Un recente studio condotto da Alessandro Nota, Alfredo Santovito e Francesco Tiralongo ha analizzato la presenza di pesci rari, termofili e alieni nel Mar Ligure, utilizzando dati raccolti attraverso iniziative di citizen science. La ricerca si è concentrata sull’identificazione di specie non comuni o non autoctone, la cui presenza potrebbe indicare cambiamenti ambientali significativi nella regione.
Il Mar Ligure, da sempre considerato una delle zone più ricche e studiate del Mediterraneo, sta vivendo un’evoluzione silenziosa ma evidente. Non si tratta solo di un aumento della temperatura dell’acqua o di correnti sempre più instabili, ma di una vera e propria trasformazione ecologica, testimoniata da una nuova e sorprendente biodiversità.
Uno studio recente pubblicato sulla rivista Oceans ha acceso i riflettori su un fenomeno che potrebbe modificare profondamente l’ecosistema marino locale: la presenza crescente di pesci termofili, rari e persino alieni nelle acque del Mar Ligure.
Cosa sta accadendo davvero?
Negli ultimi anni, numerosi subacquei, pescatori sportivi e appassionati del mare hanno segnalato la comparsa di specie che, fino a poco tempo fa, erano considerate esclusive del bacino orientale del Mediterraneo o addirittura dell’Atlantico tropicale. Pesci mai visti prima, alcuni dai colori sgargianti o dalle forme inusuali, sono apparsi lungo la costa ligure.
Grazie a una rete di citizen science, ovvero il coinvolgimento diretto dei cittadini nella raccolta di dati scientifici, i ricercatori sono riusciti a identificare una serie di avvistamenti attendibili che raccontano una storia precisa: il Mar Ligure non è più solo un rifugio per specie settentrionali, ma si sta trasformando in un vero e proprio hotspot per fauna termofila e aliena.
Alcune delle specie segnalate

Esemplari osservati nel Mar Ligure:
(A) Evermannella balbo – fotografato da Simone Auditore
(B) Gouania willdenowi – foto di Roberto Sindaco
(C) Lampris guttatus – foto di Federico Rametta
(D) Luvarus imperialis – foto di Stefano Porrozzi
(E) Ranzania laevis – foto di Diletta Gabrielli
(F) Abudefduf sp. – foto di Francesco Caroli
(G) Regalecus glesne – foto di Thomas Menut/Biotope
(H) Sparisoma cretense – foto dell’autore principale
Nel corso dello studio sono state identificate un totale di 47 segnalazioni, comprendenti 18 specie ittiche appartenenti a 18 famiglie diverse, è stato raccolto,
La profondità delle osservazioni variava tra 0 metri (spiaggiamenti) e 2500 metri, e le segnalazioni erano distribuite in tutto il Mar Ligure.
La maggiore ricchezza di specie è stata osservata a Imperia, con otto specie registrate (Evermannella balbo, Lampris guttatus, Nemichthys scolopaceus, Katsuwonus pelamis, Diplodus cervinus, Tetragonurus cuvieri, Sudis hyalina, Somniosus rostratus). Seguono Genova (tre specie: Abudefduf sp., Diplodus cervinus, Dalatias licha), Ventimiglia (due specie: Regalecus glesne, Sparisoma cretense) e Capo Mele (due specie: Evermannella balbo, Lampris guttatus). Tutte le altre località hanno riportato una sola specie ciascuna.
Tra le 18 specie registrate, 13 sono native non termofile, 4 sono native ma termofile (S. cretense, K. pelamis, D. cervinus, Stromateus fiatola) e 1 è alloctona e termofila (Abudefduf sp.).
Le cause: riscaldamento marino e antropizzazione
La presenza di queste specie è coerente con l’aumento delle temperature marine, un trend ormai consolidato. Secondo i dati climatologici, il Mar Ligure ha visto un aumento medio della temperatura superficiale di circa 1,5°C negli ultimi 30 anni, un dato sufficiente a modificare le preferenze ecologiche di molte specie.
A ciò si aggiunge la pressione antropica: navigazione commerciale, attività ricreative, infrastrutture costiere e persino il trasporto marittimo favoriscono l’arrivo accidentale di specie aliene.
Impatti ecologici e gestionali
La comparsa di specie non autoctone non è priva di conseguenze. Alcuni di questi pesci possono competere con le specie locali per le risorse alimentari o gli habitat riproduttivi. In casi estremi, possono anche diventare invasivi, alterando le catene alimentari e mettendo a rischio gli equilibri consolidati.
Inoltre, il riconoscimento e la gestione di queste presenze pongono sfide significative alle autorità e ai ricercatori, soprattutto in termini di monitoraggio continuo e aggiornamento delle normative sulla pesca e la conservazione marina.
Il ruolo centrale della citizen science
Uno degli aspetti più innovativi dello studio è l’utilizzo dei dati forniti dai cittadini. In un’epoca in cui la raccolta sistematica di dati marini è ancora limitata da vincoli economici e logistici, il contributo di subacquei, biologi amatoriali e fotografi marini si rivela essenziale.
Le piattaforme di condivisione come iNaturalist, MedMIS e i social network marini permettono di trasformare ogni avvistamento in un dato scientifico prezioso, contribuendo alla sorveglianza ecologica in tempo reale.
Solo l’inizio di un cambiamento
Quello che emerge è un Mar Ligure in evoluzione, una zona di transizione tra nord e sud che riflette i cambiamenti climatici e le dinamiche globali della biodiversità. Non siamo di fronte a un caso isolato, ma a una finestra privilegiata su ciò che potrebbe accadere nel resto del Mediterraneo nei prossimi decenni.
Lo studio non si limita a documentare presenze anomale, ma ci invita a osservare con attenzione, a coinvolgere le comunità costiere e a ripensare la gestione degli ecosistemi marini. Il futuro della biodiversità passa anche dalla nostra capacità di ascoltare e raccogliere le voci del mare — soprattutto quelle nuove, tropicali, sorprendenti.
