Venerdì 30 Ottobre 2026 In partnership con Oceanis
Ultima ora Granchio blu, i soldi ci sono ma nessuno li chiede: in Veneto resta inutilizzato oltre metà del bando
Osservatorio GDM · Flotta peschereccia italiana

L’Italia ha perso un peschereccio su tre. Cerca quante barche ha perso il tuo porto

Dal 2000 a oggi la flotta italiana ha perso oltre 6.000 pescherecci. Lo strascico si è dimezzato, l’età mediana delle barche è raddoppiata e in quasi tutti i porti, da Mazara a Chioggia, le banchine si sono svuotate. Lo raccontano i dati del Registro europeo della flotta, analizzati barca per barca: 26.746 pescherecci italiani.

−33%pescherecci dal 2000 a oggi: da 18.257 a 12.235
−48%barche a strascico: da 4.472 a 2.328
40 annietà mediana della flotta. Nel 1992 era di 20 anni
70%della flotta è piccola pesca: barche sotto i 12 metri

Trova il tuo porto

Scrivi il nome del porto o clicca su un cerchio. La dimensione indica quante barche aveva nel 2000, il colore quante ne ha perse.
oltre −50%−30 / −50%−10 / −30%stabilein crescita

Venticinque anni di banchine che si svuotano

Il primo gennaio 2000 nei porti italiani erano iscritti 18.257 pescherecci. Oggi sono 12.235. In un quarto di secolo sono uscite dalla flotta più di seimila barche, demolite, ritirate o vendute all’estero. Insieme alle barche se ne sono andati il 41% della stazza complessiva e il 37% della potenza dei motori.

Il calo non è stato uniforme. È stato fortissimo tra il 2000 e il 2015, gli anni dei grandi piani europei di riduzione della capacità di pesca, con demolizioni finanziate da fondi pubblici. Poi, intorno al 2020, si è fermato: da sei anni la flotta oscilla attorno alle 12.200 unità. Non perché il settore stia meglio, ma perché chi poteva uscire è uscito.

Numero di pescherecci attivi al 1° gennaio di ogni anno (2026: al 30 ottobre). Fonte: elaborazione GDM su EU Fleet Register.

Lo strascico si è dimezzato

Peschereccio a strascico in mare
Lo strascico è il mestiere che ha perso più barche: −48% dal 2000.

Tra i mestieri, il più colpito è lo strascico: le barche con rete a strascico come attrezzo principale sono passate da 4.472 a 2.328, quasi la metà in meno. È il segmento che consuma più gasolio e che più ha subito le restrizioni sugli stock di nasello, triglia e gambero rosso. Palangari, reti da posta e circuizione hanno perso tra un quarto e un terzo delle barche. Le draghe per i molluschi sono rimaste quasi stabili.

Barche per attrezzo principale dichiarato, 2000 e 2026. Fonte: elaborazione GDM su EU Fleet Register.

Una flotta che invecchia

Pescatore al lavoro a bordo di un peschereccio italiano
L’età mediana dei pescherecci italiani è passata da 20 a 40 anni.

Il dato più impressionante è l’età. Nel 1992 la barca da pesca italiana “tipica” aveva 20 anni. Oggi ne ha 40, e una barca su due è stata costruita prima del 1986. Delle barche oggi in attività, solo 539 sono state costruite dal 2015 in poi. In pratica non si costruisce più: si ripara.

Voce dal porto · Marinella di Selinunte

Giuseppe Coppola, 74 anni, piccola pesca

Giuseppe Coppola, pescatore della piccola pesca, a Marinella di Selinunte
Giuseppe Coppola a Marinella di Selinunte.
«Sono in mare da 65 anni, ho cominciato da ragazzo con mio padre. Quando ho iniziato a Marinella c’erano tante barche, il porto era pieno e la mattina al rientro c’era gente ad aspettare il pesce sulla banchina. Oggi saremo rimasti in 30, e di questi quelli che escono davvero tutto l’anno sono ancora meno.»

Per Coppola le cause sono tutte insieme. Il gasolio aumenta, mentre il pesce si vende al prezzo di vent’anni fa:

«Arriva quello d’importazione e il prezzo lo fa chi compra, non chi pesca. Poi ci sono le regole: tante, che cambiano spesso, con carte e controlli pensati per i pescherecci grandi e non per una barca di sette metri. Quando sono arrivati i contributi per demolire, per qualcuno con la barca vecchia e i debiti è stata l’unica uscita dignitosa.»
«La mia barca ha 40 anni. Cambiarla? No. Una barca nuova con motore e attrezzatura costa 50.000 euro e con quello che rende oggi la piccola pesca non la ripaghi mai. Si va avanti aggiustando, motore, scafo, reti, finché si può.»

A Selinunte pesa anche il porto che si insabbia: «ci sono giorni in cui uscire o rientrare è un rischio». Le barche di Marinella sono iscritte al compartimento di Mazara del Vallo, che dal 2000 ha perso il 49% della flotta.

La piccola pesca: il 70% della flotta, e la più vecchia

Reti da posta della piccola pesca artigianale
Le reti da posta sono uno degli attrezzi tipici della piccola pesca.

Quando si parla di pesca si pensa ai grandi pescherecci, ma la flotta italiana è fatta soprattutto di barche come quella di Coppola. Secondo la definizione europea di piccola pesca costiera (barche sotto i 12 metri senza attrezzi trainati), oggi sono 8.499 barche, il 70% del totale. Nel 2000 erano 11.846: ne è sparita più di una su quattro.

La piccola pesca ha resistito meglio dello strascico, ma ha un problema più grave: il ricambio. L’età mediana di queste barche è di 42 anni e la lunghezza mediana di 6,7 metri. Sono barche che hanno superato la vita utile di chi le guida, e che spesso nessuno erediterà.

Regione per regione

Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna, cioè l’Alto Adriatico, hanno perso quasi metà delle barche. La Sicilia, che resta la prima regione per flotta, ne ha perse 1.636. La Sardegna è l’eccezione: in 25 anni ha perso meno del 7%, e porti come Sant’Antioco sono addirittura cresciuti.

RegioneBarche 2000Barche 2026Variazione

I porti che hanno perso di più

In valore assoluto il primato è dell’Alto Adriatico e della Sicilia occidentale: Goro (−250 barche), Chioggia (−199) e Mazara del Vallo (−188). In percentuale, tra i porti che nel 2000 avevano almeno 50 barche, i cali più forti sono a Pellestrina (−78%), Scardovari (−62%) e Trieste (−60%).

PortoRegione20002026Barche perseVar.
Voce dal porto · Santa Lucia, Napoli

Antonio Presutto, mitilicoltore da 50 anni

Mitilicoltura nel golfo di Napoli
Mitilicoltura nel golfo di Napoli.

Il porto di Napoli è passato da 111 a 63 pescherecci (−43%). Chi resta in mare spesso cambia mestiere, ma anche l’allevamento non è un porto sicuro. Antonio Presutto alleva cozze a Santa Lucia da mezzo secolo:

«Qualcuno è passato dalla pesca agli impianti, perché almeno sai cosa hai in acqua e non dipendi dal gasolio e dalla giornata di mare. Il contrario quasi mai. Ma anche l’allevamento non è un rifugio sicuro: ci vogliono concessioni, investimenti e anni prima di vedere un guadagno.»
«Basta uno scarico, un depuratore che non funziona o una pioggia forte, e scattano i blocchi della raccolta. Ci fermano per colpe che non sono nostre. E arrivano cozze dalla Spagna, dalla Grecia e da altri paesi a prezzi con cui non riusciamo a competere, e il consumatore spesso non sa da dove viene quello che compra.»

D’estate l’acqua è più calda, ci sono più morie e il prodotto cresce in modo meno regolare. Negli ultimi anni si è aggiunto il bradisismo dei Campi Flegrei, che ha creato problemi a impianti e banchine.

Cosa servirebbe

Coppola e Presutto, a centinaia di chilometri di distanza e con mestieri diversi, chiedono quasi le stesse cose: porti e acque che funzionino, un prezzo giusto che distingua il prodotto locale da quello d’importazione (vendita diretta, filiera corta, un marchio territoriale), regole semplici e diverse per chi lavora con una barca di sette metri e un aiuto vero ai giovani per cominciare. «Se non entra nessuno di nuovo», dice Coppola, «tra dieci anni qui non ci sarà più nessuno.»

I dati gli danno ragione. Il problema della flotta italiana oggi non è più solo quante barche escono, ma quante ne entrano. Con 539 barche nuove in dieci anni e un’età mediana di 40 anni, la riduzione della flotta non è finita: è solo diventata silenziosa, una barca che si ferma alla volta.

Metodologia. Dal Registro europeo della flotta peschereccia (Commissione europea, DG MARE) sono state estratte tutte le 26.746 barche da pesca che hanno battuto bandiera italiana dal 1989 a oggi, con l’ultimo evento registrato per ciascuna (estrazione del 30/10/2026). Una barca è considerata attiva in una data se era già entrata in servizio e non era ancora uscita dalla flotta per demolizione, ritiro o esportazione. Ogni barca è attribuita all’ultimo porto di iscrizione noto: se ha cambiato porto, è conteggiata dove si trova oggi. L’attrezzo è quello principale dichiarato. La piccola pesca segue la definizione UE (lunghezza fuori tutto inferiore a 12 metri e nessun attrezzo trainato). I totali sono coerenti con i report ufficiali di capacità della flotta: 14.873 barche nel 2004 e 11.870 a fine 2021 secondo il rapporto italiano alla Commissione, contro 14.911 e circa 12.170 in questa elaborazione.
Come citare questi dati: M. Guadagnino, «Osservatorio della flotta peschereccia italiana», Il Giornale dei Marinai, ottobre 2026, elaborazione su dati EU Fleet Register.
I dati, i grafici e le tabelle di questa pagina sono liberamente riutilizzabili in articoli, tesi e presentazioni, a condizione di citare Il Giornale dei Marinai con un link a questa pagina.

Domande frequenti

Quanti pescherecci ci sono oggi in Italia?
Secondo l’elaborazione del Giornale dei Marinai sul Registro europeo della flotta, al 30 ottobre 2026 i pescherecci attivi iscritti in Italia sono 12.235, per circa 142.000 tonnellate di stazza lorda e 928.000 kW di potenza motore.
Quante barche da pesca ha perso l’Italia dal 2000?
6.022, cioè il 33% della flotta. Il calo più forte è avvenuto tra il 2000 e il 2015; dal 2020 il numero è sostanzialmente stabile.
Quale porto ha perso più pescherecci?
In valore assoluto Goro (−250 barche), seguito da Chioggia (−199) e Mazara del Vallo (−188). In percentuale, tra i porti con almeno 50 barche nel 2000, Pellestrina (−78%).
Quanti anni hanno i pescherecci italiani?
L’età mediana è di 40 anni: metà della flotta è stata costruita prima del 1986. Per la piccola pesca l’età mediana sale a 42 anni.
Ogni quanto vengono aggiornati questi dati?
L’Osservatorio viene aggiornato ogni anno con una nuova estrazione dal Registro europeo della flotta.
Marcello Guadagnino
Biologo marino · Fondatore di Il Giornale dei Marinai · ilgiornaledeimarinai.it
Docente al Master MARAC dell’Università di Camerino, direttore scientifico di Oceanis Srl.