gasteropodi del mediterrano

I ladri di veleno: i nudibranchi che rubano le armi alle meduse e le usano contro i nemici

Immaginate di mangiare un piatto pieno di aghi avvelenati, di non pungervi nemmeno una volta e di conservare gli aghi intatti sotto la pelle, pronti all’uso contro chiunque provi ad attaccarvi. È esattamente ciò che fanno molti nudibranchi: si nutrono di anemoni, idroidi e meduse e ne riciclano le cellule urticanti come armi proprie.

In questo articolo · 7 sezioni
  1. Le armi da rubare: le nematocisti
  2. Come si mangia un animale urticante senza farsi pungere
  3. Il viaggio delle capsule fino alla punta dei cerata
  4. Scegliere le armi giuste per il nemico giusto
  5. Il drago blu, che punge più della caravella
  6. Non solo lumache: gli altri ladri di nematocisti
  7. Si possono toccare?
I ladri di veleno: i nudibranchi che rubano le armi alle meduse e le usano contro i nemici

Il fenomeno si chiama cleptocnidia, “furto di cnidi”, e ne abbiamo già parlato a proposito della flabellina rosa. Ma dietro questo trucco c’è molto di più: un muco che cambia composizione a seconda della preda, cellule specializzate che scelgono quali armi tenere, lumache capaci di modificare il proprio arsenale quando sentono l’odore di un predatore. E un piccolo drago blu che punge più forte dell’animale da cui ha rubato il veleno.

Le armi da rubare: le nematocisti

Tutti gli cnidari, cioè meduse, anemoni, coralli e idroidi, possiedono le nematocisti: minuscole capsule contenute in cellule specializzate, con all’interno un filamento cavo arrotolato e carico di veleno. Al contatto giusto la capsula scatta, il filamento si estroflette e si conficca nella preda o nel predatore. Sono tra le strutture più veloci del mondo animale e le producono soltanto gli cnidari. Chi le possiede senza essere uno cnidario, quindi, le ha rubate.

Nel Mediterraneo i protagonisti di questo furto sono soprattutto gli eolidi, i nudibranchi con il dorso coperto di appendici a forma di dito chiamate cerata: la flabellina rosa che si nutre di idroidi del genere Eudendrium, la Cratena peregrina, la Spurilla neapolitana che mangia anemoni come l’anemone bruno.

Come si mangia un animale urticante senza farsi pungere

Il primo problema è sopravvivere al pasto. Già negli anni Settanta alcuni ricercatori avevano notato che Spurilla neapolitana, attaccando un anemone, sembrava venire punta nei primi minuti, poi le scariche cessavano. L’ipotesi era che il nudibranco producesse una sostanza capace di bloccare le nematocisti.

La conferma è arrivata nel 2004 con un esperimento elegante su Aeolidia papillosa, un eolide che si nutre di anemoni. I ricercatori hanno spalmato il muco del nudibranco su piccole sonde di gelatina e le hanno messe a contatto con i tentacoli di diverse specie di anemoni. Il muco riduceva le scariche, ma solo sulla specie di anemone di cui il nudibranco si era nutrito. Ancora più sorprendente: quando gli animali venivano spostati su una nuova preda, entro due settimane il loro muco cambiava e diventava efficace contro il nuovo anemone. Una sorta di “vaccino” chimico che si aggiorna con il menu.

C’è anche un secondo trucco. Gli studi su Spurilla neapolitana hanno mostrato che i nudibranchi possono incorporare nematocisti ancora immature, meno pronte a scattare durante il viaggio nel corpo del predatore.

Il viaggio delle capsule fino alla punta dei cerata

Una volta ingerite, le nematocisti non vengono digerite. Attraversano il tubo digerente e la ghiandola digestiva, che negli eolidi si ramifica dentro ogni ceras, fino a raggiungere un piccolo organo sulla punta: il cnidosacco. Qui cellule specializzate, i cnidofagi, inglobano le capsule e le conservano intatte.

Negli ultimi anni il gruppo di Jessica Goodheart, oggi all’American Museum of Natural History di New York, ha trasformato in organismo modello un piccolo eolide che si alleva facilmente in laboratorio, Berghia stephanieae. Osservando i giovani trasparenti al microscopio confocale, i ricercatori hanno scoperto che il furto comincia prestissimo: il cnidosacco si forma entro due-quattro giorni dal primo pasto, prima ancora che spuntino i cerata. E la selezione avviene proprio dentro i cnidofagi: nel cnidosacco entrano anche altri materiali della preda, ma vengono trattenute soltanto le nematocisti.

Come fanno queste cellule a riconoscere le capsule? Uno studio pubblicato su EvoDevo nel 2025 suggerisce che i nudibranchi abbiano riadattato geni della fagocitosi, il processo con cui le cellule inglobano batteri e detriti, presenti in tutti gli animali. Le ricerche filogenetiche indicano inoltre che la capacità di rubare nematocisti è comparsa almeno due volte, in modo indipendente, nella storia dei nudibranchi.

Scegliere le armi giuste per il nemico giusto

Gli cnidari producono molti tipi diversi di nematocisti, con forme e funzioni differenti. I nudibranchi non le conservano tutte allo stesso modo: in molte specie l’arsenale è selettivo.

Uno studio del 2003 sul nudibranco atlantico Flabellina verrucosa ha mostrato qualcosa di notevole: esposti all’odore di potenziali predatori come stelle marine e pesci, gli animali modificavano il tipo di nematocisti immagazzinate. Ricerche successive hanno chiarito che lo fanno cambiando preda, cioè andando a mangiare gli cnidari che forniscono le armi più utili contro quel particolare nemico. Un predatore che fa la spesa pensando a chi lo vuole mangiare.

Quando viene disturbato, un eolide si incurva e rizza i cerata verso l’aggressore, rendendo difficile evitarne le punte. Le cellule con le nematocisti vengono espulse da un piccolo poro all’estremità del ceras e le capsule scattano sul malcapitato. C’è persino chi ruba ai ladri: il nudibranco Coryphella trophina si nutre di altri nudibranchi e si arma con nematocisti rubate due volte, prima dalle sue prede e poi da lui.

Il drago blu, che punge più della caravella

Il caso più famoso è quello del drago blu, Glaucus atlanticus, un eolide di pochi centimetri che vive galleggiando a pancia in su sulla superficie degli oceani. Si nutre di animali urticanti alla deriva come la caravella portoghese (Physalia physalis), la cui puntura può essere pericolosa anche per l’uomo.

images

Nel 1969 i biologi Thompson e Bennett pubblicarono su Science le prove che il drago blu non immagazzina a caso le nematocisti della caravella, ma trattiene di preferenza le più grandi e potenti. Concentrando nelle punte dei cerata le armi migliori della sua preda, può infliggere una puntura dolorosa anche a una persona: chi lo raccoglie a mani nude sulla spiaggia, attratto dai suoi colori, rischia di scoprirlo nel modo peggiore.

Il drago blu è una specie oceanica, ma ogni tanto arriva anche nel Mediterraneo. Nel 2021 alcuni esemplari trovati sulla costa di Alicante, in Spagna, sono stati descritti come la prima segnalazione georeferenziata nel Mediterraneo da circa tre secoli. Nell’agosto 2025 il ritrovamento di un paio di esemplari a Guardamar del Segura ha portato le autorità a chiudere temporaneamente alcune spiagge, una decisione che diversi biologi hanno giudicato sproporzionata visto il numero minimo di animali.

Non solo lumache: gli altri ladri di nematocisti

I nudibranchi non sono gli unici. Il furto di nematocisti si è evoluto più volte in almeno quattro gruppi diversi di animali: molluschi, platelminti, piccoli vermi acelomorfi e ctenofori.

Il caso degli ctenofori è il più curioso. Questi animali gelatinosi catturano normalmente le prede con cellule adesive, i colloblasti. Haeckelia rubra, presente anche nel Mediterraneo, ne è priva: mangia i tentacoli di piccole meduse e ne trasferisce le nematocisti nei propri tentacoli, usandole non per difendersi ma per cacciare. Per decenni si è discusso se quelle capsule fossero sue, prima che le osservazioni di laboratorio dimostrassero che erano rubate.

E poi c’è chi non ruba le capsule, ma l’arma intera: le femmine del polpo Tremoctopus violaceus strappano pezzi di tentacoli alle caravelle portoghesi e li impugnano come fruste urticanti, come descritto già nel 1963 su Science.

Il mare è pieno di questi furti di organi e strutture altrui. Un caso parallelo, ma con la luce al posto del veleno, è quello della lumachina mediterranea Elysia timida, che ruba i cloroplasti alle alghe e li usa per fare la fotosintesi.

Si possono toccare?

La maggior parte degli eolidi del Mediterraneo è troppo piccola, e le loro nematocisti troppo deboli, per fare danni alla pelle umana. Ma la regola resta la stessa per subacquei e bagnanti: si guarda e si fotografa, non si tocca. Vale per il benessere di animali delicatissimi e, nel caso raro di un drago blu spiaggiato, anche per il nostro.


Fonti

  • Greenwood P.G. et al. (2004). Adaptable defense: a nudibranch mucus inhibits nematocyst discharge and changes with prey type. Biological Bulletin, 206: 113-120.
  • Greenwood P.G., Mariscal R.N. (1984). Immature nematocyst incorporation by the aeolid nudibranch Spurilla neapolitana. Marine Biology, 80: 35-38.
  • Greenwood P.G. (2009). Acquisition and use of nematocysts by cnidarian predators. Toxicon, 54: 1065-1070.
  • Goodheart J.A., Bely A.E. (2017). Sequestration of nematocysts by divergent cnidarian predators: mechanism, function, and evolution. Invertebrate Biology, 136: 75-91.
  • Goodheart J.A., Barone V., Lyons D.C. (2022). Movement and storage of nematocysts across development in the nudibranch Berghia stephanieae. Frontiers in Zoology, 19: 16. doi:10.1186/s12983-022-00460-1
  • Goodheart J.A. et al. (2025). A subset of conserved phagocytic genes are likely used for the intracellular theft of cnidarian stinging organelles in nudibranch gastropods. EvoDevo, 16. doi:10.1186/s13227-025-00241-x
  • Frick K. (2003). Response in nematocyst uptake by the nudibranch Flabellina verrucosa to the presence of various predators in the southern Gulf of Maine. Biological Bulletin, 205: 367-376.
  • Frick K.E. (2005). Nematocyst complements of nudibranchs in the genus Flabellina in the Gulf of Maine and the effect of diet manipulations on the cnidom of Flabellina verrucosa. Marine Biology, 147: 1313-1321.
  • Thompson T.E., Bennett I. (1969). Physalia nematocysts: utilized by mollusks for defense. Science, 166: 1532-1533.
  • Mills C.E., Miller R.L. (1984). Ingestion of a medusa (Aegina citrea) by the nematocyst-containing ctenophore Haeckelia rubra. Marine Biology, 78: 215-221.
  • Jones E.C. (1963). Tremoctopus violaceus uses Physalia tentacles as weapons. Science, 139: 764-766.
  • Il Post (2025). In Spagna c’è un certo allarme per i draghi blu. Link
Marcello Guadagnino
A cura di
Marcello Guadagnino
Direttore e resp. scientifico del Giornale dei Marinai
Biologo marinoResponsabile Scientifico Oceanis

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *