I fantasmi della Hedia : 60 anni senza verità

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A sessant’anni dal sequestro il governo italiano continua a non dire la verità sulla sporca faccenda della scomparsa della motonave HEDIA avvenuta il 14 marzo 1962 con tutto l’equipaggio, su quella nave c’erano degli onesti marinai, diciannove italiani e un gallese, purtroppo in quella nave c’era mio zio Filippo Graffeo di Sciacca al suo primo imbarco, c’erano anche sette veneti tre di Venezia e quattro di Chioggia, gli altri italiani provenivano da Trieste, Fano, Molfetta e Catania.
A livello ufficiale la vergognosa vicenda della nave HEDIA viene chiusa senza nessuna indagine dal governo con un’interrogazione parlamentare del 1965 con risposta scritta del ministro della marina mercantile Spagnolli “benché le probabilità di far luce sulla scomparsa della nave Hedia sembrino ormai divenute oltremodo esigue, non si mancherà di svolgere ogni ulteriore indagine qualora dovessero emergere o essere segnalati nuovi concreti elementi”

Credo che sia giunta l’ora della verità, da ricerche a titolo personale non risulta che mio zio Graffeo Filippo sia scomparso in mare per una tempesta dove venne dichiarata naufragata la nave mercantile HEDIA, ma trattasi di un sequestro finito nel peggiore dei modi, una vera e propria strage dettata da grossi interessi.
In perfetta sintesi la sparizione della Nave HEDIA ruota attorno il traffico di armi rifornimento aiuti verso F.L.N. Fronte Liberazione Algerino da parte dell’E.N.I. di Enrico Mattei anche lui assassinato dalla Main Rouge braccio armato dello SDECE servizio segreto francese, inoltre lo stesso giornalista Mauro De Mauro è stato eliminato perché a conoscenza che ad eliminare Enrico Mattei furono i francesi.
Il giornalista Mauro De Mauro disse ai suo colleghi dell’ORA “ho uno scoop che farà tremare l’Italia” nella misteriosa busta gialla che portava con sé le prove assassinio Enrico Mattei che furono i francesi e che i marinai motonave HEDIA erano vivi, nessun naufragio!
Il 14 marzo 1962 il mercantile da carico HEDIA inviava un messaggio all’agente marittimo di Venezia dalla zona di mare prospiciente l’isola della Galite, al confine tra le acque algerine e quelle tunisine. Era il suo ultimo messaggio in quanto la nave scomparve in circostanze misteriose nel Mar Mediterraneo mentre faceva rotta verso Venezia.

La nave HEDIA era un “cargo” di modesto tonnellaggio classificabile come “carretta del mare“. Vecchia di cinquant’anni, risultava ufficialmente della Compagnia General Naviera S.A. di Panama con sede legale presso il Banco di Roma di Lugano e batteva bandiera liberiana, anche se di fatto il suo porto di armamento era da situare nella città Venezia e quasi sicuramente il suo proprietario era l’agente marittimo Patella residente nella stessa città.
Nel periodo in cui è avvenuta la sparizione della nave si consumava il tragico, sanguinoso epilogo del dominio coloniale francese in Algeria.
Durante gli otto anni della Guerra di Algeria numerosi furono i sequestri operati da parte della Marina Militare Francese di navi “gun runners” utilizzate per fornire armi agli insorti algerini del Fronte di Liberazione Nazionale (F.L.N.) che combatteva le truppe e le formazioni paramilitari francesi.

Da parte sua la Francia operava un feroce contrasto utilizzando ogni mezzo, tra cui la tortura dei prigionieri e gli omicidi mirati estesi non solo all’Algeria, ma a tutto il territorio europeo.

È ormai storicamente accertato che tra i fornitori di armi al F.L.N. ci fosse anche l’E.N.I. di Enrico Mattei, mosso da evidenti convenienze commerciali legate alle risorse energetiche Algerine.

Da ricerche effettuate a titolo privato per anni da alcuni parenti degli scomparsi della nave HEDIA si sospetta a buon titolo che il mercantile sia stato coinvolto in questi traffici di armi per conto dell’azienda petrolifera di Stato. 
Elementi e indizi raccolti da questi cittadini fanno ritenere che nave ed equipaggio non siano stati vittime di un naufragio accaduto per tragica fatalità, ma siano stati sequestrati dalle autorità francesi e successivamente fatti scomparire, molto probabilmente come messaggio occulto, ma inequivocabile, allo Stato Italiano perché si attivasse nel far desistere la sua compagnia petrolifera dal fornire armi agli insorti.
A suffragare questa ipotesi è stata riportata la testimonianza di un triestino, padre di uno dei marinai scomparsi, il quale disse all’epoca di aver parlato con un suo conoscente giovane ufficiale della Marina Militare di nome Fulvio Martini il quale prestava allora servizio presso il S.I.O.S. Marina e che divenne in seguito capo del S.I.S.MI. 
Sempre secondo quanto detto dal signore triestino, l’ufficiale gli confidò che l’equipaggio era salvo, ma che per “gravi motivi di sicurezza” non poteva fare il nome del luogo in cui si trovava, confermando inoltre che il figlio del conoscente era salvo. Un ulteriore elemento è quanto detto, sempre all’epoca dei fatti, da un sacerdote di Sciacca, Don Michele Arena, alla madre di un altro componente dell’equipaggio scomparso.

Il sacerdote, insignito nel 1923 della Legion d’Onore, massima onorificenza francese, godeva in Francia di grandissimo credito e di importanti amicizie.
Egli disse di aver assistito ad una telefonata fatta dal ministro “plenipotenziario”, che all’epoca doveva essere Bruno Archi, ad una autorità francese, nella quale il ministro, a sua detta, aveva ricevuto conferma del fatto che l’equipaggio della nave Hedia era stato fatto prigioniero.

Sempre mia nonna Rosa Guirreri disse di aver sentito pronunciare nell’estate del ’63 dal Presidente del Consiglio on. Amintore Fanfani, a margine di un incontro con i parenti dei marittimi della HEDIA, la criptica frase: ‹‹Per venti persone non si può fare una guerra››.
In contrasto con la paziente e determinata ricerca dei citati parenti dei marittimi scomparsi non risulta che le istituzioni competenti si siano realmente impegnate nel fare luce sul reale accaduto. Anche le interrogazioni parlamentari presentate negli anni 1962 – 1964 – 1965 hanno ricevuto solo risposte definibili “di maniera” a dir poco evasive, che comunque non gettavano la sia pur minima luce sull’accaduto, ma che lasciano supporre che si volesse accreditare l’ipotesi più comoda, ovvero quella della disgrazia, per mascherare verità più scottanti e imbarazzanti. Tanto i morti non possono più parlare.
È peraltro lecito e logico pensare che la vicenda, qualora abbia realmente coinvolto la più importante azienda di Stato, rappresentasse all’epoca una fonte di grave imbarazzo per l’Italia, particolarmente considerando lo scenario geopolitico mondiale dell’epoca dominato dalla Guerra Fredda.
È obbligo morale delle Istituzioni fare tutto il possibile per rispondere oggi, seppur tardivamente, alla domanda se diciannove marittimi italiani siano morti sull’altare della lotta tra interessi economici delle multinazionali del petrolio.
Non è accettabile che convenienze ed opportunismi, politici e non, coprono ancora a distanza di tanti anni vicende che ormai non hanno ragione di essere ulteriormente occultate, tanto più in quanto lo scenario geopolitico internazionale è mutato e le figure di spicco sia a livello nazionale che internazionale coinvolte sono da tempo scomparse.
La storia non può e non deve essere oggetto di tentativi di modifica strumentale e demagogica o di operazioni di mimetismo e occultazione a fini di protezione del sistema di potere.

La democrazia e la credibilità richiedono a tutti, politici, Istituzioni dello Stato, cittadini, di avere la massima lealtà e trasparenza circa le vicende che coinvolgono il Paese.

La democrazia impone il coraggio di portare alla luce tutti gli accadimenti che nel passato hanno offuscato lo spirito civile e democratico della Nazione, anche se questi costituiscono motivo di imbarazzo perché condotti contro ogni etica morale, in contrasto con la Costituzione e le Leggi dello Stato.

Sarebbe giunto il momento affinché si dica la verità su quanto successo alla motonave HEDIA, per conoscere il luogo di sepoltura dei marinai, in quanto alcuni familiari hanno manifestato la doverosa intenzione di riportare le spoglie in Italia, nonché di rendere pubblica ogni informazione di cui sono in possesso, anche se ritenuta sino ad oggi riservata, perché a distanza di sessant’anni dalla scomparsa di nave HEDIA si possa dare finalmente una risposta seria e autenticamente credibile sull’accaduto non solo ai familiari degli scomparsi, ma a tutti i cittadini i quali rappresentano (o dovrebbero rappresentare) la parte “sovrana” di questa Nazione.
A tutt’oggi non è mai stata realizzata sulla vicenda un’indagine giudiziaria seria!
Sono trascorsi 60 anni ma quei cittadini della Repubblica italiana non sono più tornati a casa, e sono stati dichiarati addirittura dispersi in mare. 
Poiché l’azione penale è costituzionalmente obbligatoria, e poiché una strage non va mai in prescrizione, è giusto fare luce su questi tragici fatti. Mia nonna, Rosa Guirreri, madre del marinaio Filippo Graffeo, morta a 99 anni ha sempre reclamato la verità sulla scomparsa di suo figlio.

Come dire «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Dal 2012 da quando ho iniziato a fare luce sul caso HEDIA sono stati raccolti decine e decine di indizi, che occorre una maxi inchiesta HEDIA – MATTEI – DE MAURO – ROLANDO ROVAI…
Gli attentati con le cariche esplosive erano tipico modus operandi della Main Rouge braccio armato del Servizio Segreto Francese, con stessa tecnica tanti attentati in quel periodo tra cui anche quello di Roma del 5 luglio 1959 in cui perse la vita il piccolo Rolando Rovai attentato indirizzato al giornalista tunisino Tayeb Boulharouf attivista del F.L.N. Fronte Liberazione Algerino che era a Roma a trattare con l’ENI, ma anche per l’attentato a Georg Puchert un trafficante di armi che aiutò molto gli algerini.

In quel periodo siamo in piena guerra fredda tutti controllavano tutti, siamo in piena crisi di Cuba ed il mar Mediterraneo era più che controllato quindi una nave che va a fondo si sarebbe sentito visto, invece dalle radio di bordo c’è chi aveva sentito che erano stati sequestrati quelli della HEDIA.
La famosa telefoto del 2 settembre 1962 dove alcuni membri dell’equipaggio sono ritratti tra i prigionieri rilasciati ad Algeri sono la prova inviata a Mattei che De Gaulle aveva sempre cercato tra l’altro aveva messo una taglia in Algeria, dopo assassinio di Georg Puchert (alias capitan Morris) sarebbe toccato allo spaghetti nomignolo dato a Mattei.
Inoltre sulla mappa ufficiale dei relitti che hanno le marine militari non risulta il mercantile HEDIA un’altra prova granitica, rispetto alle menzogne che hanno raccontato alle moglie e mamme di quei marinai.
In questa tragica vicenda ancora tutta da chiarire nelle aule di giustizia, oltre ai venti marinai della HEDIA viene eliminato Enrico Mattei l’italiano più importante di tutti i tempi, il promotore del miracolo economico italiano degli anni sessanta, così il tutto ebbe fine a cinque giorni dalla firma il sogno di rendere l’Italia indipendente dal punto di vista energetico, riportando una citazione di Boscolo “cose grosse sulla testa della povera gente” il motivo per il quale i diciannove marinai non fecero più ritorno alle loro casa, con il loro ritorno sarebbe saltata fuori una verità scomoda per i nostri governanti in primis Fanfani Presidente del Consiglio ed Andreotti Ministro della Difesa, preferirono sacrificare diciannove italiani morti sull’altare degli interessi delle multinazionali del petrolio, e continuare alla vita politica cose come se nulla fosse festeggiando con i francesi in quei mesi di trattativa l’abbattimento dell’ultimo diaframma del traforo del Monte Bianco.
Affinché tutto questo non venga mai dimenticato!

Di Graffeo Accursio (promotore ricerche)

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1 commento su “I fantasmi della Hedia : 60 anni senza verità”

  1. Articolo molto interessante. Purtroppo quando si tratta di armi petrolio e droga sembra che si eriga una cortina di silenzi e assenze di chi dovrebbe indagare che, contrariamente agli intenti, diventano molto eloquenti:

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