu”. Tra le principali direttive nazionali e internazionali che guidano questi obiettivi ci sono la Politica Comune della Pesca (PCP), la Direttiva Quadro sulla Strategia per l’Ambiente Marino (MSFD), le Strategie Nazionali ed Europee per la Biodiversità, la Strategia europea per la plastica nell’economia circolare e le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici.
Nel 2021, la flotta peschereccia italiana era composta da 11.870 imbarcazioni, rappresentando oltre un sesto della flotta totale dell’Unione Europea. Questa flotta opera attraverso sei principali sistemi di pesca e ha catturato 137.067 tonnellate di pesce, con un calo del 5,4% rispetto al 2020, per un valore complessivo di 741,6 milioni di euro, in diminuzione del 15,4%. Durante il fermo parziale delle attività nel 2020, il settore ha subito una forte contrazione, con una diminuzione del 26,4% nelle catture e del 27,9% nei ricavi.
Negli ultimi dieci anni si è registrata una riduzione quantitativa della flotta (-9,1%), delle catture (-35,6%) e dei ricavi (-32,8%). Tuttavia, nel 2020 l’80,4% delle imbarcazioni continuava a sovrasfruttare gli stock ittici. Nel medesimo anno, l’inattività della flotta è aumentata, passando dal 9,1% al 14,4%, mentre la sottoutilizzazione delle imbarcazioni è cresciuta dal 36,1% al 58,8%. I segmenti di flotta in condizione di sovrasfruttamento mostrano una tendenza oscillante, variando dal 69,2% nel 2014 a oltre l’80% nel 2020.
A livello globale, lo stato degli stock ittici è in peggioramento. Secondo la FAO, la percentuale di stock “biologicamente sostenibili” (cioè in buono stato o ricostituibili) è passata dal 68,9% nel 2017 al 62,3% nel 2021. Ma questa media globale nasconde importanti disparità:
- Nel Pacifico Centro-Orientale (al largo di Messico e USA), l’84,2% degli stock è pescato in modo sostenibile.
- Nel Pacifico Sud-Orientale (al largo di Perù e Cile), solo il 33,3%.
In Europa, la situazione è migliorata: nell’Atlantico Nord-Orientale, il 79,4% degli stock è sfruttato in modo sostenibile, un netto miglioramento rispetto a trent’anni fa.
Queste cifre mostrano quanto siano importanti le scale e gli indicatori utilizzati. I temi come la sovrasfruttamento, l’equilibrio tra modelli di pesca , o la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, assumono significati diversi a seconda del contesto. La pesca non regolamentata, ad esempio, comprende fenomeni molto diversi, dal “piccolo bracconaggio” fino alla pesca pirata legata a forme di schiavitù moderna.
Tre grandi paradossi emergono per la pesca italiana rispetto al contesto mondiale:
- La pesca Italiana è in declino (meno navi, meno pescatori, meno sbarchi), mentre quella mondiale cresce.
- Gli stock migliorano in Italia ed Europa, ma peggiorano altrove.
- La produzione nazionale cala, mentre i consumi restano stabili, aumentando così la dipendenza dalle importazioni. L, Italia produce solo un quarto dei prodotti ittici che consuma.
Paradossalmente, per ridurre la pressione sugli stock esterni, potrebbe essere necessario mantenere una produzione significativa in Italia e in Europa. Altrimenti, si rischia di migliorare la situazione locale… esternalizzando i problemi ambientali verso altri Paesi.
Rimettere i dati scientifici al centro del dibattito
Il dibattito pubblico sulla pesca è spesso semplificato da slogan forti: “deforestazione marina”, “bulldozer del mare”, “svuotare il mare”… Queste formule, seppur efficaci, risultano fuorvianti perché ignorano la complessità delle situazioni.
In Italia, i pescherecci di lunghezza superiore a 24 metri rappresentano una piccola percentuale della flotta nazionale, ma sono responsabili di una quota significativa delle catture e del valore economico del settore. Nel 2021, la flotta peschereccia italiana era composta da circa 11.870 imbarcazioni, di cui solo una parte supera i 24 metri di lunghezza. Tuttavia, queste unità più grandi contribuiscono in modo rilevante alla produzione ittica nazionale.
In base alle stime, sono circa 47 000 i posti di lavoro derivanti dalle attività di pesca e di acquacoltura. Fra questi il 69% riguarda il settore della pesca, il 12% l’acquacoltura, il 14% l’industria di trasformazione e il 5% le attività connesse. La distribuzione regionale dell’occupazione è analoga alla distribuzione delle catture. Pertanto, la maggior parte dei posti di lavoro si concentra in Sicilia (22%) e in Puglia (14%). In altre regioni, come Veneto, Sardegna, Calabria, Emilia Romagna, Campania e Marche, la percentuale oscilla fra il 6% e l’8%. Le restanti regioni hanno una percentuale inferiore al 3%, ad eccezione dell’Abruzzo (4%).
A partire dal 1999 si è assistito a un forte calo dell’occupazione, soprattutto a bordo. Tale contrazione ha avuto ripercussioni su tutte le attività di pesca, ma l’impatto maggiore è ascrivibile alle attività costiere con reti da traino e alla pesca artigianale. Numerosi fattori hanno contribuito alla riduzione dell’occupazione nel settore: • la diminuzione della produttività, • l’incremento dei costi, • gli incentivi al ritiro permanente delle imbarcazioni, • la riconversione verso altre attività, legate o meno al settore della pesca, • la proibizione di certe tecniche di cattura (come le cosiddette “spadare”).
Non si tratta di difendere un modello immutabile, ma di accompagnare le evoluzioni necessarie: ridurre l’impatto sugli habitat marini, migliorare la selettività degli attrezzi da pesca, ridurre il consumo di carburante, mantenere una retribuzione dignitosa e garantire l’accessibilità dei prodotti del mare a tutti.
Piuttosto che condannare la pesca in modo uniforme, è fondamentale adottare un approccio diverso, lontano da sterili contrapposizioni , e tenere conto della diversità delle pratiche, dei contesti e delle sfide. Questo richiede un dialogo costruttivo tra pescatori, politici, scienziati e consumatori, per elaborare soluzioni adatte a ogni situazione.
Semplificando il dibattito, la questione della pesca oggi è sempre più mal posta, rendendo più difficile la sua transizione verso la sostenibilità. Scommettere sulla pesca significa impegnarsi in un percorso difficile e impegnativo, ma è la condizione perché la pesca si mantenga in Italia, in Europa e, più in generale, nei paesi considerati “sviluppati”.
Il mantenimento non è per alimentare tradizioni nostalgiche, ma perché questa attività offre numerosi benefici alla società: contribuisce alla sovranità alimentare, garantisce posti di lavoro stabili, sostiene lo sviluppo locale e assicura una presenza attiva in mare. Tutto questo senza peggiorare crisi ambientali e sociali in altre parti del mondo.

