Problematiche causate dalle dighe sulle comunità autoctone

Di Andrea Guadagnino

Le dighe sono sempre state una potente icona del progresso, un’espressione di orgoglio nazionale. Pensiamo per esempio alla prima grande opera mai costruita, la HOOVER’S DAM (foto d’apertura), che incarna la supremazia della tecnologia statunitense. Ancora oggi si rimane impressionati dalla struttura e dall’architettura, quasi fascista, tipica delle rappresentazioni del potere degli anni trenta. Da allora le cose non sono cambiate. Il governo cinese ha voluto la diga di THREE GORGES che é in fase di costruzione e sarà la più grande diga del mondo, una volta finita non solo per produrre energia ma anche per imporre l’immagine della Cina come superpotenza mondiale e rafforzare la sfida nei confronti degli Stati Uniti.>>
Con questa frase Patrick McCully, autore di “Silenced rivers” esordisce nel suo primo libro, pubblicato nel 1998, puntando il dito sulle reali motivazioni che nel corso della storia hanno spinto i paesi industrializzati verso la costruzione di grandi dighe con l’apparente intento di generare un beneficio comune e collettivo.
La diga di Three Gorges oggi é diventata una realtà e l’enorme lago artificiale da essa creato é un bacino affetto da serie problematiche di eutrofizzazione.

A circa vent’anni dalla conclusione degli studi di Patrick McCully, direttore dell’International Rivers Network di Berkeley in California, ci ritroviamo ad osservare le dighe sotto un punto di vista differente, anche se ciò non ha provocato un cambio di rotta da parte delle multinazionali e da parte della Banca Mondiale che, nonostante la disapprovazione dell’opinione pubblica, hanno riversato nei paesi meno industrializzati le conseguenze negative derivate dalla costruzione delle grandi dighe, limitandosi a raccogliere i guadagni.
Oggi le grandi dighe sono il simbolo dello sviluppo distorto che ha portato alla violazione dei diritti dei popoli ed all’alterazione dell’ambiente limitrofo alle grandi dighe. Nonostante in passato le dighe abbiano ricevuto la definizione di “icona del progresso”,oggi ci troviamo a porci una domanda: “La tecnologia, produce sempre progresso?”
Per poter dare una risposta a questa domanda bisogna riuscire ad osservare la problematica del progresso da un punto di vista globale, che tenga conto non solo del benessere economico ma anche di un benessere sociale che si fonda sulla base dello sviluppo sostenibile bilanciato nei diversi contesti e misurato sulle diverse culture.

MEKONG_Fisher-300x218 Problematiche causate dalle dighe sulle comunità autoctone
Circa 65 milioni di persone vivono lungo il fiume Mekong, che li sostiene grazie alla pesca (stimata valere 3 miliardi di dollari annui) e agli allevamenti ittici. Ma ora il fiume, lungo 4.880 chilometri e ritenuto il 2° più ricco al mondo per biodiversità, è minacciato da molti progetti di dighe idroelettriche, tra cui la diga Xayaburi, che a settembre il Laos ha sottoposto alla Commissione per il Fiume Mekong

Un primo segnale che ci fa dubitare della reale efficienza di queste grandi dighe, arriva il 14 marzo del 1997, data in cui viene istituita la “giornata internazionale per i fiumi, le acque e la vita” inaugurata durante un incontro a Curtiba in Brasile dei rappresentanti delle popolazioni che hanno subito gli effetti delle costruzioni delle grandi dighe, sottoscrivendo la “dichiarazione di  Curtiba” per rivendicare il proprio diritto alla salute auspicando la fine della costruzione di grandi dighe e ai gravi problemi ambientali, economici e sociali da esse derivati.
Il proliferare delle multinazionali, derivato dalle politiche economiche dei paesi industrializzati, ha colpito principalmente le culture dei popoli indigeni provocando in essi un aumento dell’industrializzazione con effetti sulla sostenibilità del sistema globale.
Le cause, che indicano i paesi meno sviluppati come bersaglio di un progresso sbilanciato e non sostenibile, derivano da diversi fattori, infatti è spesso evidente come l’importanza politica di alcuni stati favorisca una divisione alterata dei ruoli, in cui i governi dei paesi beneficiari dei progetti, i finanziatori e i costruttori raccolgono i guadagni provenienti dalla creazione di queste strutture mentre le popolazioni locali e il loro “ambiente” ne subiscono le scelte poiché spesso non sono in possesso di mezzi adeguati per imporre la loro opinione in fase di progettazione, tutto ciò ha catalizzato movimenti di opposizione popolare (come ad esempio la rivolta contro la diga di Marmara in India) che ci hanno portato a riflettere sul ruolo occupato dalla Banca mondiale nella gestione dei finanziamenti rivolti alle grandi opere. La voglia di riscatto insorta nel cuore della gente vittima di queste prepotenze ha portato alla comparsa di un vero e proprio movimento che a partire dall’India si é esteso in tutto il mondo, costringendo la Banca mondiale ad istituire “l’ispection panel” atto a svolgere ispezioni più accurate sulle richieste di finanziamento per garantire la massima trasparenza possibile in quanto può esser convocato dalle organizzazioni rappresentanti le popolazioni che hanno subito gli effetti di progetti finanziati dalla Banca mondiale.

Ma é proprio nel 1997 con la dichiarazione di Curtiba che la lotta contro la realizzazione di grandi dighe prende forma, inquisendo le dighe come artefici di problematiche ambientali e sociali, in quanto la costruzione di tali opere ha costretto migliaia di persone a lasciare le loro case e i loro territori, la loro realizzazione ha sommerso terre fertili e coltivabili, foreste e luoghi sacri, distrutto riserve ittiche e di acqua pulita, provocato disintegrazione sociale e culturale, impoverendo le comunità. Inoltre é stato messo in risalto che la realizzazione delle dighe é quasi sempre costata più delle previsioni, (anche senza contare i costi ambientali e sociali), una volta ultimate, le dighe hanno prodotto meno energia ed irrigato le terre al di sotto delle stime preventive e paradossalmente hanno provocato anziché arginare, inondazioni ancora più violente di quelle naturali,
Le prove che ci sia qualcosa di sbagliato alla base di questo sviluppo “industrializzato” risultano evidenti osservando le dinamiche (spesso identiche e ripetitive) che avvengono in fase di progettazione di grandi dighe dove sempre più spesso si possono notare valutazioni di impatto ambientale abbastanza approssimative qualora presenti, valutazioni tecniche del territorio dubbie e presenza di interessi non dichiarati da parte di ditte, governi e addirittura della Banca mondiale, che mira a finanziare il più possibile senza offrire nessuna garanzia di obbiettività.
Come evidenziato nel rapporto Brundtland nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, la società moderna deve crescere basandosi sul principio dello sviluppo sostenibile definendolo come uno sviluppo che <<lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, é piuttosto una condizione di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti industriali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con quelli attuali.>> ed é proprio basandosi su questo principio che dobbiamo rimettere in discussione la reale esigenza di costruire grandi dighe in quanto alla luce delle conoscenze odierne si é osservato che la costruzioni di queste opere ha portato all’impoverimento delle comunità locali, provocando conseguenze devastanti sull’economia locale e sulla ambiente circostante

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