Nel vasto universo della divulgazione marina, Angelo Mojetta e Tiziano Storai rappresentano due voci solidissime e complementari, capaci di intrecciare rigore scientifico, cultura e narrazione. Con il loro nuovo libro dedicato agli squali, i due autori riportano al centro dell’attenzione animali che, più di altri, vivono sospesi tra mito, timore e fascinazione. A distanza di decenni da Lo squalo, opera che contribuì a ridefinire l’immaginario collettivo, Mojetta e Storai tornano a esplorare la figura di questi antichi predatori attraverso un percorso che unisce biologia, storia, arte, cinema e simbolismi. Il risultato è un viaggio che non parla solo di squali, ma del rapporto che l’uomo ha costruito con il mare e con le sue creature più iconiche. In questa intervista gli autori raccontano perché questo libro era necessario proprio oggi, come è cambiata la percezione degli squali e perché comprenderne la fragilità ecologica significa, in fondo, comprendere anche un pezzo della nostra.
Cosa vi ha spinto a scrivere questo libro sugli squali oggi, a così tanto tempo dall’uscita di Lo squalo?
R.: Il mito dello squalo viene definito “mito a bassa intensità”, perché coinvolge un ampio gruppo di organismi marini, la cui realtà scientifica “terrena” è teoricamente verificabile da chiunque. Questo affascinante mito, però, ha radici lontanissime nel tempo e ramificate in ogni continente e, soprattutto, ha uno spazio, piccolo o grande nell’immaginario collettivo contemporaneo. A partire dal “terribile pesce-cane” che inghiottì Pinocchio (la balena è un’invenzione di Walt Disney, non esiste nella favola originale di Collodi). Sembra una minuzia, ma si sta parlando della seconda opera al mondo per numero di traduzioni, dopo la Bibbia.
Nel libro parlate di squali come simboli culturali e artistici. Secondo voi la rappresentazione cinematografica o artistica ha cambiato il modo in cui il pubblico percepisce questi animali?
R. Le fonti che sono state alla base del libro ci hanno permesso di vedere come è cambiata nel tempo la percezione dello squalo presso il grande pubblico soprattutto quello degli ultimi 100 anni grazie alla disponibilità di mezzi di comunicazione di massa dai quotidiani a grande tiratura alla radio fino alle tv multicanale e ad internet. Purtroppo la figura dello squalo è sempre stata vista nella sua connotazione peggiore, di animale sanguinario e antropofago in auge fino a metà del Novecento. Da allora in poi, favoriti da un aumento degli studi scientifici sul comportamento degli squali e dalla possibilità di incontrarli nel loro ambiente grazie allo sviluppo della subacquea si è cominciato a capire, sia pure lentamente, come questi straordinari pesci non fossero come si credeva. Purtroppo la rappresentazione cinematografica, e la nostra appendice sull’argomento lo certifica, non è riuscita più di tanto a uscire dal leit motiv dello squalo cattivo e persino i documentari più favorevoli allo squalo non sempre hanno resistito alla tentazione di mostrare le loro fauci e ricordare come possano essere imprevedibili e mordaci. Ben diverso è il contributo che l’arte ha dato alla formazione di una buona fama agli squali e alla necessità di proteggerli. In questa operazione “benefica” è stata indubbiamente di aiuto la diffusione della fotografia subacquea che ha permesso a milioni di persone di vedere immagini reali di squali che nuotavano accanto ai sub senza suscitare alcune reazione negativa nei confronti degli umani.
Se Jaws fosse scritto oggi, come immagini sarebbe rappresentato il grande squalo bianco?

Anche nella comunicazione moderna, come in questa celebre pubblicità universitaria, lo squalo continua a essere usato come icona di potenza e predazione. Il nuovo libro di Angelo Mojetta e Tiziano Storai mostra quanto questo immaginario sia radicato — e quanto sia lontano dalla realtà scientifica di questi animali straordinari.
R.: Nel suo ultimo libro “Shark Life. True Stories about sharks and sea” del 2005, Peter Benchley ammette che se avesse scritto “Jaws” trent’anni dopo, lo avrebbe scritto in modo molto diverso. Purtroppo il famoso Autore è scomparso nel 2006, per cui non è possibile sapere con precisione che cosa avrebbe cambiato nella rappresentazione del suo grande squalo bianco. Probabilmente molto, perché alla luce delle moderne conoscenze scientifiche ormai patrimonio culturale anche dei non addetti ai lavori, lo squalo di Amity non sarebbe più credibile. Tant’è vero che per cercare di ricreare un surrogato del “mostro”, Steve Alten ha dovuto far emergere un Meg, un “supersqualo” preistorico, dal remoto passato e dalla Fossa delle Marianne. Va detto che nella narrativa e nella cinematografia U.S.A.e Neozelandese, i meg vanno molto di moda…

“Un vecchio manifesto cinematografico che alimentava l’immagine dello squalo come ‘divoratore di uomini’: esempi come questo, analizzati nel libro di Mojetta e Storai, mostrano quanto il cinema abbia contribuito a creare un mito ben distante dalla realtà biologica di questi animali.
Parlate anche del vecchio Santiago e del suo pesce spada: quali analogie vedete tra l’uomo che affronta la natura in letteratura e l’esperienza reale dei marinai con gli squali?
R.: Ne “Il vecchio e il mare” gli squali incarnano la punizione per il peccato di superbia di Santiago, che è andato troppo al largo ed ha pensato di vincere una sfida, con il mare, con la divinità, troppo grande per lui. Nella “divina Commedia” e in “Moby Dick” ad Ulisse e al capitano Achab è andata anche peggio… Ad ogni buon conto, gli squali che vanificano l’effimera vittoria di Santiago sono un simbolismo, uno dei tanti che abbiamo cercato di illustrare nelle nostre pagine. Sia in letteratura, sia nella vita reale, ogni ancora salpata, ogni ormeggio mollato, rappresenta la quotidiana sfida all’ignoto e alla paura che ogni marinaio – professionista, ma anche metafora dell’uomo in quanto tale – deve affrontare. Un ignoto popolato anche da squali, simbolici e reali.
Quanto è importante, secondo voi, far capire al pubblico la fragilità ecologica degli squali rispetto alla loro immagine di predatori temibili?
R. E’ un passaggio fondamentale ed è un elemento della vita degli squali che deve essere sempre messo in evidenza. Questo non solo per salvaguardare gli squali, ma anche nel nostro interesse. Sono sempre di più le ricerche che dimostrano come gli squali svolgano un ruolo importante nell’equilibrio biologico dei mari e nel controllo delle reti alimentari, comprese quelle che coinvolgono specie economicamente importanti per l’uomo o ambienti delicati come i reef tropicali.
Tra le curiosità che avetei raccolto, ce n’è una che vi sorprende ancora oggi o che ritenete particolarmente significativa?
R. Uno degli elementi che più ci hanno colpito è stata la scoperta di quanto gli squali, come simbolo e personaggi, siano presenti nel mondo degli umani e questo in maniera molto capillare e senza che la maggior parte di noi se ne renda conto. Troviamo gli squali in opere letterarie impensabili come nelle poesie in romanesco di Trilussa, nelle tragedie di Shakespeare, nelle canzoni popolari e non (vedi l’Opera da tre soldi di Brecht), nella pubblicità, nei gadget, nei fumetti ecc. ecc. Fateci caso!

“Questo libro nasce dal desiderio di restituire agli squali la complessità che meritano. Per decenni sono stati ostaggio di un immaginario che li voleva solo predatori feroci, simboli di paura o antagonisti perfetti per il cinema. Ma gli squali sono molto di più: incarnano milioni di anni di evoluzione, un equilibrio biologico delicatissimo e una presenza culturale che attraversa letteratura, arte, miti popolari e persino la nostra quotidianità, spesso senza che ce ne accorgiamo. Abbiamo voluto raccontare tutto questo con occhi nuovi, mostrando come la scienza e la cultura possano dialogare per riportare al centro il valore reale — e non immaginato — di questi animali straordinari. Se il lettore, chiudendo il libro, proverà un rispetto diverso per gli squali e per il mare, allora il nostro lavoro avrà avuto senso.”
Angelo Mojetta
Molti pensano agli squali come predatori aggressivi, ma parlate anche di resilienza e indomabilità. Come si conciliano questi concetti con la realtà dei nostri mari attuali?
R. Per quanto resilienza sia un termine molto usato e spesso attribuendole un significato improprio. Se intendiamo resilienza come la capacità di adattarsi alle avversità della vita non v’è dubbio che gli squali siano resilienti e lo dimostra la storia della loro evoluzione e la loro capacità di superare le grandi estinzioni biologiche che hanno contraddistinto il nostro pianeta. Purtroppo gli squali non hanno imparato (fino ad ora) a vedere un pericolo nell’uomo e ad evitarlo. La pesca indiscriminata è uno dei maggiori pericoli che minacciano la sopravvivenza di molte popolazioni di squali con drastiche diminuzioni degli stock in alcune aree geografiche come ad esempio il Mediterraneo dove si calcola che una specie su due sia in pericolo. Per quanto concerne il loro essere indomabili è bene ricordare che gli squali non sono mai stati animali da circo. Ospitarli negli acquari ed oceanari o partecipare ad immersioni tra gli squali non significa che siano diventati cuccioli caldi e questo è bene tenerlo presente.

Il libro é disponibile sul sito della casa editrice Magenes
Cosa sperate che i lettori traggano leggendo il vostro libro: ammirazione, conoscenza, o un nuovo rispetto verso questi animali?
R.: Come autori proviamo ammirazione e rispetto per la vita in generale e per quella nei mari in particolare, il mondo di cui gli squali hanno rappresentato, rappresentano e, speriamo, rappresenteranno una meravigliosa simbologia, una delle ultime icone della megafauna carismatica.








