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Cronaca & Scienza

Il Mako che ha morso il motore:
non era un attacco

Ad aprile, al largo delle coste maremmane, uno squalo Mako di circa quattro metri ha morsicato il motore di una barca da pesca sportiva. I media lo hanno raccontato come un assalto. La scienza dice altro.

1 Maggio 2026 Redazione GDM / Centro Studi Squali 5 min di lettura
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Un Mako di circa quattro metri, al largo della Maremma. La bocca che si chiude sul motore di una barca da pesca sportiva. Le immagini hanno fatto il giro dei social e dei telegiornali, accompagnate da titoli allarmistici: «squalo attacca barca», «predatore in agguato», «pericolo nei mari italiani». Eppure chi conosce questi animali sa che la storia è completamente diversa.

A chiarirla è il Dr. Primo Micarelli, Direttore del Centro Studi Squali (CSS) e tra i massimi esperti di elasmobranchi del Mediterraneo: quello che le telecamere hanno ripreso non è un attacco. È un comportamento documentato e studiato da decenni, con precedenti precisi in Sudafrica e in altri oceani del mondo.

Le ampolle di Lorenzini: il senso che inganna

Gli squali percepiscono il mondo attraverso sensi che noi umani non possediamo. Tra questi, uno dei più sofisticati è il sistema delle ampolle di Lorenzini: una rete di recettori elettrici distribuiti sul muso e sulla testa dell’animale, capace di rilevare campi elettromagnetici debolissimi — quelli prodotti dai muscoli delle prede, per esempio, anche nascosti sotto la sabbia.

Il problema — per noi, non per lo squalo — è che motori fuoribordo, eliche, trasduttori per ecoscandaglio e ogni altro dispositivo elettrico immerso producono campi elettromagnetici molto più intensi di quelli di qualsiasi pesce. Per un Mako, avvicinarsi a un motore e tentare di “assaggiarlo” è esattamente ciò che farebbe con una preda potenziale: non aggressione, ma esplorazione sensoriale.

«L’attrazione era dovuta alle ampolle di Lorenzini che negli squali percepiscono i campi elettromagnetici prodotti da motori, eliche, trasduttori. Niente di sensazionale: osservato decine di volte in Sudafrica senza nessun allarmismo.»

Dr. Primo Micarelli — Direttore, Centro Studi Squali

Il precedente sudafricano: stesso comportamento, nessun panico

Dr. Primo Micarelli, Direttore del Centro Studi Squali

Dr. Primo Micarelli, Direttore del Centro Studi Squali (CSS)

Visto decine di volte, fino al 2005

Micarelli racconta di aver osservato questo comportamento decine di volte nelle acque sudafricane, durante le spedizioni documentate con Craig Ferreira — tra i più noti esperti mondiali di Carcharodon carcharias. Il grande bianco si avvicinava ai motori delle barche, attratto dai campi EM, e arrivava fino ad aprire la bocca sul motore stesso.

Una pratica così ordinaria nell’ambiente degli studiosi che il Governo sudafricano ha dovuto vietarla soltanto nel 2005 — non perché pericolosa, ma per tutelare gli squali dall’eccessiva familiarizzazione con le imbarcazioni.

Nel caso maremmano di aprile, lo stesso meccanismo si è ripetuto con un Mako (Isurus oxyrinchus), specie pelagica velocissima e dagli occhi scuri, presente nel Mediterraneo. L’animale ha percepito il campo elettrico del motore, si è avvicinato e ha esplorato la fonte del segnale con la bocca. Un comportamento istintivo, non un attacco.

▶ Video originale del Centro Studi Squali: Craig Ferreira spiega il comportamento degli squali attirati dai motori — registrazione risalente alle prime spedizioni del CSS in Sudafrica.

Il video che smentisce i titoli

Negli archivi del canale YouTube del CSS esiste la documentazione video dell’esatto stesso fenomeno, girata per Channel FOX con la presenza del Dr. Micarelli. Nella fase finale del filmato, Craig Ferreira spiega alla troupe di documentaristi come lo squalo si avvicini alla barca attratto dai motori — e come arrivi ad aprire la bocca su di essi. Una sequenza filmata, studiata, archiviata. Non una novità, non un’emergenza.

Perché i media sbagliano (e perché conta)

Il problema non è lo squalo. Il problema è la narrazione. Ogni volta che un elasmobranchio interagisce con una barca o con un essere umano, la copertura mediatica defaulta sul frame dell'”attacco”: una parola che evoca intenzionalità predatoria, pericolo imminente, minaccia. Questo frame è quasi sempre sbagliato — e ha conseguenze reali.

La paura irrazionale degli squali alimenta il consenso sociale verso battute di pesca indiscriminate, verso politiche di gestione che nulla hanno a che fare con la sicurezza e tutto con la percezione del rischio. Il Mako è già classificato come specie vulnerabile dalla IUCN e soggetto a severe restrizioni di pesca nel Mediterraneo. Non ha bisogno di ulteriore pressione mediatica.

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Domande frequenti

Il Mako è una specie pelagica: vive in acque aperte, lontano dalla costa. Gli incontri con i bagnanti sono estremamente rari e gli incidenti documentati nel Mediterraneo sono episodi isolati, spesso riconducibili a situazioni di stress o provocazione dell’animale. Non è una specie da considerarsi “pericolosa” nell’accezione comune del termine.
Sono organi sensoriali presenti negli elasmobranchi (squali e razze), distribuiti sul muso sotto forma di piccoli pori. Permettono di rilevare i campi elettrici prodotti dagli organismi viventi — anche a distanza e attraverso sedimenti — e sono tra i sistemi elettrorecezione più sensibili del regno animale. Ogni dispositivo elettrico immerso in acqua produce segnali che attivano questi recettori.
Sì. Il Mako (Isurus oxyrinchus) frequenta il Mediterraneo, in particolare le acque pelagiche più profonde e aperte. È la specie di squalo più veloce al mondo, capace di raggiungere i 70 km/h in brevi scatti. La sua presenza nelle acque italiane è documentata, anche se gli avvistamenti ravvicinati sotto costa sono relativamente rari.
La IUCN classifica Isurus oxyrinchus come “Vulnerabile” a livello globale. Nel Mediterraneo la pressione della pesca ha ridotto le popolazioni in modo significativo. L’Unione Europea ha introdotto restrizioni alla pesca del Mako nel Mediterraneo nell’ambito delle misure di conservazione degli elasmobranchi.
Mantieni la calma, non agitare l’acqua e allontanati lentamente senza movimenti bruschi. Non provocare l’animale e non tentare di toccarlo. Segnala l’avvistamento alle autorità marittime e, se possibile, al Centro Studi Squali, che raccoglie dati sulla presenza di elasmobranchi nel Mediterraneo.
Dr. Primo Micarelli
Fonte scientifica Dr. Primo Micarelli

Direttore del Centro Studi Squali (CSS), specializzato in biologia ed etologia degli elasmobranchi. Ha condotto spedizioni di ricerca in Sudafrica, Australia e nel Mediterraneo, collaborando con esperti internazionali tra cui Craig Ferreira. Il CSS è tra i principali centri di riferimento per lo studio degli squali in Italia.

Fonti e riferimenti