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Continuiamo il nostro tour alla scoperta di personaggi che dedicano o hanno dedicato la loro vita al mare, o che del mare ne fanno una regola di vita. Questa volta andiamo a San Vito lo Capo meravigliosa cittadina in provincia di Trapani per conoscere una persona che ha permesso grazie anche ai suoi interventi comunicativi di far conoscere al mondo San Vito lo Capo.

Lui è Ninni Ravazza, un curriculum ricco di “avventure” sparse per i mari della Sicilia, da decenni raccoglie testimonianze etno-antropologiche sulle attività tradizionali legate alla pesca professionale, con particolare riguardo alla provincia di Trapani e al territorio di San Vito lo Capo.

Giornalista, scrittore, fotografo, subacqueo, comincia a comprendere il mare sin da piccolo, con il privilegio di vivere a due passi dalle cristalline acque di San Vito lo Capo. I suoi inizi sono legati alla pesca in apnea, con i vecchi e solidi fucili a molla. Raggiunta la maggiore età si avvicina all’attività subacquea sempre spronato dal papà anch’egli un pioniere della pesca sub.

Raccontare la carriera di Ninni non è facile, mettere insieme i tasselli del puzzle della sua vita nemmeno…Ma certo è, che Ninni ha il “sale nel sangue”.

Creatore e direttore del sito internet www.cosedimare.com, Ninni, ha pubblicato diversi libri con i piu’ importanti 0005 - Ninni Ravazza, una vita dedicata al mare…editori Italiani. Tra questi vi consiglio il bellissimo Il sale e il sangue. Storie di uomini e tonni (Ed Magenes, 2007) e Il mare era bellissimo. Di uomini, barche, pesci e altre cose (Ed Magenes,, 2013).

E’ bene sapere che il suo obiettivo ha ritratto migliaia di soggetti, ma quello che lo attrae veramente, e Lui ne è consapevole è il Tonno !

Questo magnifico pesce lo ha affascinato da subito, sin da  quando, come  subacqueo lavorava nella tonnara di Bonagia,. Ninni ha sempre rispettato questo pesce, talmente tanto che oggi lo porta nei suoi ricordi piu’ cari. Foto, filmati, disegni, scritti e quant’altro per raccontare come si possa essere stregati dal mare e da tutte le sue risorse, in particolare la pesca.

0050 - Ninni Ravazza, una vita dedicata al mare…Libri e poi ancora conferenze, mostre, esposizioni, spettacoli, che hanno un unico comun denominatore: IL MARE.

Tra gli eventi che lo vedono protagonista, sicuramente il più celebre è il “cous-cous festival di San Vito” oltre a “tempu ri capuna”.

Oggi Ninni vive a San Vito lo Capo, dove continua a dividersi tra lavoro, mare e pastori maremmani.

Cliccando sul link se volete potete anche aquistare le interessanti pubblicazioni di Ninni

http://www.mageneseditoriale.it/autore-ravazza-ninni-29763.html

Cronaca di una immersione fra le reti della Tonnara di Bonagia, in Sicilia.
di Ninni Ravazza

I galleggianti rossi e gialli uniti dai cavi “di summo” disegnano il lunghissimo rettangolo dell’isola diviso in tanti rettangoli più piccoli, le camere; sporgendosi dall’orlo delle muciare si vede la rete affondare nel blu intenso fino a sparire nel nulla, e quando la primavera si prepara a lasciare il posto all’estate è facile pure distinguere le sagome dei tonni che girano pigri quasi toccandosi, appena sotto la superficie.

Ma sott’acqua, dove lo sguardo non può arrivare, cosa c’è? Sotto i santi che dall’alto della palma benedicono l’ingresso dei tonni fra le reti, scende dritto fino alle rocce del fondo, quarantaquattro metri più in basso, ‘u spicu, lo spigolo, l’innesto della costa all’isola: qui inizia il nostro giro nel ventre della tonnara di Bonagia.
Le bombole sono pronte sul bordo della muciara, gli erogatori sibilano lasciando passare l’aria che presto si trasformerà in mille bollicine d’argento, la maschera cala sul volto come la visiera di un elmo, un ultimo sguardo ai pescatori che ci seguiranno dall’alto con la barca, e poi via! un tuffo e il cielo scompare al di là di un tetto trasparente sul quale si frangono le bolle del respiratore; l’acqua è limpida ma fredda – saranno 16 gradi, non più – scendiamo lentamente guardandoci attorno, metro dopo metro, a destra l’imbuto di rete che costituisce l’ingresso in tonnara ondeggia appena al soffio della corrente di levante, piccoli branchi di boghe vanno e vengono; giunti a venticinque metri di profondità è possibile distinguere perfettamente il fondale. Ci troviamo sul lato sud (sottovento) della prima camera di ponente, l’ordinaro, la visibilità è buona, ma oltre i venti metri l’orizzonte comunque sparisce; nuotiamo lenti a mezz’acqua, seguiamo la parete di rete che sembra non avere fine, ed ecco la prima barriera: dalla barca era facile raccapezzarsi, ma qui tutte le reti sembrano uguali, ci sentiamo in un labirinto, dobbiamo seguire la parete, o passarci in mezzo, e dove? a destra o sinistra? Lo smarrimento dura qualche secondo, poi riconosciamo i quadrati larghi della rete, è una “porta”, la superiamo infilandoci tra le maglie e penetriamo nella camera “bastardo”: i movimenti si fanno più lenti, lo sguardo attento, ci avviciniamo al regno dei tonni. Il fondale si mantiene uguale, sabbia e posidonia, le boghe sono sparite, dal blu spunta all’improvviso un lanciere e il cuore ha un sobbalzo: è un maestoso pescespada finito in tonnara seguendo lo sbarramento della costa, potrebbe trapassare un uomo con un sol colpo (è accaduto negli anni ’60 a Capo Granitola), ma fortunatamente è troppo occupato a cercare una via di fuga. Ci passa accanto roteando l’enorme occhio e scompare oltre l’orizzonte, probabilmente nella notte un lembo di rete lo afferrerà per la spada stringendolo fino a strozzarlo, e domani i pescatori lo recupereranno già morto. Proseguiamo. Davanti a noi c’è la “porta chiara”, e più oltre la “camera”, se ci sono tonni li troveremo lì. Passiamo tra le maglie allargate dalla corrente, guardiamo a destra e sinistra, in alto e basso, niente.

Qualche metro ancora e finalmente eccoli, prima dieci, poi trenta, e ancora cento, in un turbinio di pinne e code, di pance lucide e dorsi azzurri. I tonni non hanno paura dei subacquei, gli vanno incontro, gli girano attorno vorticosamente, li guardano con occhi piccoli e buoni, sembra che stiano per investirli a tutta velocità ma all’ultimo istante alzano le pinne incassate nel corpo stupendo e frenano, cabrano, virano, affondano.

 Sono come enormi pecore in un pascolo a tre dimensioni. Quanti saranno? Centociquanta, duecento, forse più. Ci sono i maestosi esemplari di quindici anni d’età e dal peso di oltre 300 chilogrammi, e anche i giovani alla loro prima migrazione genetica – peseranno si e no 25 chili – che nuotano tutti insieme compatti, branco nel branco. Girano, girano, e girano ancora, notte e giorno, senza mangiare e senza fermarsi. Ogni tanto qualcuno tocca la rete e resta ammagliato; senza muoversi non potrà respirare, sopravviverà appena quattro o cinque minuti, poi sarà compito dei sommozzatori recuperarlo. Tra i tonni nuotano al rallentatore alcuni pesciluna, innocui selaci che del parente pescecane hanno solo la pelle zigrinata, per il resto sono lenti e tonti, inutile liberarli dalle reti dove inevitabilmente ammagliano, tanto appena li si lascia liberi si girano e finiscono nuovamente imprigionati.
Il fondale è sceso, ora la profondità è di quarantasei metri; un tonno enorme è avvolto come un salame nella rete, il buio e la frenesia gli sono stati fatali; sembra un animale in croce sospeso nel nulla, la processione dei compagni gli passa accanto mille volte sfiorandolo, ma per i tonni non è come per i pescispada che rimangono accanto al compagno morto difendendolo e attaccando chi si avvicina, i tonni continuano il loro girotondo senza pensare ad altro che a fare l’amore.
A ponente ci blocca una porta più stretta e resistente delle altre, è la “bastardella” che funziona da spartiacque fra l’isola della tonnara e la camera della morte; da qui i tonni non dovrebbero passare, ma basta allungare lo sguardo per vedere che dall’altra parte nuotano tranquilli almeno dieci pesci enormi: come avranno fatto a oltrepassare la porta, se i sommozzatori per farsi strada devono tagliare col coltello la rete? Siamo all’estremità di ponente dell’isola, il fondo è a quarantasette metri, è ora di tornare indietro, ma una mano invisibile ci afferra, frena il nuoto, siamo prigionieri e non sappiamo di chi o cosa. Il respiro si fa affannoso, il sangue pulsa nelle tempie; calma, ci vuole calma, cosa può essere accaduto? ecco, la rubinetteria delle bombole è rimasta agganciata alla rete, basta evitare mosse scomposte, sfilarsi le bombole dalle spalle, portarle davanti a noi – senza lasciare nemmeno per un attimo l’erogatore! – e liberare il rubinetto, poi infilare nuovamente il braccio tra le cinghie e rimettersi le bombole in spalla. Semplice, no?
Stavolta la parete di rete è esposta a nord, percorriamo il “sopravento” della tonnara diretti a levante; la tensione sale, è qui, lungo un corridoio virtuale, che corrono i tonni. L’orizzonte dapprima confuso e vuoto si anima, acquista vita, mille musi simili a siluri spuntano dal nulla e ci vengono incontro, sono molti più dei duecento tonni contati sull’altro lato della camera, si avvicinano a folle velocità, e più si avvicinano più sembrano grandi. Smettiamo di respirare, ci lasciamo cadere verso il fondo senza fare alcun movimento, ma anche stavolta il branco ci sfila accanto, e sopra e sotto, senza nemmeno sfiorarci. Basterebbe allungare una mano per accarezzare quei fianchi possenti, vorremmo farlo anche per chiedere perdono per quel che accadrà domani o domani l’altro, quando il rais ordinerà mattanza. Per un tempo che ci sembra infinito, e che vorremmo non finisse mai, ci troviamo immersi in un mare di tonni, il blu dell’acqua si è trasformato nell’argento di mille corpi. Poi il branco passa oltre e riprende il suo giro. Ci voltiamo, vediamo i tonni surriare, fare l’amore sfiorandosi le pance – le surre -, proviamo pena per loro.

Passiamo nel “bastardo”; il fondo ricomincia a salire, riecco il nostro amico pescespada, ma stavolta non è solo, gli nuota accanto un esemplare appena più piccolo. Sono maschio e femmina? Stavolta i pesci appaiono nervosi, si allontanano ma poi con una virata improvvisa puntano l’uomo, si fanno avanti sciabolando con la spada enorme, si girano su un fianco fissando il sommozzatore, poi si allontanano verso levante e spariscono alla vista.

 Come molti animali, marini e terrestri, i pescispada spesso cercano di impaurire l’avversario anziché attaccarlo. Lo sappiamo benissimo, ma chi ci assicura che anche questa volta le cose andranno così?
Percorriamo l’ordinaro, ora siamo nel “grande” sul versante opposto all’imboccatura delle reti: un tonno è infilato con la testa tra le maglie del lato, e sembra uno spillo appuntato su una spugna, un nodo alla coda con la cima calata dalla muciara, e un quintale e mezzo di saporita tunnina viene tirato a galla da braccia possenti. A mezz’acqua ricompaiono le boghe, rasente al fondo schizzano velocissimi un centinaio di “tombarelli” da un chilo l’uno, tra la sabbia spuntano alcuni scogli e attorno ad essi volteggiano piccoli saraghi, un polpo si accanisce contro una conchiglia. Per loro la tonnara non è una trappola, possono entrare e uscire come vogliono. Appena sotto la superficie corpi lunghi e stretti nuotano contorcendosi come serpi: sono tre aguglie imperiali che per settimane resteranno tra le reti per cibarsi di piccoli pesci, la più grossa peserà almeno venti chili.
L’ispezione fra le reti è quasi terminata, ma le sorprese non sono finite. Un delfino ci viene incontro curioso, ci guarda, ci gira intorno, si allontana e poi ritorna, ci accompagna come un cagnolino e noi non siamo preoccupati perché sappiamo che non avrà difficoltà a ritrovare la via per la libertà.
All’estremità di levante, dove le pareti di sopravento svoltano per disegnare uno dei lati minori del rettangolo della tonnara, un branco di giovani tonni nuota spaesato e non sa dove andare; i pesci si abbassano fin quasi a toccare il fondo, poi scattano in alto, girano a destra e poi a sinistra, e finalmente partono tutti insieme verso ponente, dove andranno a far compagnia agli altri tonni già rinchiusi nelle camere. La loro avventura per i mari aperti si è conclusa.
Ancora pochi metri, ed eccoci nuovamente all’imboccatura della tonnara, abbiamo attraversato corridoi e gallerie e atri di rete del tutto uguali a quelli preparati dai tonnaroti di mille anni fa, in un’immersione al di là del tempo; quindici minuti di decompressione per liberare i tessuti del corpo dall’azoto accumulato in profondità, sotto lo sguardo attento del rais che ci spia attraverso lo specchio, e poi usciremo a rivedere il sole.

da “L’ultima muciara. Storia della tonnara di Bonagia”
di Ninni Ravazza, Giuseppe Maurici editore (Trapani, 1999)

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Web Editor : Marcello Guadagnino. ideatore e creatore del Giornale dei Marinai, la rivista on-line dedicata al mare a 360°. Il mondo acquatico visto con gli occhi di un biologo marino.

2 Commenti

  1. Conosco fin dall’infanzia Ninni Ravazza. Ha avuto la fortuna di avere un papà grande sportivo . l’ho sempre seguito come sportivo, giornalista nella gloriosa “Tele Valderice” a fianco di Mauro Rostagno, come scrittore . L’articolo delinea molto bene un personaggio la cui riservatezza probabilmente più che aiutarlo gli ha impedito di approdare a grandi ribalte anche di tipo internazionale. Chiedo scusa a Ninni se forse mi sono sbagliato. Vito Noto.

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