L’Italia ha perso un peschereccio su tre. Cerca quante barche ha perso il tuo porto
Dal 2000 a oggi la flotta italiana ha perso oltre 6.000 pescherecci. Lo strascico si è dimezzato, l’età mediana delle barche è raddoppiata e in quasi tutti i porti, da Mazara a Chioggia, le banchine si sono svuotate. Lo raccontano i dati del Registro europeo della flotta, analizzati barca per barca: 26.746 pescherecci italiani.
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Venticinque anni di banchine che si svuotano
Il primo gennaio 2000 nei porti italiani erano iscritti 18.257 pescherecci. Oggi sono 12.235. In un quarto di secolo sono uscite dalla flotta più di seimila barche, demolite, ritirate o vendute all’estero. Insieme alle barche se ne sono andati il 41% della stazza complessiva e il 37% della potenza dei motori.
Il calo non è stato uniforme. È stato fortissimo tra il 2000 e il 2015, gli anni dei grandi piani europei di riduzione della capacità di pesca, con demolizioni finanziate da fondi pubblici. Poi, intorno al 2020, si è fermato: da sei anni la flotta oscilla attorno alle 12.200 unità. Non perché il settore stia meglio, ma perché chi poteva uscire è uscito.
Lo strascico si è dimezzato

Tra i mestieri, il più colpito è lo strascico: le barche con rete a strascico come attrezzo principale sono passate da 4.472 a 2.328, quasi la metà in meno. È il segmento che consuma più gasolio e che più ha subito le restrizioni sugli stock di nasello, triglia e gambero rosso. Palangari, reti da posta e circuizione hanno perso tra un quarto e un terzo delle barche. Le draghe per i molluschi sono rimaste quasi stabili.
Una flotta che invecchia

Il dato più impressionante è l’età. Nel 1992 la barca da pesca italiana “tipica” aveva 20 anni. Oggi ne ha 40, e una barca su due è stata costruita prima del 1986. Delle barche oggi in attività, solo 539 sono state costruite dal 2015 in poi. In pratica non si costruisce più: si ripara.
Giuseppe Coppola, 74 anni, piccola pesca

«Sono in mare da 65 anni, ho cominciato da ragazzo con mio padre. Quando ho iniziato a Marinella c’erano tante barche, il porto era pieno e la mattina al rientro c’era gente ad aspettare il pesce sulla banchina. Oggi saremo rimasti in 30, e di questi quelli che escono davvero tutto l’anno sono ancora meno.»
Per Coppola le cause sono tutte insieme. Il gasolio aumenta, mentre il pesce si vende al prezzo di vent’anni fa:
«Arriva quello d’importazione e il prezzo lo fa chi compra, non chi pesca. Poi ci sono le regole: tante, che cambiano spesso, con carte e controlli pensati per i pescherecci grandi e non per una barca di sette metri. Quando sono arrivati i contributi per demolire, per qualcuno con la barca vecchia e i debiti è stata l’unica uscita dignitosa.»
«La mia barca ha 40 anni. Cambiarla? No. Una barca nuova con motore e attrezzatura costa 50.000 euro e con quello che rende oggi la piccola pesca non la ripaghi mai. Si va avanti aggiustando, motore, scafo, reti, finché si può.»
A Selinunte pesa anche il porto che si insabbia: «ci sono giorni in cui uscire o rientrare è un rischio». Le barche di Marinella sono iscritte al compartimento di Mazara del Vallo, che dal 2000 ha perso il 49% della flotta.
La piccola pesca: il 70% della flotta, e la più vecchia

Quando si parla di pesca si pensa ai grandi pescherecci, ma la flotta italiana è fatta soprattutto di barche come quella di Coppola. Secondo la definizione europea di piccola pesca costiera (barche sotto i 12 metri senza attrezzi trainati), oggi sono 8.499 barche, il 70% del totale. Nel 2000 erano 11.846: ne è sparita più di una su quattro.
La piccola pesca ha resistito meglio dello strascico, ma ha un problema più grave: il ricambio. L’età mediana di queste barche è di 42 anni e la lunghezza mediana di 6,7 metri. Sono barche che hanno superato la vita utile di chi le guida, e che spesso nessuno erediterà.
Regione per regione
Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna, cioè l’Alto Adriatico, hanno perso quasi metà delle barche. La Sicilia, che resta la prima regione per flotta, ne ha perse 1.636. La Sardegna è l’eccezione: in 25 anni ha perso meno del 7%, e porti come Sant’Antioco sono addirittura cresciuti.
| Regione | Barche 2000 | Barche 2026 | Variazione |
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I porti che hanno perso di più
In valore assoluto il primato è dell’Alto Adriatico e della Sicilia occidentale: Goro (−250 barche), Chioggia (−199) e Mazara del Vallo (−188). In percentuale, tra i porti che nel 2000 avevano almeno 50 barche, i cali più forti sono a Pellestrina (−78%), Scardovari (−62%) e Trieste (−60%).
| Porto | Regione | 2000 | 2026 | Barche perse | Var. |
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Antonio Presutto, mitilicoltore da 50 anni

Il porto di Napoli è passato da 111 a 63 pescherecci (−43%). Chi resta in mare spesso cambia mestiere, ma anche l’allevamento non è un porto sicuro. Antonio Presutto alleva cozze a Santa Lucia da mezzo secolo:
«Qualcuno è passato dalla pesca agli impianti, perché almeno sai cosa hai in acqua e non dipendi dal gasolio e dalla giornata di mare. Il contrario quasi mai. Ma anche l’allevamento non è un rifugio sicuro: ci vogliono concessioni, investimenti e anni prima di vedere un guadagno.»
«Basta uno scarico, un depuratore che non funziona o una pioggia forte, e scattano i blocchi della raccolta. Ci fermano per colpe che non sono nostre. E arrivano cozze dalla Spagna, dalla Grecia e da altri paesi a prezzi con cui non riusciamo a competere, e il consumatore spesso non sa da dove viene quello che compra.»
D’estate l’acqua è più calda, ci sono più morie e il prodotto cresce in modo meno regolare. Negli ultimi anni si è aggiunto il bradisismo dei Campi Flegrei, che ha creato problemi a impianti e banchine.
Cosa servirebbe
Coppola e Presutto, a centinaia di chilometri di distanza e con mestieri diversi, chiedono quasi le stesse cose: porti e acque che funzionino, un prezzo giusto che distingua il prodotto locale da quello d’importazione (vendita diretta, filiera corta, un marchio territoriale), regole semplici e diverse per chi lavora con una barca di sette metri e un aiuto vero ai giovani per cominciare. «Se non entra nessuno di nuovo», dice Coppola, «tra dieci anni qui non ci sarà più nessuno.»
I dati gli danno ragione. Il problema della flotta italiana oggi non è più solo quante barche escono, ma quante ne entrano. Con 539 barche nuove in dieci anni e un’età mediana di 40 anni, la riduzione della flotta non è finita: è solo diventata silenziosa, una barca che si ferma alla volta.
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