In Italia il granchio cinese non è (ancora) un’emergenza da fiumi invasi come nel Regno Unito — ma è tra le 100 specie aliene più dannose al mondo, è vietato per legge in tutta l’Unione Europea, e la sua comparsa nel nostro Paese passa finora soprattutto attraverso i sequestri nel commercio illegale, non attraverso popolazioni stabilite in natura. Ecco cosa sapere.
Cosa c’è da sapere subito
- È inserito nella lista delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale dal 2016 (Regolamento UE 1143/2014): vietati allevamento, commercio, trasporto e rilascio di esemplari vivi in tutta l’UE.
- In Italia è stato confermato in natura una sola volta, nel nord-est del Paese — la sua presenza nel nostro territorio è finora legata soprattutto a sequestri di esemplari vivi importati illegalmente per la ristorazione etnica.
- Il rischio principale non è sanitario ma idrogeologico: scava tane profonde negli argini di fiumi e canali, contribuendo a erosione e cedimenti.
- È commestibile e considerato una prelibatezza in Asia — ma la vendita di esemplari vivi è vietata per legge in Italia e nell’UE dal 2016.
Come riconoscerlo
Il tratto distintivo è nel nome comune: le chele sono ricoperte da una folta peluria scura che le fa somigliare a un paio di guanti o muffole — da cui “granchio peloso”. Il corpo è tondeggiante, di colore bruno-verdastro. È una specie catadroma, come l’anguilla: cresce in acqua dolce ma può riprodursi solo in mare o in acque fortemente salmastre, verso cui migra in età adulta per la deposizione.
Perché è così pericoloso per gli argini
Per sottrarsi ai predatori e resistere alle basse maree, il granchio cinese scava tane orizzontali nelle sponde di fiumi e canali. Su piccola scala è un comportamento innocuo; su larga scala, con popolazioni numerose, indebolisce progressivamente gli argini dall’interno, fino a favorirne il cedimento — un problema già documentato in diversi bacini del Regno Unito e del Nord Europa, dove la specie ha raggiunto densità molto elevate.
A questo si aggiunge l’impatto ecologico diretto: è un predatore vorace e generalista, che compete con la fauna autoctona d’acqua dolce e si nutre di macroalghe, invertebrati, uova di pesce (comprese trote e salmoni in altri paesi europei) e piccoli pesci.
Cosa fare se lo trovi
- Se lo trovi in natura — in un fiume, un canale o una zona costiera — è un evento raro e importante da documentare: fotografalo se possibile e segnalalo a ISPRA o al portale specieinvasive.it. In Italia i dati di presenza reale in natura restano scarsi, e ogni segnalazione ha valore.
- Se lo vedi in vendita vivo — in un ristorante, un mercato ittico o online — si tratta di commercio illegale: la vendita di esemplari vivi è vietata dal 2016 in tutta l’UE. Segnala alle autorità sanitarie competenti (ASL, Servizi Veterinari) o ai NAS.
- Non liberarlo mai in un corso d’acqua, un laghetto o un giardino, nemmeno per “salvarlo” — è esattamente il gesto che ha permesso alla specie di stabilirsi altrove in Europa.
È commestibile? Sì, ma con una premessa legale importante
Il granchio cinese è considerato una vera prelibatezza gastronomica in Cina e in altri paesi asiatici, ed è per questo che finisce spesso al centro di importazioni illegali destinate alla ristorazione etnica in Europa. Va però ricordato che, indipendentemente dalla sua qualità in cucina, il commercio di esemplari vivi è vietato per legge in Italia e nell’Unione Europea dal 2016, proprio per il suo status di specie invasiva di rilevanza unionale.
Sul piano sanitario, in Asia il consumo di granchio cinese poco cotto è associato alla paragonimiasi, una parassitosi polmonare (con possibili forme addominali o encefaliche) causata dal verme Paragonimus westermanii, di cui la specie è ospite intermedio. In Europa non risultano casi documentati, ma è un motivo in più per non fidarsi di canali di commercio non regolamentati.
Perché in Italia non è (ancora) come nel Regno Unito
Nel Regno Unito il granchio cinese ha stabilito popolazioni numerose e autosufficienti in bacini come il Tamigi, l’Humber, il Tyne e la baia di Morecambe, al punto da richiedere un progetto dedicato di citizen science (“Mitten Crab Watch”) e le prime sperimentazioni di trappole di cattura su larga scala. In Italia, per ora, il quadro è diverso: una sola segnalazione confermata in natura, e una presenza legata soprattutto a sequestri nel commercio illegale. Questo non significa che il rischio sia nullo — una volta che una popolazione si stabilisce, i programmi di eradicazione si sono dimostrati poco efficaci ovunque siano stati tentati — ma significa che siamo ancora nella fase in cui prevenzione e segnalazione tempestiva contano più che mai.
Domande frequenti
È già presente stabilmente in Italia?
No. Risulta una sola segnalazione confermata in natura, nel nord-est del Paese. La presenza nota nel nostro territorio è legata soprattutto a sequestri di importazione illegale per la ristorazione.
Perché è vietato venderlo vivo?
Perché dal 2016 è incluso nella lista delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale (Regolamento UE 1143/2014), che vieta allevamento, commercio, trasporto e rilascio di esemplari vivi in tutta l’UE.
Cosa lo rende pericoloso oltre alla competizione con le specie native?
La sua abitudine di scavare tane orizzontali negli argini di fiumi e canali, che su larga scala indebolisce le sponde fino a favorirne l’erosione e il cedimento.
È pericoloso mangiarlo?
Se ben cotto e di provenienza controllata non ci sono rischi noti in Europa. Il rischio di paragonimiasi riguarda il consumo di esemplari poco cotti, soprattutto in contesti di importazione non regolamentata.
Cosa devo fare se lo trovo in natura?
Fotografalo e segnalalo a ISPRA o al portale specieinvasive.it — ogni segnalazione aiuta a capire se la specie si sta effettivamente insediando in Italia.
Per il quadro completo: tutte le specie aliene del Mediterraneo.