Un tempo simbolo di eccellenza e tradizione, oggi sotto assedio. Lo stabilimento Le Cozze di Santa Lucia, situato nel cuore del Golfo di Napoli, ha rappresentato per decenni un fiore all’occhiello della mitilicoltura campana. Ma oggi, quella che era un’attività fiorente si trova a fronteggiare una crisi tanto imprevista quanto insidiosa: l’assalto delle orate.
Un passato florido, una tradizione viva
Lo stabilimento nacque nei primi decenni del Novecento, in una zona dove le correnti e la salinità delle acque creavano condizioni ideali per la crescita delle cozze mediterranee (Mytilus galloprovincialis). L’allevamento si è sviluppato nel tempo utilizzando il sistema delle calze sospese, a doppia rete, che garantiva una crescita sicura e controllata dei molluschi, protetti da predatori e contaminazioni.
Nel video, le immagini drammatiche di una calza a doppia rete completamente svuotata da orate e saraghi. I pesci, sempre più aggressivi e numerosi, riescono a forzare le maglie protettive per divorare le cozze all’interno, lasciando solo reti lacerate e allevatori sconfortati. Un danno economico concreto, silenzioso e crescente per lo storico stabilimento Le Cozze di Santa Lucia.
Negli anni ’70 e ’80, Le Cozze di Santa Lucia rifornivano gran parte del mercato locale, con punte di produzione che superavano le 50 tonnellate annue, grazie anche all’impegno delle cooperative familiari che tramandavano saperi antichi e una cura artigianale del prodotto.
Il presente: acque più calde, pesci più affamati
Negli ultimi anni, la situazione è cambiata radicalmente. Il surriscaldamento delle acque, causato dai cambiamenti climatici, ha alterato l’ecosistema marino del golfo. Le cozze, già messe a dura prova da temperature troppo elevate, che ne rallentano la crescita e ne aumentano la mortalità, sono ora vittime anche di un nemico ancora più concreto: i pesci predatori.


Tra questi, il più problematico è la orata (Sparus aurata). Questo pesce onnivoro, noto per la sua forza e intelligenza, ha imparato a forzare le calze a doppia rete per accedere ai molluschi. Non si tratta più di qualche assaggio occasionale: si tratta di veri e propri raid, organizzati da gruppi di orate che agiscono con precisione, mordendo e strappando le reti fino a compromettere interi filari di cozze.
Una scena emblematica: l’orata incastrata

Questa mattina, un episodio emblematico ha colpito lo stabilimento. I mitilicoltori hanno ritrovato un’orata di circa 7/8 kg intrappolata all’interno di una calza, nella quale era entrata per predare le cozze. Le sue dimensioni eccezionali hanno reso impossibile l’uscita, e il pesce è rimasto impigliato tra le due reti. È un’immagine che parla da sola: una predazione divenuta invasione, e un danno economico diretto.
Ogni orata di grandi dimensioni può mangiare decine di cozze in pochi minuti. Ma il vero danno è indiretto: le reti lacerate, i filari strappati, la perdita di prodotto non ancora maturo e l’aumento dei costi per il ripristino degli impianti.
Un danno economico crescente
Secondo una prima stima fornita dai produttori, oltre il 30% della produzione del 2024 è stato compromesso. La mortalità delle cozze per calore si è sommata alla predazione. I margini di guadagno si assottigliano, e molti operatori stanno valutando la sospensione temporanea dell’attività.
«Non bastavano le temperature, ora dobbiamo difenderci anche dai pesci» ha dichiarato uno dei mitilicoltori storici dello stabilimento. «Siamo passati dall’arte dell’allevare a una continua emergenza».
Cosa si può fare?
Al momento, le soluzioni adottate – calze rinforzate, sistemi di dissuasione acustica, barriere a rete esterne – non sembrano bastare. Serve un piano più ampio, con il coinvolgimento delle autorità marittime e scientifiche. Potrebbero essere necessari studi sull’impatto reale delle orate nelle aree di allevamento e strategie per mitigare la predazione senza alterare l’equilibrio faunistico.
Una sfida per il futuro
Lo stabilimento Le Cozze di Santa Lucia rappresenta molto più di una produzione: è un pezzo di cultura napoletana, un presidio storico e gastronomico che merita attenzione e supporto. Difendere la mitilicoltura oggi significa proteggere l’identità di un territorio e la sopravvivenza di piccole realtà che vivono in simbiosi con il mare.

