Nei fondali fangosi profondi dell’Atlantico nord-orientale e del Mediterraneo, tra i 300 e i 700 metri (con segnalazioni fino a 1682 metri), vive uno dei pesci più bizzarri e meno conosciuti dei nostri mari: la chimera, Chimaera monstrosa. Il nome del genere riprende direttamente quello del mostro della mitologia greca, composto da parti di animali diversi — un omaggio all’aspetto fuori dal comune di questa specie, che possiede un muso arrotondato e tozzo, molto simile a quello di un coniglio, occhi enormi e scuri, e una bocca piccola: da qui il nome comune internazionale “pesce coniglio” o “rabbit fish”, che condivide — solo nel nome, non nella biologia — con il tutt’altro pesce coniglio tropicale (Siganus rivulatus e Siganus luridus) ormai diffuso in Mediterraneo orientale, di cui abbiamo già parlato in altri approfondimenti su GDM.
Un pesce cartilagineo, ma non uno squalo
Nonostante appartenga alla classe dei Condroitti, la stessa di squali e razze, la chimera si allontana molto dai suoi “cugini” più noti: appartiene infatti alla sottoclasse degli Olocefali, separatasi dalla linea evolutiva degli Elasmobranchi (squali e razze) circa 300 milioni di anni fa, ai tempi dell’era dei dinosauri — e da allora si è mantenuta pressoché invariata nell’aspetto e nel comportamento, un vero fossile vivente. A differenza degli squali, la chimera ha la pelle completamente nuda, priva delle caratteristiche squame placoidi; presenta inoltre un’unica fessura branchiale per lato, coperta da un falso opercolo cutaneo — un’altra differenza netta rispetto all’anatomia branchiale degli squali.
Un’arma velenosa che nessuno usa per cibo
La prima pinna dorsale è alta e armata di una robusta spina rigida, collegata a una ghiandola velenifera — un’arma difensiva efficace, anche se il pesce non ha alcun valore alimentare: le sue carni non sono commestibili. Nonostante questo, viene catturata regolarmente come cattura accessoria dalle reti a strascico dirette alla pesca dei gamberi e dai palamiti professionali. Trattandosi di una specie a riproduzione lentissima, queste catture accidentali rappresentano un rischio concreto per le popolazioni, che non hanno la capacità di rigenerarsi alla stessa velocità con cui vengono prelevate.
Un corteggiamento a forma di clava
Uno degli aspetti più curiosi della biologia di questa specie riguarda il dimorfismo sessuale: i maschi possiedono, sulla fronte, un’insolita estroflessione a forma di clava chiamata tenaculum frontale, che si ritiene venga utilizzata per trattenere la femmina durante l’accoppiamento — una struttura più tipica, per funzione, di altri organi copulatori come gli pterigopodi presenti in coda ai maschi, anch’essi privi delle squame placoidi tipiche del resto del corpo. È una specie ovipara: le capsule ovigere misurano circa 15 cm e terminano con un filamento che permette loro di ancorarsi al substrato.
Occhi giganti per una vita in profondità
Gli occhi, molto grandi in proporzione al resto del corpo, sono un adattamento diretto alla vita in ambienti dove la luce è quasi del tutto assente. Interessante anche il comportamento migratorio stagionale legato alla temperatura: durante la stagione calda la chimera si spinge oltre i 1000 metri di profondità, mentre in inverno risale fino a 100-200 metri — un movimento verticale stagionale dettato dalla ricerca delle condizioni termiche più adatte.
In Italia è presente soprattutto nello Ionio e nel Tirreno, mentre risulta rarissima nel Mar Adriatico.


