Una scia lunga un oceano
Un’anguilla che lascia i fiumi italiani per andare a riprodursi nel Mar dei Sargassi, dall’altra parte dell’Atlantico. Uno squalo che ritrova la costa seguendo differenze di pochi millisecondi tra una narice e l’altra. Due animali diversissimi, guidati dallo stesso senso: l’olfatto.
Dai fiumi italiani al Mar dei Sargassi
L’anguilla europea (Anguilla anguilla) vive gran parte della sua vita — da cinque fino a oltre vent’anni — in acque dolci o salmastre europee, dove cresce come “anguilla gialla” nascosta nel fango di fiumi, canali e lagune, comprese molte zone umide italiane. Quando raggiunge la maturità, il suo corpo si trasforma: gli occhi si ingrandiscono, la pelle scurisce sul dorso e schiarisce sul ventre, l’apparato digerente regredisce. Diventata “anguilla argentina”, smette definitivamente di nutrirsi e intraprende una delle migrazioni più lunghe conosciute tra i pesci: una traversata oceanica di 5.000-10.000 km che la porta dalle coste europee fino al Mar dei Sargassi, nell’Atlantico occidentale, dove si riproduce una sola volta nella vita e muore.
Il primo tracciamento satellitare diretto di anguille europee durante la migrazione oceanica, pubblicato nel 2009, ha seguito gli animali per i primi 1.300 km del percorso, rivelando un pattern di migrazione verticale giornaliera — più in profondità di giorno, più vicino alla superficie di notte. Solo uno studio del 2022 ha fornito la prima prova diretta di anguille adulte effettivamente giunte nell’area di riproduzione nel Mar dei Sargassi, confermando un’ipotesi formulata per la prima volta oltre un secolo fa dal biologo danese Johannes Schmidt.
La prova dell’anosmia: senza naso, la rotta si perde
Come fa un’anguilla a trovare la strada verso un punto dell’oceano che non ha mai visto? La navigazione su queste distanze si basa probabilmente su più meccanismi combinati — un possibile senso magnetico, la temperatura, le correnti — ma uno degli esperimenti più diretti sul ruolo dell’olfatto riguarda le anguille argentine del Mar Baltico. Confrontando il comportamento di migrazione di anguille con l’olfatto intatto, anguille rese anosmiche (private della capacità di percepire odori) e anguille con una sola narice bloccata, i ricercatori hanno osservato differenze marcate in velocità, direzione e comportamento di svernamento: le anguille anosmiche si comportavano in modo sistematicamente diverso da quelle con olfatto integro, un risultato che suggerisce come l’olfatto sia essenziale per l’orientamento durante la migrazione.
Cosa suggerisce l’esperimento sulle anguille del Baltico
- Anguille con olfatto intatto
- seguono rotte di migrazione coerenti con quelle delle anguille selvatiche della zona
- Anguille anosmiche
- comportamento di migrazione alterato in velocità, direzione e svernamento
- Narice singola bloccata (sinistra)
- comportamento simile a quello delle anguille completamente anosmiche
- Ipotesi complementare
- le anguille giovani potrebbero “imprimere” un ricordo chimico e magnetico dell’estuario in cui sono cresciute
Un filone di ricerca più recente ha aggiunto un tassello complementare a monte del viaggio: le ceche di vetro (lo stadio giovanile dell’anguilla, quando entra negli estuari europei) sembrano in grado di imprimere, nel loro primo periodo di vita, la direzione magnetica delle correnti di marea dell’estuario in cui si stabiliscono — un’informazione che potrebbe tornare utile, combinata con l’olfatto, molti anni dopo, quando l’adulto dovrà ritrovare la via d’uscita verso l’oceano aperto.
Come uno squalo insegue una scia invisibile
Se l’anguilla usa l’olfatto soprattutto per orientarsi su scala oceanica, gli squali lo usano anche per un compito più immediato: seguire e localizzare con precisione la fonte di un odore, che si tratti di una preda ferita o — secondo studi più recenti — di un punto di riferimento durante la navigazione costiera. Il problema pratico che uno squalo deve risolvere è che gli odori in mare non viaggiano in una nube uniforme e continua: si disperdono in pennacchi turbolenti, spezzati in filamenti discontinui trasportati dalla corrente, un po’ come il fumo che si vede alzarsi a folate dietro una barca.
Il biologo Jelle Atema e la collega Jayne Gardiner, alla Boston University, hanno dimostrato attraverso una serie di esperimenti che gli squali risolvono questo problema combinando due sensi: l’olfatto per rilevare l’odore, e la linea laterale per percepire la struttura turbolenta del pennacchio odoroso stesso — un meccanismo chiamato “chemiotassi vorticosa” (eddy chemotaxis). Squali privati dell’uso della linea laterale perdevano quasi completamente la capacità di distinguere la fonte reale dell’odore da un semplice pennacchio d’acqua, soprattutto al buio.
Un secondo studio dello stesso gruppo ha rivelato un dettaglio ancora più fine: gli squali sfruttano le minuscole differenze di tempo di arrivo dell’odore tra le due narici — nell’ordine dei millisecondi — per capire da quale lato proviene la fonte, e virano automaticamente verso la narice che ha percepito l’odore per prima. Più le narici sono distanziate tra loro sulla testa dell’animale, maggiore è la precisione di questo calcolo direzionale, il che potrebbe spiegare in parte perché alcune specie di squalo hanno teste così larghe e appiattite. Uno studio del 2016 su squali leopardo (Triakis semifasciata), rilasciati al largo e tracciati acusticamente, ha inoltre mostrato che gli individui con olfatto intatto tornavano verso costa seguendo percorsi molto più diretti rispetto agli squali resi anosmici — la prima prova diretta che l’olfatto contribuisce alla navigazione degli squali anche in mare aperto, non solo nella caccia a distanza ravvicinata.
Quando l’anguilla lascia il Mediterraneo
Per anni la rotta di migrazione delle anguille del Mediterraneo verso il Mar dei Sargassi è rimasta un punto interrogativo: le anguille mediterranee escono attraverso lo Stretto di Gibilterra come le loro cugine atlantiche, oppure seguono un percorso diverso? Uno studio del 2016 ha fornito la prima evidenza diretta del passaggio di anguille europee in uscita dal Mediterraneo durante la migrazione riproduttiva, tracciando elettronicamente gli animali nel loro tragitto verso l’Atlantico attraverso lo stretto. È un dettaglio che riguarda da vicino le popolazioni di anguilla delle lagune e dei fiumi italiani — dalle Valli di Comacchio al delta del Po — la cui sopravvivenza dipende interamente dal completamento di questo viaggio, in una specie oggi classificata come gravemente minacciata dalla IUCN, con un declino del reclutamento stimato attorno al 95% dagli anni ’80 a oggi.
FAQ — Migrazione olfattiva in anguille e squali
Quanto è lunga la migrazione dell’anguilla europea?
Tra 5.000 e 10.000 km, dalle acque dolci e salmastre europee — comprese molte zone umide italiane — fino al Mar dei Sargassi, nell’Atlantico occidentale, dove l’anguilla si riproduce una sola volta e muore. È una delle migrazioni più lunghe conosciute tra i pesci.
Come si è dimostrato che l’anguilla usa l’olfatto per orientarsi?
Attraverso esperimenti su anguille del Mar Baltico rese anosmiche (con l’olfatto bloccato chimicamente) o con una sola narice occlusa: il loro comportamento di migrazione — velocità, direzione, svernamento — risultava sistematicamente diverso da quello delle anguille con olfatto integro, suggerendo che l’informazione chimica giochi un ruolo importante nell’orientamento.
Come fa uno squalo a seguire una scia odorosa in mare aperto?
Combinando l’olfatto con la linea laterale, un senso che percepisce le turbolenze dell’acqua. Gli odori in mare si disperdono in pennacchi turbolenti discontinui, non in una nube uniforme: lo squalo usa la linea laterale per seguire la struttura vorticosa del pennacchio insieme all’odore stesso, un meccanismo chiamato eddy chemotaxis.
È vero che gli squali “calcolano” la direzione di un odore usando le due narici?
Sì. Gli squali rilevano minuscole differenze — nell’ordine dei millisecondi — nel tempo di arrivo di un odore tra la narice destra e quella sinistra, e virano automaticamente verso il lato che lo ha percepito per primo. Più le narici sono distanziate, maggiore è la precisione di questo meccanismo direzionale.
Le anguille del Mediterraneo escono davvero verso l’Atlantico?
Sì. Uno studio del 2016 ha fornito la prima prova diretta, tramite tracciamento elettronico, di anguille europee in uscita dal Mar Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra durante la loro migrazione riproduttiva verso il Mar dei Sargassi.
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