Scheda scientifica marina

Il lupino – Chamelea gallina

Chamelea gallina

IUCN NE — Non valutata
Nome scientifico
Chamelea gallina
Stato IUCN
NE — Non valutata

Dietro il piatto di spaghetti alle vongole più comune d’Italia si nasconde una storia fatta di draghe idrauliche, morie misteriose nell’Adriatico e una vera e propria disputa normativa vinta da Roma contro Bruxelles.

Sepolto pochi centimetri sotto la sabbia dei fondali costieri, esponendo solo i due sifoni per filtrare l’acqua, vive il lupino, Chamelea gallina — chiamato anche vongola comune o vongola gallina — il mollusco bivalve più pescato lungo le coste italiane, e in assoluto una delle risorse più importanti della piccola pesca costiera nazionale. Il guscio, solido e di forma subtriangolare-ovale, è percorso da evidenti costolature concentriche che si intrecciano con sottili strie radiali, creando una debole reticolatura; la colorazione va dal bianco-grigiastro al bruno, spesso con macchie o striature bianche, brune o violacee. Sopra la cerniera si trova l’umbone, il punto da cui parte l’accrescimento della conchiglia: osservando gli anelli concentrici sulle valve è possibile stimare l’età dell’esemplare, un po’ come con i cerchi di un tronco.

Biologia e riproduzione

Il lupino è una specie gonocorica, cioè a sessi separati, con fecondazione esterna: uova e spermatozoi vengono rilasciati liberamente in acqua, dove avviene l’incontro dei gameti. La gametogenesi è pressoché continua durante l’anno, ma il rilascio dei gameti si concentra tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate, con un picco riproduttivo agli inizi dell’estate; il periodo autunno-invernale rappresenta invece la fase di riposo sessuale. Dalle uova fecondate si sviluppano in successione due forme larvali planctoniche — prima una trocofora, poi una veliger — che vengono trasportate anche per decine di chilometri dalle correnti marine prima di depositarsi sul fondale e avviare, a circa un mese dalla nascita, la vita bentonica tipica dell’adulto.

La crescita è relativamente rapida nei primi anni: già al termine del primo anno di vita il lupino raggiunge una larghezza di 12-17 mm ed è già sessualmente maturo, capace quindi di riprodursi prima ancora di raggiungere la taglia commerciale. Quest’ultima, fissata a 22-25 mm a seconda della normativa vigente, viene tipicamente raggiunta tra il secondo e il terzo anno di età, mentre la taglia massima — attorno ai 40-46 mm — si osserva su esemplari di 5-6 anni.

È inoltre un organismo filtratore: si nutre soprattutto di fitoplancton, catturato grazie alla corrente prodotta dalle ciglia branchiali. Questa attività di filtraggio continuo lo rende anche un contributo silenzioso alla depurazione dell’acqua costiera e al ciclo dei nutrienti, un ruolo ecologico spesso trascurato rispetto al suo più noto valore gastronomico.

Dove si pesca e interesse commerciale

Il lupino è pescato lungo tutte le coste sabbiose italiane, ma il cuore della produzione nazionale resta il Mare Adriatico, dove le principali marinerie coinvolte comprendono i porti dell’Emilia-Romagna (Rimini, Cesenatico, Ravenna), del Veneto (Chioggia), delle Marche (Fano, San Benedetto del Tronto), dell’Abruzzo e della Puglia garganica. La gestione della pesca è affidata a livello locale ai Co.Ge.Vo. (Consorzi di Gestione), organismi che regolano gli sforzi di pesca, i quantitativi giornalieri, le chiusure stagionali e la selezione delle taglie, in un sistema di autogestione della risorsa che ha pochi equivalenti in altri comparti della pesca italiana.

Dal punto di vista commerciale, il lupino è tra i prodotti ittici più consumati e conosciuti in Italia, alla base di piatti iconici come gli spaghetti alle vongole o le vongole in guazzetto, ed è oggetto anche di un flusso di esportazione verso altri mercati europei. Proprio per l’importanza economica della specie, la disputa sulla taglia minima con l’Unione Europea — risolta nel 2016 con una deroga a favore della normativa italiana — ha avuto un peso rilevante per l’intero comparto della piccola pesca adriatica.

Una storia normativa poco conosciuta

Nel 2013 l’Unione Europea aveva proposto di uniformare a 25 mm la taglia minima di cattura per tutti i lupini comunitari. L’Italia si è opposta, sostenendo che il proprio lupino adriatico raggiunge la maturità riproduttiva a taglie inferiori e che una soglia così alta avrebbe danneggiato pesantemente la flotta nazionale senza reali benefici per la conservazione dello stock. Dopo anni di trattativa, nel 2016 l’Italia ha ottenuto dall’UE una deroga specifica per la propria taglia minima — una vittoria negoziale che ha permesso alla flotta adriatica di continuare a operare secondo i propri parametri storici.

La pesca avviene quasi esclusivamente mediante draga idraulica o turbosoffiante: un attrezzo trainato sul fondale sabbioso che, tramite un getto d’acqua, smuove il sedimento e raccoglie i molluschi. A bordo, un sistema di “vibrovaglio” — un motore oleodinamico che genera vibrazioni tramite un peso eccentrico — seleziona gli esemplari per taglia; quelli sotto-misura vengono immediatamente rigettati in mare per consentirne l’accrescimento, mentre il resto del pescato deve arrivare a terra “vivo e vitale”, come richiesto dalla normativa europea sui molluschi bivalvi.

Il problema delle morie in Adriatico

Negli ultimi anni, le coste dell’Adriatico centro-settentrionale hanno registrato ripetuti episodi di moria estesa del lupino, concentrati soprattutto nel periodo autunnale, quando le precipitazioni sono più frequenti. Uno studio dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale ha indagato la possibile correlazione tra questi eventi e l’aumento della concentrazione di solidi sospesi in acqua, legato all’apporto di acque dolci alla foce dei fiumi, che può alterare l’equilibrio osmotico dei molluschi. Le cause ipotizzate includono anche scarichi industriali e il dilavamento di terreni agricoli.

L'autore

Marcello Guadagnino

Marcello Guadagnino

Biologo marino · GDM

Marcello Guadagnino - Biologo Marino. Direttore del Giornale dei Marinai. Responsabile scientifico di Oceanis. Opera come consulente scientifico, con competenze specifiche nella gestione sostenibile e nelle tecniche di pesca professionale.

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