Overfishing : dove sono finiti i pesci ?

Il Giornale dei MARINAI La pesca professionaleOverfishing : dove sono finiti i pesci ?
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La pesca sostenibile non è nient’altro che il compromesso migliore per cercare di dare un futuro alla pesca e ai prodotti del mare utilizzati per il consumo umano.

Le prime pratiche di pesca sostenibile sono cominciate intorno agli anni 90 quando i primi risultati dell’overfishing (pesca eccessiva)  hanno creato allarme tra gli ambientalisti ma anche nel mondo scientifico. I primi standard ambientali hanno portato alla costituzione di una eco etichettatura. Un processo utile al consumatore, alle specie pescate ma anche allo stesso pescatore.

La pesca sostenibile dovrebbe essere la strategia per continuare le attività di pesca che l’uomo sino ad oggi ha portato avanti con poco successo.

Un prelievo spesso senza senso, dove con le reti vengono tirate su tonnellate e tonnellate di pesci, la maggior parte dei quali non adatti al consumo umano. La pesca a strascico per esempio è uno dei sospettati principali. Quando le reti tirano su oltre alla specie commestibili anche squali, tartarughe e delfini, si rompe quell’equilibrio che in mare mantiene gli stock ittici su livelli standard. Oggi l’overfishing ha rotto questi standard, gli stock ittici non hanno più la capacità rigenerarsi e quindi sono destinati al collasso. Sono già diverse infatti le specie che si sono estinte a causa della pesca eccessiva. Ma non è soltanto la pesca a strascico ad aver provocato questi enormi danni all’ambiente acquatico. Tecniche di pesca come il palamito, benché siano estremamente selettive, hanno aiutato a mandar sempre più a fondo gli stock ittici. E, dobbiamo pensare ad esempio alla pesca del tonno e del pesci spada. Una volta, sino agli anni sessanta, i pescatori di mezza Europa, sbarcavano tonnellate di pesci spada dalle loro barche. Benché il numero possa sembrare eccessivo erano tutti pesci di grandi dimensioni, pesci che avevano raggiunto già diverse volte la riproduzione ed avevano dato al mare la loro progenie. Ecco che invece oggi, sempre più pescatori, in maniera illegale, portano sul mercato ciò che rimane in mare, cioè pesci spada che pesano meno di 5 Kg, esemplari che hanno soltanto pochi mesi ma che una volta all’amo non hanno nessuna possibilità di sopravvivenza. Naturalmente i pescatori non avrebbero il diritto di portare a terra questi piccoli esemplari, parliamo al condizionale perché effettivamente una buona parte di questi pesci riesce ad arrivare sui piatti del consumatore anche a sua insaputa. Una recente ricerca infatti cerca di spiegare come il circa il 30% del pescato totale mondiale non viene dichiarato ed è frutto di una pesca illegale. Se può sembrarvi un dato poco interessante significa che 1 pesce su 3 proviene da pesca illegale e che non ha raggiunto la taglia minima per essere pescato. La taglia minima dei pesci è forse il primo punto messo in atto per lo studio della pesca sostenibile, ovvero il divieto di imbarcare pesci giovani che non hanno avuto ancora la capacità di riprodursi. Ma come si fa a convincere pescatori e consumatori?

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Web Editor : Marcello Guadagnino, biologo marino ed esperto di pesca professionale. Autore del Giornale dei Marinai

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