La pesca industriale europea, dietro l’apparente crisi del settore, nasconde meccanismi economici e politici che favoriscono pochi grandi attori, spesso a scapito dell’ambiente, dei piccoli pescatori e della collettività. Se da una parte le flotte artigianali lottano contro normative sempre più rigide, dall’altra una manciata di gruppi economici continua a crescere, sostenuta da sussidi milionari e regimi fiscali agevolati. In questo articolo approfondiamo chi sono i veri beneficiari della pesca industriale in Europa, con un focus particolare sui sussidi al carburante e sul ruolo dominante dei cosiddetti “Big Five” olandesi.
Sussidi al carburante: un aiuto miliardario

Uno dei meccanismi più criticati è rappresentato dall’esenzione delle accise sul carburante. Le flotte pescherecce europee godono infatti di un’esenzione fiscale prevista dalla direttiva UE 2003/96/CE, che permette loro di acquistare gasolio a un prezzo molto inferiore rispetto agli altri settori industriali. Secondo una stima pubblicata da Our Fish e Seas at Risk, questi sussidi valgono tra 759 milioni e 1,5 miliardi di euro all’anno. Si tratta di uno dei sussidi più elevati tra quelli destinati al settore della pesca.
Il paradosso è evidente: più carburante si consuma, più si risparmia. Questo significa che chi gestisce grandi navi industriali e compie lunghe rotte di pesca è anche chi beneficia maggiormente di questo regime fiscale. I piccoli pescherecci, che operano su scala ridotta e consumano meno, ricevono invece benefici minimi.
Il risultato? Una distorsione del mercato che premia i meno sostenibili. Le grandi flotte possono pescare in acque lontane, abbassare i costi operativi e competere con maggiore forza nei mercati internazionali, mantenendo prezzi bassi e marginando più dei piccoli operatori.
Il caso olandese: chi sono i Big Five?

Cinque colossi industriali della pesca, tutti con base nei Paesi Bassi, sono oggi considerati i principali beneficiari delle politiche europee di sostegno al settore. Questi gruppi – Parlevliet & Van der Plas, Cornelis Vrolijk, Van der Zwan, Alda Seafood e De Boer – controllano oltre 230 imbarcazioni, numerosi stabilimenti di trasformazione, una vasta rete di filiali e una capacità commerciale che abbraccia l’intera filiera, dalla cattura alla distribuzione.
Nel 2023 il loro fatturato complessivo ha superato i 2,4 miliardi di euro, rendendoli i veri oligarchi del mare europeo. Le loro navi pelagiche industriali, lunghe fino a 142 metri, operano nel Mare del Nord, nell’Atlantico, nel Pacifico e perfino in acque africane, grazie ad accordi bilaterali sostenuti finanziariamente dalla stessa UE.
Un’indagine pubblicata da Bloom Association e rilanciata da Euronews ha rivelato che questi gruppi hanno ricevuto circa 53 milioni di euro sui 135 milioni stanziati dal governo olandese tramite i fondi Brexit. In pratica, il 40% dei fondi pubblici è finito a soli 5 soggetti privati.
Sussidi Brexit: il caso della pesca elettrica
Un ulteriore aspetto controverso riguarda la distribuzione dei fondi Brexit a flotte precedentemente impiegate nella pesca elettrica, una tecnica vietata dal Parlamento Europeo nel 2021 perché considerata dannosa per gli ecosistemi marini. Tuttavia, molte delle navi che praticavano questo metodo hanno continuato a ricevere aiuti pubblici. Secondo Bloom, più di 69 milioni di euro sono stati destinati a pescherecci elettrici in fase di riconversione, alcuni dei quali non hanno mai interrotto le attività di pesca nonostante i fondi fossero teoricamente vincolati a una “cessazione temporanea”.
Il sistema delle quote trasferibili (ITQ)
L’ascesa dei Big Five non sarebbe stata possibile senza il sistema delle quote individuali trasferibili (ITQ), introdotto in Europa negli anni ’80 e progressivamente adottato da molti stati membri. Il sistema prevede che le quote di cattura possano essere vendute o acquistate come veri e propri beni economici.
Questo ha portato a una fortissima concentrazione del diritto di pesca nelle mani di pochi. Le piccole imprese, spesso impossibilitate ad acquistare nuove quote, sono rimaste fuori dal mercato, mentre i grandi gruppi hanno accumulato enormi volumi di catture e aumentato il proprio potere negoziale.
L’accesso a fondi strutturali europei
Oltre ai sussidi sul carburante e ai fondi Brexit, le grandi aziende accedono più facilmente anche agli investimenti strutturali europei. Il nuovo fondo EMFAF (Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura) per il periodo 2021–2027 prevede circa 6,1 miliardi di euro in finanziamenti. Anche qui, la maggior parte delle risorse è storicamente destinata a flotte sopra i 12 metri – una categoria che rappresenta meno del 20% della flotta, ma riceve più dell’80% dei fondi.
In Francia, un’indagine ha rivelato che il 28% dei fondi COVID-19 per il settore pesca è stato assegnato a grandi gruppi industriali, nonostante le dichiarazioni politiche parlassero di “sostegno ai piccoli pescatori”.
Impatti ambientali e sociali
Le conseguenze di questa politica sono visibili a più livelli:
- Ambientali: Le grandi flotte industriali contribuiscono a una maggiore emissione di CO₂ e praticano metodi di pesca intensivi come il bottom trawling, che distrugge gli habitat bentonici. Uno studio stima che l’impatto economico negativo del bottom trawling possa arrivare a 10,8 miliardi di euro all’anno in Europa.
- Sociali: Le piccole comunità costiere perdono occupazione e accesso alla risorsa. In Italia, il numero di addetti alla pesca è diminuito del 33% in 20 anni. Le giovani generazioni non trovano più motivazioni né redditività nel mestiere del mare.
- Economici: Il mercato ittico è alterato da sussidi che falsano la concorrenza e mantengono in vita modelli industriali inefficaci. I prezzi alla prima vendita restano bassi, mentre i margini vengono concentrati a valle della filiera.
Verso una transizione giusta?
Diverse ONG – come Bloom, ClientEarth, Our Fish, Oceana – propongono da anni una riforma strutturale del sistema dei sussidi europei:
- Eliminazione graduale delle esenzioni fiscali sul carburante, reinvestendo quei fondi in progetti di pesca sostenibile.
- Trasparenza nella distribuzione delle quote di cattura, per favorire l’accesso equo e pubblico alla risorsa.
- Limitazioni all’accaparramento delle licenze da parte di soggetti dominanti.
- Sostegno attivo alla pesca artigianale e alle pratiche a basso impatto ambientale.
I numeri parlano chiaro: i veri vincitori della pesca industriale europea sono grandi gruppi economici che operano a livello globale, ricevono sussidi pubblici miliardari, godono di esenzioni fiscali e accedono ai fondi strutturali con maggiore facilità. Al contrario, le piccole flotte artigianali, spesso più sostenibili e radicate nei territori, faticano a sopravvivere tra normative penalizzanti, concorrenza sleale e costi in crescita.
Per ripristinare l’equilibrio tra equità economica, tutela ambientale e sostenibilità sociale, è necessario un profondo ripensamento delle politiche europee in materia di pesca. A cominciare proprio da chi — con i soldi di tutti — continua a pescare più di quanto il mare possa offrire.
Fonti principali:
- https://bloomassociation.org/
- https://our.fish/
- https://clientearth.org/
- https://seas-at-risk.org/
- https://euronews.com/
- https://europe.oceana.org/

