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Nel quadro del suo progetto triennale “Rafforzare la piccola pesca sostenibile nel Mediterraneo” finanziato dalla Fondazione MAVA, LIFE prevede di rafforzare la sua presenza sul campo al fine di migliorare il sostegno alle comunità di piccola pesca della regione (maggiori informazioni sul progetto cliccando su questo link). A seguito di un’attenta procedura di selezione, il Prof. Peri è stato scelto per aiutare LIFE a svolgere questo importante compito in Italia ed in particolare in Sicilia. Il Prof. Peri lavora attualmente come ricercatore presso l’Università di Catania ed è esperto in economia agraria. Ha svolto numerose ricerche in collaborazione con reti di ricercatori a livello internazionale, focalizzandosi sullo sviluppo rurale sostenibile e sulla piccola pesca. Oltre all’italiano, il Prof. Peri parla inglese e francese ed il suo contributo sarà prezioso per LIFE al fine di far sentire la voce dei suoi membri del Mediterraneo e di generare important importanti sia a livello locale che Europeo.

Buongiorno Prof. Peri e benvenuto! Cosa ha suscitato il suo interesse per LIFE e perché ha deciso di unirsi alla piattaforma?

Sono stato positivamente colpito nel leggere l’idea su cui si fonda LIFE perché condivido profondamente la vision del progetto e spero di poter contribuire a implementare iniziative coordinate da LIFE di supporto alla pesca artigianale anche nell’area del sud Europa.

Nel quadro del suo lavoro di ricercatore presso l’Università di Catania, ha svolto numerose ricerche sugli aspetti socio-economici della piccola pesca. Potrebbe descriverci le caratteristiche della piccola pesca siciliana?

In Sicilia, il settore della piccola pesca rappresenta il 23% della flotta italiana, esso è responsabile del 18% della produzione di pesce nazionale. A livello nazionale, la flotta siciliana è dunque la più rappresentativa della piccola pesca, sia in termini di capacità (numero di battelli e stazza complessivi) che di attività (sforzo di pesca e catture). É il tipo di pesca maggiormente rappresentato in Sicilia, formando il segmento più importante in termini di unità di pesca, equivalente al 67% della flotta siciliana. Gli occupati corrispondono al 41,7% dell’intero settore della pesca regionale, con più di 3.000 pescatori.

La pesca artigianale siciliana riflette le dinamiche nazionali confermando il drammatico declino, espresso sia in termini di imbarcazioni che di effettivi, a cui si associa un’elevata età media dei pescatori. Diversi sono i fattori che hanno determinato questa evoluzione, basti pensare alle dinamiche dei costi, alle politiche europee, all’evoluzione dei modelli di consumo e degli stili di vita, all’invecchiamento della popolazione a cui si aggiunge il costante declino delle risorse alieutiche. Tutto ciò ha contribuito ad una costante erosione del cosiddetto patrimonio culturale che rappresenta la pesca artigianale.

Sulla base di quanto appena detto, quali sono le principali sfide per la piccola pesca italiana e siciliana e quale può essere il contributo di LIFE in questo senso?

Il percorso di ricerca affrontato nel corso degli ultimi anni ha rafforzato in me l’idea che per avviare un processo di sviluppo virtuoso occorre non soltanto effettuare puntuali analisi economiche ma bisogna approfondire gli aspetti sociali e quelli connessi alle politiche e alla governance dei processi istituzionali che li regolano e che condizionano in modo decisivo lo sviluppo. Ciò è particolarmente vero nell’ambito della piccola pesca artigianale che solo recentemente è al centro del dibattito politico istituzionale sia a livello regionale che sovranazionale.

Occorre ancora lavorare molto per rafforzare la collaborazione tra i pescatori e soprattutto per costruire un rapporto di fiducia tra i pescatori e le istituzioni al fine di individuare un percorso condiviso che contrasti il declino del settore.

Sappiamo che per assicurare una gestione efficace della pesca è fondamentale coinvolgere il settore nei processi decisionali ed adottare un approccio dal basso verso l’alto. Come possiamo rafforzare un tale approccio in Italia ed in Sicilia?

Alla luce della mia esperienza ritengo che attraverso un coinvolgimento vero dei pescatori e delle loro famiglie si possono individuare strategie condivise con tutti i portatori d’interesse, dalla società civile, alla ricerca fino ai policy maker. Solo attraverso un approccio partecipativo dal basso e soprattutto condiviso si possono creare le condizioni per migliorare il benessere sociale ed economico del settore.

La co-gestione è un approccio che, nella maggior parte dei casi di studio locali dove è stato messo in pratica, ha permesso di migliorare la governance e la gestione sostenibile delle risorse ittiche. Ci sono esempi a livello italiano in cui la co-gestione è stata applicata con successo e che si potrebbe raccomandare come buona pratica da replicare in altre zone?

La co-gestione delle aree di pesca rappresenta un momento cruciale nella definizione delle strategie per potere garantire una sostenibilità socio-economica ma anche ambientale nell’attività della pesca artigianale. In Sicilia grazie ai COGEPA è stata avviato qualche anno fa un interessantissimo esperimento che ha visto il reale coinvolgimento dei pescatori nella gestione condivisa delle aree di pesca. Ritengo che occorrerebbe ripartire da quel modello riproponendolo a livello regionale e estendendolo a livello nazionale.

Qual’è la prima cosa che intende portare avanti nel quadro del progetto di LIFE?

Vorrei contribuire a individuare le migliori strategie volte al rafforzamento del capitale umano e sociale nel settore della pesca artigianale che risente in modo drammatico della storica disattenzione delle istituzioni ai diversi livelli, soprattutto in un’area così complessa come quella del Mediterraneo.

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